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Fumo passivo al lavoro: c’è il diritto al risarcimento

8 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 ottobre 2017



Chi si ammala al lavoro per colpa del fumo degli altri ha diritto ad un risarcimento. Purché dimostri il nesso casuale tra sigaretta e danno.

Odio il fumo ma lo devo sopportare. Mio marito (mia moglie, mio figlio) fuma in casa. I mio colleghi fumavano in ufficio quando non c’era il divieto. Non ricordo più quanti soldi ho speso in tintoria per portare a lavare i vestiti che puzzavano di fumo. Non ho mai acceso una sigaretta in vita mia. Eppure mi hanno appena diagnosticato un tumore ai polmoni da tabacco. Possibile che devo subire una malattia che mi porterà alla morte per un vizio che ho sempre rifiutato? Ci sono dei diritti per il fumatore passivo?

Se il problema è a casa, c’è solo una soluzione estrema: o smetti di fumare o me ne vado. Oppure vai sul balcone a farti la sigaretta. Che faccia freddo o caldo. Drastica, triste finché si vuole, ma l’unica alternativa che ha un fumatore passivo che condivide, suo malgrado, le «bionde» del coniuge.

Più delicata la situazione di chi respira il fumo delle sigarette degli altri al lavoro. Oggi, secondo la legge, c’è il divieto di fumo in tutti gli spazzi chiusi. Oggi, però. Chi, per anni, ha accumulato le Marlboro degli altri e adesso si trova con un cancro ai polmoni, cosa può fare? Ne risponde il fumatore menefreghista o, addirittura, il datore di lavoro che non ha controllato? E la persona che ha subito (e pagato a caro prezzo) il vizio degli altri ha diritto al risarcimento?

Fumo passivo al lavoro: chi ne risponde?

L’azienda è chiamata in prima persona a risarcire il danno al lavoratore che ha riportato dei danni a causa del fumo passivo. Lo ha stabilito la Cassazione [1], secondo cui per un datore di lavoro non è più sufficiente predisporre i divieti e le circolari anti fumo ma deve controllare con attenzione che i propri dipendenti rispettino le norme vigenti in materia e, in caso, intervenire per farle rispettare.

La vicenda riguardava una giornalista della Rai che, per anni, avrebbe subìto il fumo passivo dei propri colleghi i quali, nonostante gli espliciti divieti, avrebbero comunque fumato nei corridoi, negli uffici, nella redazione e nelle sale di montaggio. Quanto basta per riconoscere alla donna un risarcimento per i danni biologici e morali patiti nel corso degli anni. Il permessivismo della Rai è stato punito perché non sono state ritenute sufficienti le circolari e gli avvisi di divieto di fumare emessi dall’azienda: mamma Rai avrebbe dovuto controllare a dovere che i divieti venissero rispettati.

Ma è solo uno dei tanti casi. Il Tribunale di Palermo, ad esempio, ha condannato la Regione Sicilia a risarcire un milione e mezzo di euro ai parenti di una sua funzionaria di 50 anni, morta nel 2004 per un tumore ai polmoni provocato dal fumo passivo. Lei non aveva mai toccato una sigaretta, i suoi parenti nemmeno. Il suo avvocato ha portato davanti al giudice un documento lasciato dalla donna nel suo cassetto il giorno prima di morire: conteneva la sua lotta contro il fumo in ufficio. I colleghi se ne erano sempre fregati. La Regione non aveva mai controllato.

Come chiedere risarcimento per fumo passivo

Non basta dire «il mio collega fuma troppo davanti a me» per chiedere un risarcimento per fumo passivo: ci devono essere, infatti, queste circostanze:

  • si deve aver subito un danno;
  • ci deve essere un comportamento scorretto o illegittimo da parte di qualcuno;
  • ci deve essere un nesso causale provato tra il comportamento scorretto e il danno subito.

note

[1] Cass. sent. n. 4211/2016.

Autore immagine: 123rf.com


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