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Condannato in primo grado: si va in galera?


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 agosto 2017



La condanna in primo grado non comporta necessariamente la reclusione in carcere: la presunzione di non colpevolezza copre fino al terzo grado di giudizio.

Il nostro ordinamento prevede, come noto, tre gradi di giudizio, differenti fra loro per composizione, competenza e limiti giurisdizionali. L’effettività del nostro sistema si basa anche su questa ripartizione, che permette ad ogni imputato di vedersi garantire la tutela al diritto alla difesa nel suo significato più profondo e completo. Allo stesso tempo, l’effettività della pena e la finalità rieducativa della stessa sono tutelate dalla costituzione e dalle leggi del nostro ordinamento

Ad una condanna alla reclusione in primo grado, tuttavia, non sempre segue l’effettivo ingresso del condannato nell’istituto penitenziario. Le motivazioni, oltre che di natura processuale penalistica, risiedono anche nella considerazione che il nostro sistema prevede la pena detentiva come extrema ratio, cioè come ultima soluzione applicabile, in quanto limitativa della libertà personale del condannato.

Condanna e carcere: verità processuale e sentenze ribaltate

Ogni pena detentiva comporta infatti la privazione della libertà dell’individuo, che costituisce diritto fondamentale della persona nel nostro ordinamento e che, secondo la carta costituzionale, non può essere limitata se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge [1].

Inoltre, è importante ricordarlo, non soltanto la verità processuale non sempre corrisponde alla verità storica dei fatti, ma molto spesso nelle aule di giustizia italiane, come peraltro anche in quelle degli altri paesi, europei o extra europei, si assiste a ribaltamenti delle decisioni prese nei gradi precedenti. Possono intervenire fatti nuovi – la cui ammissibilità va valutata alla luce della normativa processual penalistica – o, per il giudizio di cassazione, può accertarsi come non sia stata correttamente applicata la legge. Specialmente nell’ambito penalistico, queste garanzie di verifica e controllo costuiscono un presidio irrinunciabile, a fronte del fatto che le condanne alla reclusione o all’arresto hanno come grave conseguenza la privazione della libertà personale, che non può essere limitata senza considerare tutte le circostanze del caso. A prescindere dall’errore umano o applicativo, che può verificarsi come in ogni settore dell’azione umana, la possibilità di modificare una precedente statuizione del giudice ad opera di un’altra autorità giudiziaria – fermo restando che si sia ottenuta tale modificazione secondo le modalità di legge – lungi dall’essere indice di incertezza ricostruttiva, costituisce al contrario sintomo ed emblema della finalità di un sistema giustizia che funzioni a dovere, nel quale la presunzione di non colpevolezza costituisce pietra miliare fondamentale dell’intero ordinamento.

A seguito di una condanna, pertanto, quando si va in carcere?

Condanna in primo grado e reclusione: l’esecutività della sentenza

Come detto, il nostro sistema prevede tre gradi di giudizio: primo grado, appello, e corte di cassazione. I tre gradi si differenziano in quanto la possibilità di esaminare la questione sottoposta all’attenzione del giudice è differente: in primo ed in secondo grado, infatti, seppur con qualche differenziazione per quanto riguarda l’appello, è possibile procedere ad una valutazione sia di merito che di diritto, analizzando quindi il quadro probatorio fattuale – secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti e le difese elaborate dal collegio difensivo – e le argomentazioni di diritto. Si tratta di giudizi a cognizione piena. La corte di cassazione, in quanto giudice di legittimità, è chiamata invece a risolvere solo questioni di errata interpretazione ed applicazione della legge, senza poter riesaminare i fatti.

Questo significa, in concreto, che fino al giudizio di cassazione i precedenti possono essere ribaltati, ed una condanna può diventare un’assoluzione. Il nostro sistema riconosce e garantisce la presunzione di non colpevolezza fino al terzo grado di giudizio, pertanto si è innocenti fino alla sentenza definitiva. Coerentemente e conseguentemente, non è consentita l’immediata carcerazione a seguito della condanna in primo grado nel caso in cui sia ancora possibile proporre impugnazione, in quanto la sentenza non è definitiva.

Una ulteriore precisazione è fondamentale però: il fatto che vengano garantiti tre gradi di giudizio non implica che tali tre gradi siano sempre obbligatori. Questa considerazione ha una grande ripercussione per comprendere i casi nei quali alla condanna in primo grado possa seguire la reclusione, in quanto si ricollega alla definizione della esecutività della sentenza. La mancata proposizione dell’appello nei tempi di legge infatti, così come il mancato ricorso in cassazione, integrano una mancata impugnazione, che comporta che la sentenza diventa definitiva e può dunque essere portata ad esecuzione. Rimanendo nel caso della condanna in primo grado, se non viene proposto appello tale sentenza non sarà più impugnabile, e pertanto la condanna potrà essere applicata al condannato.

A prescindere dalla definitività della sentenza, è comunque possibile che al termine del giudizio di primo grado il condannato, che ancora è formalmente innocente non essendo stato ritenuto colpevole del reato ascritto nei tre gradi, venga sottoposto arrestato a seguito di richiesta da parte della procura inquirente. La richiesta viene effettuata per ragioni cautelari, e deve essere basata sulla sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e di determinate esigenze cautelari: pericolo di fuga, reiterazione del reato, pericolo di inquinamento delle prove. In questi casi, è quindi possibile che, nonostante non ci sia stata ancora condanna definitiva, il condannato entri nell’istituto penitenziario.

note

[1] Art. 13 Cost., che sancisce come: «la libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva».

Autore immagine: Pixabay.

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