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Antifurto molesto: come difendersi?

27 agosto 2017


Antifurto molesto: come difendersi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 agosto 2017



L’allarme dell’auto che sveglia i vicini può costituire reato di disturbo della quiete pubblica solo se l’episodio si ripete o viene attivato volontariamente.

Quante volte siamo stati svegliati, nel cuore della notte, da un allarme di auto impazzito o da quello di un appartamento. Quando però l’episodio capita sistematicamente e magari si tratta proprio del nostro vicino di casa che ha tarato la sensibilità dell’allarme in modo tale da scattare anche al minimo “fruscio di vento”, il limite della pazienza può facilmente traboccare e farci così perdere le staffe. Possiamo contestare il disturbo della quiete pubblica e denunciare il fatto alla polizia o ai carabinieri? In altre parole come difendersi da un antifurto molesto?

Diciamo innanzitutto che l’antifurto deve essere a norma: il certificato di collaudo, infatti, serve proprio a verificare che l’emissione sonora non sia tale da disturbare l’intero quartiere e, nello stesso tempo, non sia troppo modesta da non preoccupare eventuali malintenzionati. Le soglie di rumore dell’antifurto devono rispettare i limiti stabiliti dai regolamenti ministeriali e da quelli eventualmente emanati dal Comune. Anche il codice della strada [1] stabilisce che gli allarmi antifurto installati sulle auto devono limitare l’emissione sonora ai tempi massimi previsti dal regolamento e, in ogni caso, non devono superare i limiti massimi di esposizione al rumore fissati dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 1° marzo 1991 [2]. Numerosi regolamenti comunali, in quasi tutti i casi prevedono che l’allarme antifurto possa funzionare per un massimo di tre minuti (in alcune norme è prescritto anche che il suono debba essere intervallato e non continuo).

C’è poi, oltre a ciò, il rispetto della normativa contenuta nel codice civile che stabilisce che il rumore non può essere superiore alla «normale tollerabilità», valutazione questa che, al di là del rispetto delle normative ambientali e comunali, va effettuata caso per caso, tenendo conto delle circostanze concrete come, ad esempio, la vicinanza degli appartamenti alle auto (si pensi a un parcheggio posto proprio sotto il balcone della camera da letto).

Ma come stabilire se l’allarme è troppo alto e come difendersi da un antifurto molesto? Senza perderci in dati tecnici che, anche se conosciuti, non potrebbero essere rilevati dal singolo cittadino con gli strumenti in suo possesso, la prima cosa da fare è far accertare, a un tecnico del settore, che il rumore sia superiore alle soglie di legge. A tal fine si può incaricare un perito privato o l’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente che redigeranno una relazione tecnica volta a verificare la regolarità dell’antifurto. L’antifurto potrà essere “tecnicamente” in regola ma ugualmente molesto in base alle modalità concrete con cui esso viene utilizzato (si pensi il caso del proprietario dell’auto che volontariamente fa scattare l’antifurto per molestare i vicini o a chi ha impostato la soglia di sensibilità dell’allarme a un livello eccessivamente ridotto, suscettibile di suonare anche se un gatto si avvicina all’auto).

Se l’antifurto dà fastidio a più persone, anche una sola di queste può sporgere denuncia ai carabinieri o alla polizia per disturbo della quiete pubblica. Non c’è invece alcun reato se la vittima dell’antifurto molesto è una sola persona o poche; in tal caso si può solo agire in via civile, con un ordine del tribunale a far cessare i rumori.

Secondo la giurisprudenza vi è reato se la sirena di allarme, in seguito a manomissione del veicolo, rimane in funzione per un periodo di tempo e con un’intensità tali da superare il limite della normale tollerabilità, disturbando così la quiete pubblica [3]. A maggior ragione se l’antifurto viene attivato volontariamente: in tal caso scatta anche la malafede (cosiddetto «dolo») [4]. È reato lasciare per lungo tempo acceso il motore di un’autovettura diesel nelle ore notturne [5] o suonare ripetutamente il clacson in piena notte [6].

Secondo la Cassazione [7], in tema di reato di disturbo della quiete pubblica perché scatti la condanna penale non occorre che i rumori o le segnalazioni acustiche siano poste in essere per «petulanza, capriccio o altri biasimevoli motivi», requisiti questi che scattano nel caso del diverso reato delle molestie o disturbo alle persone. Pertanto, commette disturbo della quiete pubblica anche chi, dovendo uscire da un’area di parcheggio ed essendo ostacolato da un’altra automobile in sosta irregolare, attivi, in modo reiterato e prolungato, il sistema di allarme di quest’ultimo veicolo solo per richiamare l’attenzione del proprietario.

note

[1] Art. 155, co. 4, cod. str.

[2] DPCM 01.03.91

[3] Pret. Vallo della Lucania 2/7/1985

[4] Cass. sent. del 20.11.2000.

[5] Pret. Brunico, sent. del 14.03.1989

[6] Cass. sent. del 21.01.1997.

[7] Cass. sent. n. 4400/2000.

Cassazione penale, sez. I, 20/11/2000, (ud. 20/11/2000, dep.02/02/2001), n. 4400

Fatto e diritto

Con sentenza del 25 gennaio 2000 il Tribunale di Roma dichiarava N. S. colpevole dei reati di cui agli artt.651 e 659 c.p. e, concesse le attenuanti generiche, la condannava alla pena di lire centomila di ammenda, applicando i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna.

Ricorre per cassazione la difesa, denunciando violazione di legge, in quanto alla N. erano stati chiesti i documenti e non indicazioni sulla propria identità, che avrebbe potuto essere agevolmente accertata “aliunde”.

L’imputata, comunque, aveva esibito i documenti, dopo una brevissima discussione, dovuta al suo comprensibile stato di agitazione per la presenza di un veicolo in sosta irregolare, che impediva qualsiasi movimento alla sua auto, sicché non era configurabile il reato di cui all’art. 651 c.p., anche se questo ha natura istantanea.

Non sussisteva, altresì, il reato previsto dall’art. 659 c.p., potendo, al più, ravvisarsi nell’uso prolungato del segnalatore acustico – per richiamare l’attenzione del conducente dell’auto in sosta irregolare – l’ipotesi di cui all’art. 156 co. 5 cod. str..

È illegittima, altresì, la concessione della sospensione condizionale della pena, che non era stata richiesta, poiché l’applicazione di ufficio del beneficio, peraltro in assenza di ogni motivazione, non può porsi in contrasto con l’interesse del soggetto destinatario.

Rileva la Corte che è sorretto da adeguata motivazione il giudizio di responsabilità espresso dal Giudice di merito nei confronti dell’imputata.

Il reato di cui all’art. 651 c.p., infatti, è indubitabilmente di natura istantanea, in quanto si consuma nel momento stesso in cui il soggetto attivo, che ne sia stato legittimamente richiesto, rifiuta di dichiarare la propria identità, poiché tale condotta è idonea e sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico tutelato, cioè l’ordine pubblico inteso come interesse generale a evitare intralci all’attività dei pubblici ufficiali proposti a compiti di prevenzione, accertamento o repressione dei reati o di garanzia della quiete pubblica.

Ne consegue che è irrilevante la circostanza che il pubblico ufficiale possa accertare in altro modo l’identità del destinatario del suo ordine, così come è irrilevante l’eventuale ripensamento della persona interpellata, che dopo un iniziale rifiuto si risolva, finalmente, a indicare le proprie generalità (Cass. Sez. I 95-201435).

È, dunque, pertinente il riferimento della sentenza impugnata al fatto che l’ispettore A. “si vide costretto a rinnovare ben quattro volte la richiesta, prima che la N. ottemperasse all’intimazione”.

Ugualmente corretta è la motivazione in ordine al reato di cui all’art. 659 c.p., la cui configurabilità nella specie è ricondotta non già – come mostra di intendere la ricorrente – all’uso ingiustificato del segnalatore acustico di un veicolo, bensì alla reiterata e prolungata attivazione, ad opera dell’imputata, del sistema di allarme dell’autovettura “antagonista”.

Del tutto impropriamente nel ricorso si evoca l’esigenza di una causale di “petulanza, capriccio o altri biasimevoli motivi”, trattandosi di requisiti che attengono al diverso reato, previsto dall’art. 660 c.p. e sono estranei allo schema legale delineato dall’art. 659 c.p..

Il ricorso, pertanto, va respinto in relazione alle richieste principali.

Va, invece, accolto il motivo subordinato di impugnazione.

Anche se rientra nell’ambito dei poteri discrezionali del giudice la concessione di ufficio della sospensione condizionale della pena, tuttavia, l’assenza di una specifica richiesta da parte dell’imputato impone di bilanciare l’interesse contrario di costui – che ritiene di ricevere non un vantaggio ma un danno dal beneficio concessogli – con l’esercizio del potere del giudice, che deve dare ragione della decisione adottata.

Nel caso in esame manca qualsiasi argomentazione volta a superare la sussistenza di un interesse contrario dell’imputata (univocamente desumibile dalla mancata proposizione di una richiesta di applicazione del beneficio), di guisa che la statuizione è sostanzialmente immotivata.

Limitatamente a tale punto, dunque, la sentenza gravata va annullata senza rinvio.

PQM

p.q.m.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla concessione della sospensione condizionale della pena, che elimina.

Rigetta nel resto il ricorso.

Roma, 20 novembre 2000

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 2 FEB. 2001

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