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Dermatite da tatuaggio: chi risarcisce?

28 Ago 2017


Dermatite da tatuaggio: chi risarcisce?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Ago 2017



Eventuali infezioni prese a causa del centro estetico che pratica tatuaggi implicano il diritto al risarcimento del danno morale e fisico.

«Farsi un tatuaggio fa male?». Sembra stano, ma è questa la principale preoccupazione di chi si fa tatuare la pelle. In pochi si chiedono se l’inchiostro è nocivo o se c’è possibilità di contrarre infezioni. E, a quanto sembra, il caso è tutt’altro che raro. Speculare alla crescita del numero di tatuaggi è anche la casistica di dermatiti e problemi cutanei. Tanto è vero che alcuni inchiostri sono stati ritirati dal commercio perché ritenuti cancerogeni. È vero, c’è la legge che tutela chi va in un centro di trattamenti estetici – tra cui appunto i tattoo – ma è anche vero che fare una causa per responsabilità professionale richiede tempo e soldi, tenuto conto anche del fatto che non esiste, in questo campo, un’assicurazione obbligatoria. Con la conseguenza che, anche se condannato, il tatuatore potrebbe non avere mai la disponibilità per risarcire il cliente danneggiato. Procediamo dunque con ordine e cerchiamo di capire chi risarcisce la dermatite da tatuaggio.

Tatuaggi: cosa dice il codice civile

La prima cosa da chiarire è la natura dell’attività di chi fa tatuaggi. Non si tratta di un medico, ma di un estetista che può operare in un centro estetico o singolarmente [1]. Questo significa che, nel caso di dermatite da tatuaggio, non si applicano le norme sulla responsabilità medica. Per gli estetisti, pur essendo previsto un corso di formazione, non esiste alcun albo professionale. Ciò però non significa che chi fa tatuaggi non sia tenuto a responsabilità non solo nel caso in cui il risultato non sia soddisfacente (ad esempio in caso di colore o disegno diverso da quello concordato), ma anche quando questo abbia arrecato un danno fisico al cliente.

Tatuaggi: cosa dice il codice penale

Sotto un profilo civilistico, il codice prescrive la responsabilità per chi si impegna a svolgere un’opera [2] e non la esegue a regola d’arte. Tale responsabilità va valutata secondo la diligenza richiesta dalla professione. I giudici richiedono, in capo a chi fa tatuaggi, un alto grado di preparazione e perizia sia nel momento della valutazione preventiva sul tipo di trattamento da applicare (oltre che sulla opportunità/necessità dello stesso) sia poi nell’esecuzione del trattamento stesso. Sempre il codice civile [3] stabilisce l’obbligo di risarcimento a carico di chi procura un danno ad altri non solo per malafede ma anche per propria colpa (imprudenza, imperizia o negligenza).

Sotto un aspetto penale, invece, contrarre un’infezione o una dermatite da tatuaggio consente la possibilità di sporgere querela per il reato di «lesioni colpose» [4]. L’estetista potrà esser chiamato a rispondere per il reato in esame se siano ravvisabili nel suo comportamento profili di colpa.

L’informativa preventiva

Chi esegue tatuaggi ha l’obbligo di fornire al cliente, prima del trattamento estetico, una informativa dettagliata sui rischi connessi all’attività in questione, sul trattamento da effettuare successivamente all’esecuzione dell’opera, sulle tecniche di rimozione e sulla necessità di consultare un medico qualora si verificassero complicanze o reazioni allergiche. Non è un vero e proprio «consenso informato» come quello precedente a un intervento chirurgico o a un trattamento medico, ma vi si avvicina molto. Tale informativa può anche essere orale, anche se, volendo dimostrare l’adempimento di tale obbligo, il tatuatore farà bene a far firmare al cliente un documento scritto.

Gli obblighi del tatuatore

Chi esegue tatuaggi deve valersi di strumenti, aghi e inchiostri non nocivi, nonché sterili. Deve inoltre evitare le sostanze giudicate tossiche e nocive per la salute da parte della Comunità Europea. Non è tenuto all’assicurazione obbligatoria, né è previsto un albo apposito. Ecco perché è sempre meglio scegliere un centro affidabile.

Che fare in caso di dermatite da tatuaggio

Risarcimenti per dermatiti e infezioni da tatuaggio sono a carico dell’estetista. Tuttavia la prova della dipendenza della malattia dal tatuaggio spetta al cliente. Secondo il Tribunale di Roma [5], spetta prima al danneggiato dimostrare che il danno subito dipenda esclusivamente dall’imperizia del centro estetico, poiché l’esecuzione di un tatuaggio, pur caratterizzata dall’uso sottocutaneo di aghi, non presenta di per sé una notevole potenzialità dannosa. Va altresì esclusa la responsabilità di chi materialmente esegue il tatuaggio nonché quella del centro estetico a cui il medesimo si “appoggi”, non essendo configurabile condotta negligente od imprudente dei medesimi ove risultino rispettate le condizioni igieniche ed organizzative imposte dai decreti ministeriali.

note

[1] L. n. 1/1990.

[2] Art. 2222 cod. civ. e ss.

[3] Art. 2043 cod. civ.

[4] Art. 590 cod. pen.

[5] Trib. Roma, sent. n. 9648/2015.

Tribunale Roma, sez. XII, 05/05/2015, (ud. 04/05/2015, dep.05/05/2015), n. 9648

Fatto

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con atto di citazione regolarmente notificato Fe. Cl. evocava in giudizio Al. Cl. e il Centro Estetico Solarium Vanity Place di Ca. Al. e, premesso che in data 7.6.2010 su sua richiesta le erano stati eseguiti due tatuaggi uno dei quali, sul collo del piede, aveva creato una grave infezione in loco tanto che dopo qualche tempo (e cure poco risolutive) si era dovuta rivolgere all’Istituto San Gallicano per la sua rimozione, che da ciò le erano derivati gravi danni di cui riteneva responsabile sia l’Al. che il Centro estetico presso il quale ella aveva operato, che il tatuaggio era stato eseguito in assenza di condizioni igieniche adeguate che non le era stata fornita alcuna informazione sulle possibili conseguenze, tanto premesso chiedeva che le parti convenute fossero condannate a risarcirle tutti i danni da lei subiti in conseguenza delle lesioni riportate.

L’Al. si costituiva chiedendo il rigetto della domanda ed eccependo che il tatuaggio era stato eseguito ad opera d’arte,’ aggiungeva che le indicazioni che aveva fornito alla Fe. sulle cure da apprestare dopo l’esecuzione dell’opera non erano state da lei seguite, ragione per la quale le dedotte lesioni conseguenti all’infezione contratta dovevano essere a lei stessa imputate.

La Ca. che chiamava in causa le Assicurazioni Generali al fine di essere garantita per il rischio coperto dalla polizza contratta per i danni a terzi nello svolgimento della propria attività professionale – contestava la domanda, precisando che la Al. svolgeva in proprio la sua attività di tatuatrice presso il Centro Estetico solo saltuariamente non aveva con esso alcun rapporto di stabile dipendenza, aggiungeva che comunque le condizioni igieniche della struttura erano adeguate all’attività svolta e chiedeva pertanto che le avverse pretese venissero respinte.

Le Assicurazioni Generali Spa eccepivano l’inoperatività della polizza chiedendo che la domanda di garanzia fosse rigettata.

La causa, istruita con prova orale, documentale e CTU medico legale è stata ritenuta in decisione all’udienza del 16.10.2014 sulle conclusioni delle parti, con concessione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali.

La domanda è infondata e deve essere respinta.

La Fe. ha infatti chiesto il risarcimento dei danni da lei subiti a causa delle lesioni riportate in conseguenza dell’esecuzione di un tatuaggio sul collo del piede sinistro sul quale aveva contratto un’infezione che la aveva costretta a sottoporsi a successivo intervento di rimozione, da cui era derivato un danno biologico ed un danno patrimoniale riconducibile al rallentamento della sua attività lavorativa nel periodo relativo alle cure che aveva dovuto subire.

A sostegno della domanda parte attrice ha dedotto l’applicabilità dell’art. 2050 c.c. ritenendo che il trattamento al quale si era sottoposta doveva ritenersi un’attività pericolosa, ha allegato che l’esecuzione di esso era stata effettuata, con grande probabilità, senza l’adozione delle adeguate cautele igienico/sanitarie. Ha pure negato, sia pure in relazione alle avverse produzioni, di aver mai sottoscritto il consenso informato relativamente al trattamento che doveva subire.

Tanto premesso, deve innanzi tutto escludersi che l’esecuzione del tatuaggio possa essere qualificata come un’attività pericolosa in quanto tale ascrivibile nell’area di applicazione dell’art. 2050 c.c. con tutte le conseguenze processuali da ciò derivanti in ordine all’onere della prova.

Si osserva infatti che l’esecuzione di un tatuaggio, pur caratterizzata dai rischi connessi alla invasività di un intervento sottocutaneo con aghi, non presenta la “ notevole potenzialità dannosa” propria della fattispecie di cui all’art. 2050 c.c.: anche le linee guida varate dal Ministero della Sanità (e prodotte dalla parte attrice) nonché la normativa regolamentare volta a disciplinare lo svolgimento dell’attività del tatuatore la descrivono come una pratica dalla quale possono derivare rischi di infezione evitabili con una accurata igiene ma non è rinvenibile alcun riferimento ad una pericolosità intrinseca dell’operazione.

Ciò detto deve verificarsi se sulla base delle prove raccolte nel corso dell’istruttoria, sia configurabile una condotta negligente od imprudente delle parti convenute che abbia causato alla Fe. il danno dedotto.

Al riguardo è utile preliminarmente quantificare l’attività del tatuatore attraverso l’esame della normativa secondaria esistente, contenuta sia nelle linee guida del Ministero della Sanità del 1996 e del 1998, sia nei Regolamenti delle Giunte Regionali e, per ciò che qui interessa nella deliberazione della Giunta Regionale del Lazio del 22.9.1 998 no 4796: in esse viene espressamente escluso che l’esecuzione di un tatuaggio possa essere qualificata come una attività sanitaria, ritenendosi, peraltro che “ l’attività connessa all’esecuzione di tatuaggi e piercing, stante le possibili implicazioni sanitarie, imponga un controllo puntuale delle condizioni igieniche ed organizzative in cui la stessa si svolge.”

Deve quindi escludersi che per essa, in mancanza di una specifica disposizione (non contenuta nella legge regionale del Lazio) sia obbligatorio il rilascio, da parte dell’utente, del consenso informato indispensabile soltanto per i trattamenti sanitari(necessarie non necessari v. da ultimo Cass. 12830/2014) e psicologici riconducibili alle prescrizioni dell’art. 32 Cost.

Pur essendo previsto nelle linee guida del Ministero della Sanità l’obbligo da parte degli operatori della necessaria informativa al pubblico dei rischi connessi tali procedure(imposizione ben diversa dall’obbligo del consenso informato), tale prescrizione è priva di indicazioni operative e, nel caso di specie, le deboli allegazioni della parte attrice sul punto non consentono di ritenere che il danno subito possa essere ascritto a tale eventuale omissione.

Ciò detto occorre verificare, sulla base degli elementi raccolti attraverso le deposizioni testimoniali e la CTU medico legale, se le modalità di esecuzione del tatuaggio in esame possano aver determinato, per negligenza riconducibile alla mancata adozione degli accorgimenti igienici previsti dalle linee guida del Ministero della Salute, l’infezione contratta e, conseguentemente il, danno subito.

Al riguardo si osserva che:

tutti i testi escussi anno riferito che il locale ove era ubicato il centro estetico era composto da cabine separate, ognuna con un ingresso autonomo (teste Al. Sa., che ha riferito la circostanza confermata anche dal teste Bl.); la, teste Ve. Bo. ha precisato che i tatuaggi venivano eseguiti sempre nella stessa cabina (circostanza confermata anche dal teste Ma. Ac.) che veniva precedentemente pulita con disinfettanti specifici e sgombrata delle attrezzature utilizzate per le altre pratiche estetiche. Ha aggiunto che nei giorni in cui veniva utilizzata dalla Al. per i tatuaggi, non veniva usata per altri trattamento estetici. A ciò si aggiunge che dal foglio dell’agenda degli appuntamento del giorno del fatto emerge che la seduta per la Fe. era stata fissata alle 10, circostanza confermata anche dal teste Bl., marito della Fe., che ha smentito che la moglie avesse dovuto attendere il completamento di altre pratiche estetiche(non abbiano atteso e siamo entrati quasi subito”). Non è stata, poi, specificamente contestata la circostanza riferita dalla Al., relativa all’utilizzazione di strumenti monouso per l’esecuzione dei tatuaggi alla Fe., fatto questo confermato dal teste Ac.. La. teste Ve. Bo. ha aggiunto che la strumentazione veniva portata dalla tatuatrice ed era di sua proprietà. Le modalità di esecuzione del tatuaggio, dunque, risultano essere conformi alle prescrizioni delle linee guida ministeriali richiamate (v. doc. 15 fasc. parte attrice) secondo le quali “ gli spazi dove vengono effettuate le procedure devono essere separate dalle sale d’attesa e da quelle designate per la pulizia”. A ciò si aggiunge che l’Al. ha prodotto l’attestato di frequenza del corso di formazione regionale istituito dal Ministero della Sanità e della Legge Regionale 23/1992 per tatuaggi e piercing superando la verifica finale (v. doc. 6 fascicolo convenuta Al. pieni voti pertanto deve ritenersi che ella fosse abilitata alla esecuzione di tale peculiare trattamento.

Dalla CTU medico legale (condivisibile nelle conclusioni e soddisfacente riguardo agli accertamenti svolti) – che ha descritto anche le modalità di esecuzione del tatuaggio – è stato accertato che l’esecuzione di esso sul collo del piede ha determinato un’infezione di conseguente edema in quanto ha agito su tessuti particolarmente sottili dell’area, ischemizzandoli provocandola necrosi. Il CTU ha aggiunto che le lesioni non sono riconducibili ad una cattiva esecuzione del tatuaggio né delle condizioni ambientali né alla mal gestione del decorso: deve ritenersi, quanto al secondo fattore, che la descrizione dei luoghi che emerge dalle complessive deposizioni testimoniali sopra riportate consente di ritenere che le condizioni igieniche osservate non possano essere etiologicamente connesse a porta alla infezione riportata dalla Fe..

Quanto al rilievo formulato dal CTU in ordine alla assenza di sottoscrizione del consenso informato prodotto dalla parte convenuta Al., si rileva – richiamando quanto sopra già argomentato- che il modulo in esame richiama la legge regionale della Toscana (L 31.5.2004 no 28), regione presso la quale la Al.e operava facendo la spola con Roma (v. dichiarazioni rese in sede di interrogatorio formale), e non la regione Lazio in cui operava il Centro Estetico presso il quale il tatuaggio venne eseguito tuttavia, deve rimarcarsi come le modalità con cui diffondere l’informativa non sono state prescritte dettagliatamente alle linee guida ministeriali, ragione per la quale deve ritenersi plausibile, in attesa di una opportuna formazione maggiormente prescrittiva, anche la formula orale. Nel contrasto fra le parti sul punto, l’assenza di prova sull’effettiva comunicazione delle informazioni riguardanti le conseguenze possibili dell’operazione di tatuaggio non si ritiene che possa, di per se sola, configurare un elemento idonee sufficiente per affermare la responsabilità delle parti convenute in ordine all’infezione verificatasi.

In conclusione la domanda deve essere respinta.

Le circostanze che la Fe. abbia comunque riportato un danno alla persona rispetto al quale la responsabilità delle convenute poteva plausibilmente essere ipotizzata, unitamente all’esistenza di un vuoto normativo che, vista la progressiva diffusione di tale pratica estetica, sarebbe necessario colmare in modo più incisivo rendono opportuna la compensazione delle spese fra tutte le parti.

PQM

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita così dispone.

rigetta la domanda.

Compensa le spese fra tutte le parti.

Roma, 4 maggio 2015

Depositata in Cancelleria il 05/05/2015


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