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Tracciabilità gioielli: come funziona?

23 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 agosto 2017



Produttori e importatori di gioielli e preziosi devono informare su tutto il processo di lavorazione. In arrivo un ddl con norme più severe.

Le tecniche per garantire la tracciabilità dei gioielli non mancano. Tecniche sofisticate che documentano tutti i passaggi della lavorazione dei preziosi, dall’estrazione della pietra al momento in cui viene esposta in negozio per essere venduta.

Tuttavia, si lamentano parecchie lacune nella normativa che dovrebbe regolamentare il settore, a tutela di chi produce, di chi vende e di chi acquista un gioiello. Ecco perché il Parlamento si sta occupando di un disegno di legge [1] volto a mettere un po’ di ordine nel comparto dei preziosi e a garantire la tracciabilità dei gioielli e, soprattutto, la loro autenticità.

Che cos’è la tracciabilità dei gioielli

La tracciabilità di un gioiello permette di fornire tutte le informazioni utili al consumatore per sapere che cosa sta acquistando, da dove arriva, com’è stata lavorata, di che cos’è fatta. Un po’ come quando, al supermercato, leggiamo l’etichetta della confezione di bistecche per sapere dov’è stata allevata la bestia, dov’è stata macellata e com’è arrivata nelle nostre mani. Lo stesso deve valere per un anello, una collana d’oro, una pietra preziosa, un orologio d’oro (chi se lo può permettere).

Grazie alla tracciabilità dei gioielli, dunque, è possibile sapere l’area geografica dalla quale proviene la pietra o il metallo, quali sono state le tecniche di produzione utilizzate, quali sono stati i passaggi di lavorazione dalla sua estrazione al prodotto finito che viene proposto dal gioielliere.

Oggi, grazie ad un accordo raggiunto alla Fiera di Vicenza nel 2013 tra Unioncamere, Unionfiliere e Filiera Oro, anche le aziende che operano nel settore dei gioielli possono aderire volontariamente al sistema di tracciabilità TFashion, una certificazione rilasciata e controllata dalle Camere di Commercio per garantire al consumatore che il gioiello che sta acquistando è originale ed ha seguito tutti i passaggi corretti di lavorazione. In sostanza, il gioiello è accompagnato da un’etichetta in cui si racconta la storia e le fasi che percorre il prezioso lungo l’intera filiera. Questo sistema consente ai produttori di utilizzare la dicitura «made in Italy» o similari, nel rispetto della normativa vigente, ed è compatibile con qualsiasi altra certificazione, anche internazionale.

Il Kimberley Process sui diamanti

Uno degli aspetti più delicati nel mercato dei preziosi è quello dei diamanti provenienti dalle zone di guerra (specialmente l’Africa). Per evitare speculazioni, una settantina di Paesi dell’Onu, insieme ad organizzazioni non governative e operatori del settore hanno aderito al Kimberly Process, un protocollo che garantisce la tracciabilità dei diamanti. Ogni carico esportato verso un altro Paese deve essere accompagnato da un certificato conforme a questo protocollo, che prevede anche successive certificazioni da parte degli operatori del settore per attestare del diamante lungo tutta la filiera.

Le novità sulla tracciabilità dei gioielli

Come accennato all’inizio, è allo studio del Parlamento un disegno di legge per dare più garanzie sulla tracciabilità dei gioielli, sulla loro autenticità e sulla lotta all’abusivismo.

Vediamo i contenuti principali del ddl.

L’autenticità dei gioielli

Uno degli obiettivi del disegno di legge è quello di garantire ai consumatori l’autenticità del prezioso che stano per acquistare. Ed uno dei modi per avere la certezza che anziché un oggetto d’oro non stiamo comprando una «patacca», cioè un falso – per quanto fatto bene – è proprio la tracciabilità dei gioielli. I produttori saranno, quindi, obbligati a rendere noto il trattamento a cui sottopongono i monili dall’inizio alla fine della lavorazione ed anche ad informare l’acquirente sugli eventuali rischi che nel tempo possono modificare le caratteristiche dei gioielli.

Se il disegno di legge verrà approvato, sarà obbligatorio adottare una precisa denominazione tipica per distinguere la provenienza delle pietre (naturali, sintetiche, trattate, di coltura o artificiali).

Il cliente avrà diritto a chiedere al venditore una dichiarazione scritta con le caratteristiche del prodotto, che dovrà, comunque, essere rilasciata obbligatoriamente sui prodotti di valore superiore ai 1.000 euro, in caso di vendita online o fuori dai locali commerciali (una fiera, ad esempio).

La natura dei materiali dovrà essere certificata da laboratori indipendenti e qualificati iscritti in appositi elenchi. Se qualcuno non qualificato prova a rilasciare un certificato senza averne il titolo, rischia pene severe (ancora da stabilire ma che si annunciano, comunque, salate). Verrà punito anche chi vende gioielli con informazioni diverse da quelle previste, o chi si rifiuta di rilasciare la dichiarazione di origine.

I trasgressori che vendono a distanza avranno guai più grossi: le pene verranno decuplicate.

La lotta all’abusivismo

Altro obiettivo importante del disegno di lege che contiene nuove regole sulla tracciabilità dei gioielli è quello di aumentare la lotta all’abusivismo nel settore dei preziosi. Da una parte, migliorando la qualificazione di chi ci lavora legalmente. Dall’altra, reprimendo il mercato del sommerso e punendo i comportamenti scorretti o illegali degli operatori del settore.

Proprio per fare chiarezza e garantire maggiore trasparenza, il ddl istituirà un elenco nazionale degli importatori e dei produttori di preziosi, tenuto dal ministero dello Sviluppo economico. Importatori e produttori avranno l’obbligo di indicare, nei documenti di accompagnamento e nelle fatture di vendita, la provenienza dei gioielli. Ogni singola pietra di valore superiore a 250 euro dovrà essere confezionata e accompagnata da una certificazione di qualità, pena il divieto d’importazione e di vendita in Italia.

note

[1] Ddl n. 2830/2017.

Autore immagine: 123rf.com


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