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Valido il mutuo della banca a chi gode di pensione invalidità e non lavora?

9 settembre 2017


Valido il mutuo della banca a chi gode di pensione invalidità e non lavora?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 settembre 2017



Sono un impiegato pubblico non vedente. Nel 2006 ho stipulato un mutuo come cointestatario. A quel tempo non lavoravo; percepivo soltanto pensione d’invalidità e assegno d’accompagnamento. Oggi so che questi emolumenti non sono soggetti a reddito. La banca poteva concedermi il mutuo?

L’art. 1813 del codice civile stabilisce che il mutuo è il contratto con il quale una parte consegna all’altra una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l’altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità. Il mutuo è un contratto oneroso, il mutuatario infatti deve corrispondere al mutuante, nel termine stabilito, la somma ricevuta gravata degli interessi legali o convenzionali.

Generalmente, la banca, prima di concedere un mutuo al proprio cliente richiedente effettua delle ricerche che mettano in evidenza la posizione reddituale, intesa non solamente dal punto di vista di redditi provenienti da attività lavorative ma concretamente di possibilità economiche in senso ampio che consentano l’adempimento dell’obbligazione, ossia la restituzione degli importi presi a mutuo.

La pensione di invalidità e l’indennità di accompagnamento, o assegno di accompagnamento, sono sostegni economici statali pagati dall’Inps, previsti dalla legge 11.2.1980 n. 18 per le persone dichiarate totalmente invalide. Tale provvidenza ha la natura giuridica di contributo forfettario per il rimborso delle spese conseguenti all’oggettiva situazione di invalidità, non è assimilabile ad alcuna forma di reddito ed è esente da imposte.

Gli emolumenti sono a totale carico dello Stato, dovuti per il solo titolo della minorazione, indipendentemente dal reddito del beneficiario o del suo nucleo familiare.

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente, la circostanza che nel 2006 abbia contratto, come cointestatario, un mutuo, anche in assenza di contratto di lavoro ma semplicemente beneficiando di pensione di invalidità e indennità di accompagnamento, evidenzia la legittimità del rapporto giuridico instaurato con la banca in quanto, nonostante la previdenza ricevuta non concorra alla formazione del reddito, costituisce comunque un introito mensile che consente di adempiere puntualmente alle proprie obbligazioni.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una “migliore” situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa. Pertanto, la «capacità selettiva» dell’ISEE, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerali per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile.” Consiglio di Stato, sentenza 29 Febbraio 2016.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

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