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Lo sai che? Carta di credito aziendale per spese personali: quali rischi?

Lo sai che? Pubblicato il 28 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 agosto 2017

Reato per chi possiede legittimamente la carta di credito aziendale ma fa spese per conto proprio.

Occhio a usare la carta di credito o il bancomat dell’azienda per spese personali. In tal caso, pur avendo la legittimazione al possesso della tessera magnetica, l’utilizzo per scopi non previamente autorizzati dal datore costituisce reato. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Per comprendere la questione ricorriamo a un esempio.

Immaginiamo un uomo che abbia ricevuto, dall’azienda presso cui lavora, la carta di credito intestata alla società per poter pagare le spese di viaggio e la benzina delle trasferte. Un giorno, però, non disponendo di denaro contante, utilizza detta carta per acquistare una cravatta per sé stesso. Al rientro sul lavoro, dimentica di dirlo al capo il quale, però, se ne accorge dopo un mese tramite la lettura dell’estratto conto della carta medesima. Così non solo licenzia il dipendente infedele ma lo denuncia per appropriazione indebita. Il lavoratore si giustifica sostenendo che la spesa, sebbene per fini personali, non è avvenuta in malafede, anche se c’è stata – lo ammette – una propria dimenticanza nell’informare i superiori. Inoltre fa rilevare che, comunque, egli aveva avuto l’autorizzazione all’uso della carta. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, nei confronti del soggetto legittimato all’uso di una carta di credito aziendale che la utilizzi per spese personali, diverse da quelle consentitegli, è ravvisabile il reato di appropriazione indebita peraltro «aggravato» per aver abusato delle relazioni di lavoro [2].

La Corte ricorda che la legge [3] sanziona chiunque al fine di trarne profitto per sè o per altri «indebitamente utilizza, non essendone titolare» una carta di credito o documento analogo. Dunque per far scattare il reato è sufficiente che:

  • la carta di credito sia intestata a un altro soggetto, nella specie l’azienda o il datore di lavoro;
  • la spesa sia avvenuta per fini diversi da quelli autorizzati previamente;
  • non ci sia stata una successiva autorizzazione della spesa predetta.

note

[1] Cass. sent. n. 7910/2017.

[2] Art. 61 n. 11 cod. pen.

[3] D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, co. 9.

Cassazione penale, sez. II, 20/01/2017, n. 7910

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza del 31 maggio 2016 il Tribunale di Ferrara dichiarava non doversi procedere nei confronti di C.M. in ordine al reato di cui all’art. 81 c.p., e D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, comma 9, perchè il fatto non sussiste; il giudice perveniva alla soluzione di cui in sentenza, argomentando che l’imputato era legittimato all’uso della carta di credito aziendale (tanto che aveva un proprio PIN personale), per cui l’uso della carta per effettuare rifornimento a mezzi non aziendali non integrava il reato ascritto, posto che tale irregolarità non atteneva ad un difetto di legittimazione nell’uso della carta, ma unicamente ad una infedeltà del dipendente.

1.1 Avverso la sentenza ricorre per Cassazione il Pubblico Ministero, osservando come C. non fosse titolare della tessera, per cui doveva ritenersi configurato tanto l’elemento oggettivo del reato (ovvero l’abusivo impiego della carta di pagamento da parte di soggetto non titolare della stessa) quanto quello soggettivo (consistente nella coscienza e volontà di porre in essere la condotta per finalità di profitto proprio o altrui); anche a voler ammettere che C. potesse essere qualificato titolare della tessera, il fatto sarebbe stato comunque penalmente rilevante sotto il profilo dell’appropriazione indebita.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è fondato.

2.1 Il D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, comma 9, sanziona chiunque al fine di trarne profitto per sè o per altri “indebitamente utilizza, non essendone titolare” una carta di credito o documento analogo; occorse quindi accertare se, ne caso in esame, C. fosse o meno titolare della carta da lui utilizzata per il rifornimento di mezzi non aziendali.

Questa Corte ritiene che la risposta al superiore quesito debba essere affermativa: a prescindere dal dato formale che la tessera fosse intestata alla società, C’era infatti nel possesso della stessa e del relativo PIN, per cui si deve ritenere che sussistesse in capo a lui la titolarità della stessa, visto che ne poteva disporre senza alcuna ingerenza da parte dell’intestatario.

Diversamente da quanto ritenuto dal giudice per le indagini preliminari, però, non si può ritenere che il comportamento tenuto da C. non sia penalmente rilevante, posto che, ove venisse dimostrata l’ipotesi dell’accusa, C. si sarebbe comunque appropriato della tessera di cui aveva il possesso, procurandosi un ingiusto profitto (il carburante prelevato), integrando così la fattispecie prevista dall’art. 646 c.p., aggravato ai sensi dell’art. 61 c.p., n. 11.

La sentenza impugnata deve essere quindi annullata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna per il giudizio.

Così deciso in Roma, il 20 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2017


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