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Addio assegno di divorzio per le professoresse

30 agosto 2017


Addio assegno di divorzio per le professoresse

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 agosto 2017



L’ex moglie che fa l’insegnante ha un reddito sufficiente per vivere e mantenersi da sola.

Inutile cercare soldi all’ex marito se già si ha uno stipendio dignitoso come quello di una professoressa: il mantenimento è dovuto solo se la donna è incapace di provvedere a sé stessa da sola e ciò non dipende da sua inerzia o colpa. Non è il caso, ad esempio, di chi riesce a guadagnare (secondo il tribunale di Milano) almeno mille euro al mese, di chi – nonostante la giovane età – non si dà da fare per cercare un’occupazione o di colei che si è dimessa dal lavoro perché ambisce a posizioni più elevate. Risultato: anche se il marito è molto facoltoso e il divario con la busta paga della moglie è netto, a quest’ultima non è dovuto l’assegno mensile. È questa la sintesi di una interessantissima sentenza emessa ieri dalla Cassazione [1] che conferma la rivoluzionaria pronuncia del 10 maggio scorso in tema di assegno di divorzio [2]. La posizione assunta ora dai giudici è quella di ritenere il mantenimento non più dovuto se c’è «autosufficienza economica», a prescindere dal reddito dell’ex coniuge. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere perché i giudici hanno decretato l’addio all’assegno di divorzio per le professoresse e per tutte le altre donne con un lavoro che garantisce loro un reddito sufficiente a mantenersi da sole.

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Divorzio: che succede se c’è sproporzione tra i redditi dei coniugi, il marito, benché molto ricco, non deve più pagare gli alimenti alla moglie che ha un suo stipendio. Scopo ormai del mantenimento non è più quello di garantire lo stesso tenore di vita che aveva la coppia quando ancora viveva insieme, ma solo un sostegno economico a chi non riesce a provvedere alle spese quotidiane; con la conseguenza che se quest’ultimo ha già di che vivere non ha diritto ad alcunché. La differenza rispetto al passato è netta e si può esemplificare con un esempio che, per ovvie ragioni, dovrà approssimare il ragionamento e il metodo di calcolo.

Prima della sentenza della Cassazione del 10 maggio scorso, il giudice eseguiva tali operazioni:

  • sommava il reddito del coniuge più benestante al reddito di quello più “povero” (di solito la moglie) al fine di ricostruire il tenore di vita che aveva la coppia durante il matrimonio. Il risultato veniva diviso per due. Facciamo un esempio numerico. Immaginiamo una coppia in cui il marito guadagna 2.000 euro mensili e la moglie, con un part time, solo 400 euro al mese. Il tenore della coppia è di 2.400 euro al mese, per circa 1.200 euro a testa. Con la separazione bisognava cercare di garantire alla moglie il raggiungimento di tale importo (1.200 euro mensili);
  • dal reddito del coniuge più benestante, tenuto quindi a versare il mantenimento, si sottraevano le spese che questi era tenuto a sopportare con la separazione: affitto, mutuo, bollette, eventuale presenza di un’altra famiglia o di un nuovo figlio, spese mediche, ecc. Nell’esempio di poc’anzi, il marito dovrà corrispondere circa 400 euro per l’affitto e altri 200 euro per bollette e spese varie. Il suo reddito netto, da 2.000 euro, passa a circa 1.600 euro;
  • il risultato veniva diviso a metà e, da questo, veniva decurtato il reddito percepito dalla moglie. La differenza costituiva l’entità dell’assegno di divorzio. Quindi, dai 1.600 euro al mese del marito, circa 500-600 euro finivano alla moglie, dimodoché all’esito del pagamento dell’assegno, i due redditi netti erano quasi identici (circa mille euro a testa).

Oggi, invece, il giudice non deve più garantire lo stesso tenore di vita ai due coniugi, ma solo assicurare al più povero l’autosufficienza economica. Così, in una coppia dove il marito guadagna 5.000 euro al mese e la moglie 1.000, a quest’ultima non è dovuto il mantenimento. Ecco perché l’assegno di divorzio viene automaticamente escluso per tutta una serie di categorie professionali dove il reddito è sufficiente a vivere e mantenersi come le professoresse o i dipendenti della pubblica amministrazione con un contratto full time.

Solo se viene accertato che esistono le condizioni per l’assegno il tribunale può compiere il passo successivo per stabilire il suo ammontare.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

[2] Cass. ord. n. 20525/17 del 29.08.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 giugno – 29 agosto 2017, n. 20525
Presidente Scaldaferri – Relatore Bisogni

Rilevato che

1. Il Tribunale di Fermo ha statuito sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da Ma. Ba. e Lu. Co. imponendo la corresponsione di un assegno divorzile in favore della Co. in ragione della forte sproporzione delle situazioni reddituali e patrimoniali delle parti e al fine di una conservazione, almeno tendenziale, in favore del coniuge economicamente più debole del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
2. Tale decisione è stata confermata dalla Corte di appello di Ancona con sentenza n. 617/2015.
3. Ricorre per cassazione Ma. Ba. deducendo, con il primo motivo di impugnazione, la violazione e falsa applicazione dell’art. 5 comma 4 della legge n. 898/1970 e dei parametri legali ivi indicati nonché la contraddittorietà intrinseca della pronuncia. Lamenta il ricorrente che non sia stata adeguatamente valutata la circostanza dell’attribuzione alla Co. della somma di lire 157.000.000 prima della pronuncia relativa al divorzio e che non si sia tenuto conto delle condizioni economiche della Co. (stipendio mensile di professoressa di matematica, casa di abitazione di sua proprietà, recenti investimenti immobiliari) che escludono la sussistenza dei presupposti per la attribuzione di un assegno divorzile in suo favore.
4. Si difende con controricorso la Co..

Ritenuto che

5. Il ricorso deve essere accolto dando così continuità alla recente giurisprudenza di questa Corte (Cass. civ. sez. I n. 11504 del 10 maggio 2017) secondo cui il diritto all’assegno di divorzio, di cui all’art. 5, comma 6, della L. n. 898 del 1970, come sostituito dall’art. 10 della L. n. 74 del 1987, è condizionato dal suo previo riconoscimento in base ad una verifica giudiziale che si articola necessariamente in due fasi, tra loro nettamente distinte e poste in ordine progressivo dalla norma (nel senso che alla seconda può accedersi solo all’esito della prima, ove conclusasi con il riconoscimento del diritto): una prima fase, concernente l’an debeatur, informata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno dei coniugi quali persone singole ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o meno, del diritto all’assegno divorzile fatto valere dall’ex coniuge richiedente; una seconda fase, riguardante il quantum debeatur, improntata al principio della solidarietà economica dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro quale persona economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.), che investe soltanto la determinazione dell’importo dell’assegno stesso.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Ancona che in diversa composizione deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

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