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Lo sai che? Chi prende la pensione sociale perde il mantenimento?

Lo sai che? Pubblicato il 6 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 ottobre 2017

Sono pensionato e verso da alcuni anni alla mia ex moglie un assegno di divorzio. Dall’anno scorso però la mia ex percepisce anche una quota di pensione sociale, integrata dal mio assegno e convive con un altro uomo. Le devo ancora il mantenimento?

La risposta al quesito necessita di alcuni prioritari chiarimenti.

Revisione dell’assegno di divorzio: quali presupposti?

Quando in giudice determina la misura dell’assegno di divorzio, sia che lo faccia a seguito di una vera e propria causa, sia che lo faccia solo omologando un accordo intervenuto tra i coniugi, tale decisione si presume sempre e comunque allo stato degli atti (i giuristi parlano di clausola «rebus sic stantibus»).

Ciò comporta due importanti conseguenze:

– da un lato quella che alle parti la legge attribuisce sempre la possibilità di rivolgersi al giudice tutte le volte in cui si verifichi un mutamento delle condizioni (come ad es. la perdita del posto di lavoro da parte di chi versa l’assegno, l’intrapresa attività lavorativa da parte di chi lo riceve) esistenti nel momento in cui è stata pronunciata la sentenza di divorzio (come pure di separazione);

– dall’altro quella che non basta che si sia verificato un mutamento delle suddette condizioni per interrompere o ridurre in automatico l’importo dell’assegno da versare all’ex coniuge, ma occorre prima che detto mutamento sia accertato dal giudice, al quale dovrà essere sottoposta una specifica domanda di modifica delle condizioni del divorzio. Unica eccezione a quanto appena detto è costituita dal caso in cui il beneficiario dell’assegno si risposi, perché in tale ipotesi l’obbligato al versamento potrà interrompere la corresponsione dell’assegno senza dover prima intraprendere una preventiva azione giudiziaria.

In ogni caso, i coniugi, sono sempre liberi di trovare un accordo, indipendentemente dalla prova dei suddetti mutamenti e chiedere la modifica dell’assegno, nel senso di rinuncia o riduzione del relativo importo.

Ciò detto, veniamo al caso che riguarda il lettore.

Assegno di divorzio: spetta anche con la pensione sociale?

Rinviando alla lettura della guida L’assegno di divorzio per un approfondimento sulla natura e le caratteristiche dell’assegno divorzile, è però opportuno evidenziare che tale assegno – a differenza di quello di mantenimento previsto dopo la separazione – si basa sulla definitiva chiusura di ogni legame tra gli ex coniugi e pertanto, presuppone – ai fini del suo riconoscimento – la sussistenza di requisiti più severi, quali, ad esempio, l’oggettiva impossibilità del beneficiario dell’assegno di procurarsi i mezzi per vivere e ciò, tanto più, a seguito più recente e rigido orientamento dei giudici che ha escluso il presupposto della conservazione del tenore di vita matrimoniale tra i parametri di riferimento per aver diritto al predetto assegno.

E’ quanto mai evidente come, quindi, nella situazione esposta, anche se non si può di certo più fare riferimento (data l’età del pensionamento dei coniugi) a capacità lavorative della ex moglie, può senz’altro invece richiamarsi ad un importante mutamento delle circostanze esistenti al momento della pronuncia di divorzio.

Mutamento che, a mio avviso, consiste più nella nuova convivenza intrapresa dalla donna che nel fatto che questa percepisca la pensione sociale, ora assegno sociale; tale emolumento, infatti, è meramente integrativo dell’esiguo assegno divorzile che il lettore versa. In altre parole, se la ex moglie ha diritto all’assegno divorzile in base ad una sentenza, ha pari diritto di ricevere dall’Inps la sola integrazione all’importo dell’assegno sociale annualmente previsto (e questo per legge e non per sua scelta). L’assegno sociale infatti può essere erogato in misura ridotta o intera, in relazione all’entità del reddito personale del beneficiario (che non deve superare i 5.824,91 euro annui); reddito nel quale va compreso anche l’assegno periodico stabilito dal giudice a seguito di separazione, di divorzio o di annullamento di matrimonio.

Solo nel caso in cui il lettore interrompesse di versarle detto assegno (incorrendo nel reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare), allora la donna potrebbe fare domanda (dimostrando detta circostanza) per ottenere l’assegno sociale nella sua interezza. Già da tempo, infatti, la Suprema Corte [1] ha chiarito che l’assegno sociale spetta alla moglie dopo la separazione (o il divorzio), nel caso in cui il marito non corrisponda l’assegno dovuto. Nel calcolo del reddito non dovrà, tuttavia, tenersi conto delle somme a cui si ha diritto ma solo di quelle effettivamente non percepite dall’ex coniuge.

Dunque, qualora il coniuge separato o divorziato possa provare che il mantenimento non sia stato versato e che per tale mancanza il reddito rientra nei limiti fissati dalla legge, l’Inps dovrà accogliere la domanda, ammesso che sussistano gli altri requisiti di età e residenza necessari.

Revoca dell’assegno divorzile: quanto rileva la nuova convivenza?

Se perciò – come dicevo – non è il subentrato diritto alla percezione dell’assegno sociale da parte della ex moglie del lettore che potrebbe, a mio avviso, far venir meno il diritto della donna a ricevere l’assegno divorzile, potrebbe esserlo invece la circostanza della nuova convivenza.

Su questo fronte la giurisprudenza ha mostrato negli ultimi anni una sempre maggior apertura (prova ne è la nuova legge “Cirinnà” sulle convivenze di fatto), attribuendo loro rilevanza, quando stabili e durature, quasi al pari di una unione coniugale. Secondo la Suprema Corte, infatti, è giusto che, chi decide di intraprendere una relazione stabile, si assuma anche i rischi derivanti dalla cessazione della convivenza, che rappresenta anche una decisione di coerenza; l’unione di fatto è, infatti, «espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, da parte del coniuge», eventualmente (ma non necessariamente) potenziata dalla nascita di figli. Ragion per cui si ritiene:

– non solo che la convivenza dell’ex costituisca una circostanza in grado di far venir meno il diritto all’assegno di mantenimento [2] e ciò indipendentemente dal reddito e dal patrimonio del nuovo convivente,

– ma anche che tale perdita del diritto all’assegno di divorzio non possa avere carattere temporaneo e quindi che non possa rinascere qualora il beneficiario dell’assegno interrompa la nuova relazione [3].

E’ opportuno ribadire comunque che si può perdere l’assegno divorzile solo se la convivenza intrapresa dall’ex sia caratterizzata da uno stabile e duraturo legame affettivo di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, così come avviene nella famiglia fondata sul matrimonio. In questo modo, infatti, essa assume i connotati della famiglia di fatto vera e propria; quella cioè che consente di considerare rotto ogni legame con il tenore della precedente vita matrimoniale e, di conseguenza, venuto meno il presupposto per il riconoscimento di un assegno di divorzio.

In conclusione, per ottenere di non dover più versare l’assegno di divorzio il lettore dovrà provare che quella della ex moglie è una stabile convivenza e non una mera ospitalità. Diversamente la sua istanza di modifica potrebbe essere rigettata dal giudice, atteso che la nuova convivenza non è parificata in automatico al nuovo matrimonio dell’ex coniuge (che, come dicevo in premessa, dà diritto ad interromper in automatico il versamento dell’assegno) ma richiede sempre un’adeguata prova in giudizio.

Solo così il lettore potrà ottenere dal giudice di non dover più versare alla ex moglie alcun assegno e ciò, anche se la donna dovesse interrompere la relazione col nuovo compagno e indipendentemente dai redditi percepiti da quest’ultimo.

Assegno di mantenimento: con l’accordo di rinuncia è a rischio la pensione sociale

E’ chiaro che tutto ciò comporterà la necessita di intraprendere una causa contro la ex moglie. Giudizio questo che potrebbe essere evitato solo qualora le parti riuscissero ad addivenire ad un accordo bonario. In tal caso, gli ex coniugi potrebbero procedere in autonomia, anche senza la necessaria assistenza di un avvocato, chiedendo la modifica delle condizioni di divorzio direttamente davanti all’ufficiale di Stato civile del loro Comune senza dover intraprendere alcuna procedura giudiziale (negoziazione assistita da avvocati o ricorso congiunto al giudice) [4].

Il consiglio è però quello di ponderare con attenzione il percorso consensuale perché un accordo in tal senso (implicando una sostanziale rinuncia all’assegno di mantenimento da parte della ex moglie del lettore) potrebbe comportare il rischio della perdita dell’assegno sociale. Ciò in quanto alcune sedi territoriali dell’Inps, in conformità alle direttive della sede centrale dell’Istituto, stanno negando il riconoscimento di tale emolumento in quanto il diritto all’assegno sociale è subordinato alla sussistenza di uno stato di bisogno economico; esso cioè, ha una «natura meramente sussidiaria e spetta solo in mancanza di altre concrete e possibili fonti di reddito».

Orbene, secondo l’Inps la rinuncia all’assegno di mantenimento implicherebbe l’autosufficienza economica; motivo per cui in tal caso la prestazione assistenziale (che, come detto, ha natura sussidiaria) non potrebbe essere riconosciuta. In altre parole, il soggetto che si trova in stato di bisogno, prima di rivolgersi alla solidarietà generale (ossia all’Inps), deve richiedere il sostegno del coniuge in adempimento degli specifici obblighi giuridici.

Se pertanto non è intenzione del lettore far perdere alla ex moglie oltre che l’assegno divorzile anche quello sociale sarebbe preferibile per lui procedere in autonomia con la domanda di revisione.

note

[1] Cass. sent. 6570/2010.

[2] Cfr. Cass. sent.17195/11.

[3] Cfr. Cass. sentt. n. 19345/16 e 6855/15.

[4] Cons. St. sent. n. 4478/16 del 26.10.2016.


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