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Lo sai che? Carta di credito clonata: ho diritto al rimborso?

Lo sai che? Pubblicato il 28 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 agosto 2017

Il diritto al rimborso per la carta di credito clonata spetta solo se la banca non dimostra che la frode deriva dalla negligente conservazione del documento da parte dell’utente.

Cosa ci fa quello strano addebito sull’estratto conto della tua carta di credito? Non ricordi di aver mai acquistato da quel negozio, né di aver mai prestato la carta a qualcuno. Cosa può essere successo? Il sospetto di clonazione della carta di credito potrebbe essere più che fondato, ma prima di procedere al blocco della carta e a sporgere querela ai carabinieri è sempre meglio telefonare alla società emittente e prendere informazioni sul beneficiario del pagamento (denominazione sociale, indirizzo, attività). Succede non poche volte infatti che, nel momento in cui si fa un pagamento, si è convinti che il venditore abbia un nome mentre, in realtà, ne ha un altro. Succede ad esempio coi servizi in franchising dove il nome noto è solo quello della società che ha ceduto il marchio, mentre la società che lo gestisce ha una denominazione che potrebbe apparire del tutto sconosciuta. Una volta tolto ogni dubbio, bisogna sapere come muoversi se la carta di credito è stata clonata e soprattutto come ottenere il rimborso.

La prima domanda che vien naturale farsi subito dopo aver bloccato la carta di credito, è se spetta o meno il rimborso della somma prelevata dal conto a seguito della clonazione. Buone notizie: se non sei stato disattento nella custodia della carta e non risulta che la stessa ti è stata rubata o sottratta diverso tempo prima del prelievo senza che tu te ne sia mai accorto, ti spetta il rimborso. L’indirizzo della giurisprudenza [1] è infatti quello di accordare al correntista il diritto a richiedere, direttamente alla società emittente la carta e alla propria banca, la restituzione delle somme spese dai malviventi. La banca è infatti obbligata a informare il cliente, in tempo reale, anche con un sms, di tutti gli acquisti eseguiti con la carta di credito, dimodoché questi possa prontamente bloccarla qualora non siano a lui riconducibili. Ma come ottenere il rimborso? Ecco alcuni importanti consigli.

La prima cosa da fare per ottenere il rimborso è fare denuncia ai carabinieri o alla Polizia: ti puoi recare personalmente senza bisogno di un avvocato; gli agenti redigeranno il verbale che dovrai avere in copia perché andrà inoltrato anche alla banca e alla società emittente la carta. Nello stesso tempo devi bloccare immediatamente la carta di credito, operazione che può essere eseguita telefonando al numero verde. Il correntista che si sia mosso con ritardo non può pretendere dalla banca la restituzione di tutte le somme successivamente utilizzate dai criminali. Così, ad esempio, se l’istituto di credito invia un sms al cliente avvisandolo di un acquisto e questi, solo dopo alcune settimane, contesta l’esecuzione della operazione, perde il diritto al rimborso.

Come abbiamo già spietato in Carta di credito clonata: come difendersi, entro 60 giorni dalla data di emissione dell’estratto conto va inviata per iscritto a Servizi Interbancari una contestazione con, allegato, l’estratto conto, fotocopia fronte-retro della carta clonata tagliata in due e copia della denuncia fatta alle Forze dell’ordine.

Fatto ciò, al titolare della carta spetta sempre il rimborso in automatico, salvo che la banca riesca a dimostrare che la carta sia stata custodita in modo negligente. Un esempio tipico è il furto della borsa lasciata in auto in bella vista. Un altro esempio è la mancata denuncia tempestiva dello smarrimento della carta oppure l’aver fornito il numero della propria carta di credito in risposta a una email chiaramente truffaldina (phishing). Un ultimo esempio è l’aver prestato la carta a terzi e non averla richiesta per molto tempo.

Se la banca contesta la negligenza del cliente, spetterà a quest’ultimo dimostrare il contrario.

La Cassazione ha detto a riguardo che [2]: il furto della carta di credito non esclude l’imputabilità delle operazioni in capo all’intestatario. In caso di furto di carta di credito, affinché l’intestatario della carta non sia chiamato a responsabilità per le operazioni effettuate successivamente al furto, occorre depositare tempestiva denuncia. Le operazioni effettuate dal momento del furto al momento del deposito della denuncia sono imputabili al titolare della carta a meno che non si fornisca la prova di mancata diligenza del soggetto che ha accettato il pagamento.

Se il cliente fa richiesta di rimborso dei soldi utilizzati a seguito della clonazione della carta di credito, e la banca non risponde, può rivolgersi all’Arbitro Bancario e finanziario (Abf) Si tratta di un arbitrato che, a costo praticamente nullo, risolve la controversia, di solito riconoscendo le ragioni del cittadino.

Di recente, l’Abf ha detto [3] che spetta alla banca l’onere di provare di aver posto in essere tutte le procedure necessarie onde evitare il compimento di operazioni fraudolente sulla carta di credito.

Nel caso in esame una correntista aveva richiesto il rimborso di alcune operazioni di acquisto effettuate con la propria carta di credito che, a suo dire, erano fraudolente in quanto non dalla stessa poste in essere. La Banca, da parte sua, aveva negato la richiesta restitutoria asserendo che la correntista non aveva utilizzato il modulo predisposto dall’Istituto di credito al fine del disconoscimento delle operazioni. Di conseguenza li caso è stato sottoposto all’esame dell’Abf.

note

[1] Trib. Campobaso sent. n. 479/2013 e Trib. Milano, sent. del 27.12.1982.

[2] Cass. sent. n. 6751/2016.

[3] ABF. sent. n. 9671/17

Tribunale Campobasso, 23/10/2013, n. 479

In caso di contestazione da parte del cliente delle scritture contabili bancarie relative ad un determinato rapporto di conto corrente, la Banca di regola (e salvo il disposto dell’art. 2710 c.c. per i clienti imprenditori ma con le specificazioni del caso) ha l’onere di dimostrare l’insussistenza di: a) errori nel calcolo relativo alle annotazioni; b) oppure errori nell’annotazione di una o più specifiche operazioni, in quanto relative ad addebiti inesistenti o solo parzialmente esistenti; c) oppure dolose falsità di una o più annotazioni commesse materialmente o tramite forzatura del terminale; d) oppure derivazione di una o più annotazioni da operazioni anomale non riconducibili all’interessato, come ad esempio quelle derivanti da reati informatici su conti telematici, oppure da clonazione della carta di credito elettronica (in simili ipotesi però, ove la banca lamenti una negligenza del cliente, grava su quest’ultimo l’onere di provare la propria diligenza).

Tribunale Milano, 27/12/1982,

Il titolare di carta di credito che la custodisce in modo negligente risponde a titolo di risarcimento danno per il mancato rimborso alla banca di quanto corrisposto al terzo anche se a sua insaputa.

Tribunale Lucca, sent. n. 875/2016

L’istituto di credito è responsabile per il mancato immediato blocco della carta di credito – di fronte ad una richiesta urgente e motiva presentata dal titolare della carta – che ha comportato una perdita patrimoniale.

Cassazione civile, sez. I, 07/04/2016, (ud. 21/01/2016, dep.07/04/2016), n. 6751

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L.L. ricorre avverso la sentenza numero 916 del 2011 pronunciata dal tribunale di Livorno che ha accolto l’appello presentato da Findomestic Banca S.p.A. (già Findomestic s.p.a.) avverso la sentenza n. 693 del 24 maggio 2007 con cui il giudice di pace della medesima città aveva revocato il decreto ingiuntivo con cui era stato ingiunto all’odierno ricorrente il pagamento della somma di Euro 1748,48, più interessi di mora e spese, oltre la condanna alla restituzione al ricorrente odierno della somma di Euro 150,00 con riferimento all’accertato inadempimento della banca agli obblighi derivanti dal contratto di emissione di una carta di credito prepagata.

Il giudice d’appello rilevava che dovesse ritenersi accertato il grave inadempimento del L. alle proprie obbligazioni contrattuali, segnatamente conseguente al non aver diligentemente custodito la carta nella palestra ove aveva esercitato attività motoria, tanto da subirne il furto, a non aver diligentemente verificato il perdurante possesso della medesima, tanto da essersi accorto del furto solo nella giornata successiva c a non aver tempestivamente avvisato la banca dell’avvenuta perdita di possesso.

Ne conseguiva che legittimo dovesse ritenersi il comportamento della banca che aveva dato corso ai pagamenti a favore degli esercenti commerciali presso i quali la carta prepagata era stata abusivamente utilizzata da parte dell’autore del furto nella serata precedente a quella del blocco della carta. Un inadempimento ritenuto dalla sentenza impugnata “gravemente colposo”, al punto da non ritenere il L. nemmeno legittimato a invocare il limite di responsabilità di Euro, 150,00 contrattualmente previsto a favore del cliente, che doveva ritenersi quindi tenuto al pagamento dell’intero importo delle transazioni abusivamente effettuate, con conseguente legittimità del decreto ingiuntivo emesso, che veniva pertanto confermato.

Avverso tale pronuncia L.L. propone ricorso per cassazione affidato a sei motivi ed ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..

Resiste la Findomestic Banca s.p.a. con controricorso.

All’udienza del 21 gennaio 2016 il Procuratore generale ed il difensore del ricorrente precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 56, (c.d. “Codice del consumo”), e segnatamente del suo secondo comma che stabilisce che “l’istituto di emissione della carta di pagamento riaccrediti al consumatore i pagamenti dei quali questi dimostri l’eccedenza rispetto al prezzo pattuito, ovvero l’effettuazione mediante l’uso fraudolento della propria carta di pagamento da parte del professionista o di un terzo, fatta salva l’applicazione del D.L. 3 maggio 1991, n. 143, art. 12, convertito con modificazioni dalla L. 5 luglio 1991, n. 197”. A parere del ricorrente questa normativa sarebbe applicabile al caso di specie in quanto, pur se riferita ai contratti a distanza, esprimerebbe un principio generale, applicabile a tutte le transazioni effettuate tramite carta di credito.

Ne conseguirebbe che l’addebito al consumatore non sarebbe legittimo quando l’acquisto avvenga a seguito di un contratto stipulato da una persona fisica qualora l’esercente versi in grave colpa, avendo la possibilità di identificare il portatore. Il giudice di appello avrebbe paradossalmente interpretato la disposizione, nel senso che l’istituto di emissione sarebbe legittimato a contestare al titolare della carta una colpa, facendogli quindi pagare i relativi importi, ed a contestare, poi, un’analoga colpa all’esercente commerciale, così da poter trattenere gli importi corrisposti.

Il motivo è infondato.

Come ammette lo stesso ricorrente, il D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 56, si applica esclusivamente ai contratti a distanza. A mente dell’articolo 51 del medesimo decreto legislativo, intitolato “campo di applicazione”, infatti, le disposizioni della Sezione Prima del Capo Primo del Titolo terzo del decreto si applicano ai contratti a distanza: con espressa esclusione dei soli contratti relativi ai servizi finanziari, di quelli conclusi tramite distributori automatici, di quelli conclusi con operatori di telecomunicazioni impiegando telefoni pubblici, dei contratti aventi a oggetto la costruzione, la vendita o a altri diritti su immobili, di vendita all’asta: tutti, estranei al caso di specie.

Del resto, la nozione di contratto a distanza si ricava dal precedente art. 45 del medesimo decreto, laddove espressamente prevede che la normativa ivi descritta si applichi ai contratti conclusi tra un professionista e un consumatore e concerna la fornitura di beni o la prestazione di servizi stipulati durante la visita del professionista al domicilio del consumatore, ovvero sul posto di lavoro o nei locali in cui il consumatore si trovi, anche temporaneamente, per motivi di lavoro, di studio, di cura, ovvero durante un’escursione organizzata dal professionista al di fuori dei propri locali commerciali; ovvero, in un’area pubblica o aperta al pubblico, mediante sottoscrizione di una nota d’ordine comunque denominata; o ancora, per corrispondenza, o comunque in base a un catalogo che il consumatore abbia avuto modo di consultare senza la presenza del professionista.

Anche queste sono ipotesi estranee al caso di specie.

Oggetto della presente controversia è infatti la disciplina applicabile ad un contratto di utilizzazione di una carta di credito, stipulato tra la banca c il cliente, senza alcun riferimento alle ipotesi di conclusione a distanza: circostanza, che non risulta minimamente dedotta nei precedenti gradi del giudizio, come espressamente eccepisce la parte controricorrente.

Il secondo motivo di ricorso si riduce alla denuncia di violazione dell’art. 1176 cod. civile, per effetto dell’errore in cui sarebbe incorso il giudice d’appello nell’omettere completamente, in sede di motivazione, la considerazione della negligenza degli esercenti commerciali che avevano disposto e accettato il pagamento tramite uso della carta di credito.

Il motivo è infondato.

La motivazione della sentenza impugnata si basa sull’attribuzione all’odierno ricorrente della responsabilità per omessa custodia e per omessa tempestiva denunzia alla controparte contrattuale della sottrazione dello strumento di pagamento; e solo in via del tutto accessoria, si occupa della questione della utilizzazione fraudolenta della medesima carta. Di talchè, l’argomento della responsabilità dei terzi che abbiano accettato l’utilizzo dello strumento di pagamento appare del tutto irrilevante ai fini della decisione della controversia in esame.

I tre successivi motivi possono essere esaminati congiuntamente per affinità di contenuto.

Con il terzo, si lamenta l’illogicità della motivazione in ordine alla gravità della colpa addebitata al ricorrente, ravvisata nell’aver portato la carta in palestra, nel non aver controllato se essa fosse ancora nella propria disponibilità al termine dell’attività sportiva e nell’aver completamente omesso di accertare l’avvenuta trasmissione della denuncia di smarrimento alla banca.

Con il quarto, si denuncia l’incongruità della motivazione nel ritenuto difetto di prova che le firme sulle distinte di autorizzazione ai pagamenti fossero palesemente contraffatte; senza considerare che lo stesso ricorrente aveva chiesto, sin dal primo grado di giudizio, l’esibizione delle medesime distinte contenenti le firme rese asseritamente contraffatte.

Con il quinto, si denuncia genericamente una violazione della normativa processuale.

I motivi sono infondati.

Va preliminarmente rilevato che tutte le doglianze in esame, pur denunciando un vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, in realtà propongono alla Corte una richiesta di riesame del merito della controversia, che non può trovare ingresso in questa sede.

La motivazione della sentenza impugnata richiama la documentazione in atti e mette in risalto un’omissione di diligenza nella custodia della carta. Le argomentazioni in fatto contenute nella decisione impugnata sono contrastate nei motivi di ricorso senza allegazione di veri vizi logici, ma semplicemente sulla base della prospettazione di una diversa opzione ermeneutica.

Da respingere è anche la denunciata violazione della normativa processuale connessa alla valutazione sulla data di trasmissione della denuncia di smarrimento della carta, non ulteriormente specificata, tanto da non consentire alla Corte di poter apprezzare il contenuto della doglianza.

Inammissibile si palesa, poi, la censura dell’erroneità della motivazione sul punto relativo alla data della trasmissione dalla denuncia alla Findomestic, posto che il motivo difetta di autosufficienza, non essendo trascritto il contenuto del documento dal quale si evincerebbe il contrario di quanto affermato nella sentenza.

Pure inammissibile si palesa il sesto motivo di ricorso, relativo all’omissione dell’accertamento, da parte del giudice di appello, del carattere di vessatorietà di una non meglio precisata clausola contrattuale asseritamente “imposta dalla compagnia di assicurazione”, privo com’è di qualsiasi riferimento formale o sostanziale ad uno dei canoni previsti dall’art. 360 c.p.c., e peraltro riferito ad una non meglio identificata compagnia di assicurazione.

Il ricorso è dunque infondato e va respinto; con la conseguente condanna alla rifusione delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo, tenuto conto del valore della causa e del numero e complessità delle questioni svolte.

P.Q.M.

– rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali rimborso in favore della controricorrente delle spese di questo giudizio liquidate in complessivi Euro 1.700,00, di cui Euro 1.500,00 per compenso, oltre spese generali forfettarie e gli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 21 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2016


Arbitro Bancario Finanziario, Collegio di Milano, sentenza 21 marzo – 2 agosto 2017, n.9671
Presidente Lapertosa – Relatore Di Nella

Fatto

La ricorrente lamenta quanto segue.
– In data 13/11/2015, la ricorrente disconosceva tramite reclamo due operazioni di pagamento eseguite fraudolentemente on line con la carta di credito rilasciatale dall’intermediario.
– Gli addebiti contestati riguardavano un pagamento per Euro 19,90 del 11/08/2015 ed uno di Euro 684,87 del 23/09/2015.
– Non avendo ricevuto risposta, la cliente si rivolgeva ad un procuratore per sollecitare il pagamento della somma di Euro 704,77 da parte dell’intermediario e di spese concorrenti per Euro 150,00.
– L’intermediario con comunicazione del 28/01/2016 negava il rimborso, opponendo l’inottemperanza alle indicazioni contenute nella propria comunicazione del 2/12/2015.
– La ricorrente non aveva però mai ricevuto la relativa comunicazione del dicembre 2015 e, ciononostante, aveva diligentemente contestato le operazioni disconosciute, indicandole specificamente entro il termine di sessanta giorni.
– Il mancato utilizzo del modulo predisposto dall’intermediario non implicava dunque alcuna decadenza dalla facoltà di chiedere il rimborso oggetto di controversia.
– Alla luce di tali considerazioni, la cliente presentava ricorso all’arbitro chiedendo la restituzione della somma di Euro 704,77, nonché gli interessi e le spese legali.
In sede di controdeduzioni, parte resistente ha dedotto, tra l’altro, quanto segue.
– La ricorrente trasmetteva via fax il reclamo in data 13/11/2015 limitandosi a disconoscere le operazioni oggetto di controversia, senza però fornire ulteriori indicazioni.
– In particolare, la cliente non menzionava l’eventuale perdita del possesso della carta, né forniva alcuna prova circa la propria estraneità alle transazioni contestate.
– Il suddetto reclamo veniva riscontrato dall’intermediario con missiva del 2/12/2015, comunicando l’intervenuto blocco della carta e fornendo le indicazioni per avviare la procedura di disconoscimento.
– L’intermediario evidenziava, in particolare, come la ricorrente non avesse presentato denuncia in ordine all’utilizzo fraudolento contestato.
– Successivamente, perveniva la missiva del legale della cliente del 28/12/2015, alla quale l’intermediario rispondeva con lettera del 28/01/2016, evidenziando l’impossibilità di procedere al riaccredito degli importi contestati.
– Se il disconoscimento della prima operazione fosse stato tempestivo, si sarebbe potuta evitare l’esecuzione della seconda operazione contestata.
– L’esame del rendiconto induceva poi a ritenere che la cliente non fosse affatto estranea ai movimenti contestati; – in particolare, uno dei servizi addebitati sembrava riconducibile all’acquisto in via continuativa di ricariche telefoniche.
– Emergeva in ogni caso la colpa grave della cliente, poiché essa non aveva proceduto all’immediato blocco della carta di credito, né alla denuncia del suo uso fraudolento.
– La ricorrente procedeva peraltro al disconoscimento (con fax del 13/11/2015) soltanto dopo un lungo lasso di tempo dal recapito dei rendiconti che comunicavano i relativi addebiti (risalenti al 7/09/2015 ed al 5/10/2015). Si poteva dunque sostenere che se fosse stata tempestivamente disconosciuta la prima operazione si sarebbe potuta evitare la seconda attraverso il blocco della carta. In tale ipotesi, infatti, il primo importo (inferiore alla franchigia di legge) sarebbe comunque rimasto a carico della ricorrente, ma si sarebbe potuta evitare la perdita connessa alla seconda operazione.
In risposta alle controdeduzioni, la ricorrente ha dedotto quanto segue: – l’intermediario indicava nelle proprie controdeduzioni fatti impeditivi del rimborso differenti rispetto a quelli dedotti in sede di risposta al reclamo.
– Nella comunicazione del 28/01/2016 la banca aveva infatti negato il rimborso richiesto per mancata conferma del blocco della carta e per mancato utilizzo dell’apposito modulo di disconoscimento. In sede di controdeduzioni, invece, detto rifiuto veniva motivato sulla base della mancata presentazione della denuncia e per la tardività del disconoscimento delle operazioni.
– La deduzione di diversi fatti ostativi rispetto a quelli oggetto del procedimento di reclamo risultava, oltre che inammissibile, comunque inutile ai fini del rigetto del ricorso.
– In particolare, il procuratore della cliente evidenziava che la denuncia alla P.G. non avrebbe valore di prova (essendo il suo contenuto liberamente rimesso al denunciante) e che la propria assistita si fosse comportata diligentemente nell’attivare la procedura di disconoscimento.
In risposta alle predette repliche, la resistente ha sottolineato la natura autonoma delle controdeduzioni rispetto all’atto di riscontro del reclamo. In particolare, la convenuta ha negato che le difese dedotte in quest’ultimo atto avessero rilevanza preclusiva nell’ambito della successiva procedura stragiudiziale.
La parte ricorrente chiede il rimborso di Euro 704,77, nonché gli interessi e le concorrenti spese (quantificate nel reclamo in Euro 150,00).
L’intermediario resistente chiede: – in via principale, di rigettare il ricorso; – in via subordinata, di applicare alla richiesta di rimborso la franchigia di Euro 150,00.

Diritto

Con il “reclamo” presentato con fax del 13.11.2015 la ricorrente disconosceva due operazioni non autorizzate, ma non chiedeva il blocco della carta e non specificava se aveva perduto il possesso della stessa. Queste due operazioni risultano essere state effettuate online e consistono in un pagamento di Euro 19,90 del 11/08/2015 ed uno di Euro 684,87 del 23/09/2015. Tra queste due operazioni risultano agli atti altri movimenti non contestati dalla ricorrente. Da questo si desume che la carta è rimasta in suo possesso, ma che qualcuno ha avuto accesso alla stessa per compiere le predette operazioni, senza averne la relativa autorizzazione della titolare.
Nel merito, la vicenda va decisa in base alla disciplina del D.Lgs. n. 11 del 2010 che regola gli obblighi delle parti e la ripartizione delle responsabilità per le ipotesi di operazioni fraudolente poste in essere con gli strumenti di pagamento.
Ai fini della decisione, occorre valutare se al ricorrente sia imputabile una condotta connotata da dolo o colpa grave in violazione agli obblighi sui di lui gravanti in forza dell’art. 7, gravando altrimenti il rischio di operazioni fraudolente sull’intermediario ai sensi dell’art. 12 D.Lgs. n. 11 del 2010. La prova dei fatti a carico dell’utilizzatore dello strumento di pagamento è posta a carico dell’intermediario dall’art. 10 D.Lgs. n. 11 del 2010.
L’intermediario è altresì tenuto a fornire la prova di aver adempiuto gli obblighi su di lui gravanti in forza della disciplina ex D.Lgs. n. 11 del 2010.
Il Collegio deve rilevare che l’intermediario non ha provato ai sensi di quanto dispone l’art. 10 D.Lgs. che le operazioni di pagamento siano state autenticate, correttamente registrate e contabilizzate e che pertanto la ricorrente non ha subito le conseguenze del malfunzionamento delle procedure necessarie per la loro esecuzione o di altri inconvenienti.
Il sistema di cui al D.Lgs. n. 11 del 2010, in caso di violazione degli obblighi gravanti sull’intermediario, imputa quindi a quest’ultimo la responsabilità per le operazioni fraudolente eseguite a danno del cliente, obbligandolo al rimborso degli importi fraudolentemente sottratti a quest’ultimo.
Quanto agli interessi legali chiesti dalla ricorrente, è orientamento del Collegio riconoscere la loro corresponsione dal momento del reclamo, trattandosi di una obbligazione pecuniaria di natura meramente restitutoria e non risarcitoria (Collegio di coordinamento, decisione n. 5304/2013).
La ricorrente avanza infine domanda di refusione delle spese legali per Euro 150,00. La richiesta deve essere respinta in ragione del fatto che queste non costituiscono un pregiudizio suscettibile di essere ristorato, considerata la natura seriale del ricorso de quo (in tal senso, tra le tante, Collegio di coordinamento, decisione n. 3498/2012).

P.Q.M.

Il Collegio accoglie parzialmente il ricorso e dispone che l’intermediario corrisponda alla parte ricorrente la somma di Euro 704,77, oltre a interessi dal reclamo al saldo.
Il Collegio dispone inoltre, ai sensi della vigente normativa, che l’intermediario corrisponda alla Banca d’Italia la somma di Euro 200,00, quale contributo alle spese della procedura, e alla parte ricorrente la somma di Euro 20,00, quale rimborso della somma versata alla presentazione del ricorso.


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