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Si può ottenere l’estratto conto bancario del coniuge?

1 settembre 2017


Si può ottenere l’estratto conto bancario del coniuge?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 settembre 2017



Non viola la privacy la moglie o il marito che, nell’ambito di un giudizio di separazione o divorzio, chiede l’esibizione dell’estratto del conto corrente.

Il miglior modo per sapere se il coniuge bluffa, nascondendo i propri redditi solo per pagare un mantenimento più basso, è accedere al suo conto corrente e sapere quanto ha in banca. Questo da un lato significa limitare la sua privacy, ma dall’altro sapere esattamente a quanto ammontano le sue capacità economiche e, quindi, definire un importo giusto da versare all’ex in caso di separazione o divorzio. Ma si può fare? Si può ottenere l’estratto conto bancario del marito o della moglie per finalità giudiziarie? E in che modo? I chiarimenti arrivano da una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1].

Non commette illecito il coniuge che ottiene dalla banca l’estratto conto dell’ex tenuto a versare il mantenimento. E ciò anche se agisce autonomamente, recandosi allo sportello, senza aver prima ottenuto un’autorizzazione dal giudice. Certo, se ci fosse l’ordine del tribunale rivolto alla banca il problema non si porrebbe neanche: da un lato l’istituto di credito non potrebbe trincerarsi dinanzi al rispetto della privacy del proprio cliente, dall’altro il correntista dovrebbe sottostare alla decisione del pubblico ufficiale; così sarebbe indiscutibile la possibilità di ottenere l’estratto conto bancario del coniuge. Nel caso di specie, però, si discute sulla possibilità di agire indipendentemente da un ordine del giudice, pur sempre per finalità giudiziarie. E, a detta della Suprema Corte, il coniuge che ha diritto all’assegno di mantenimento può chiedere e ottenere dalla banca l’estratto conto dell’ex obbligato a versare l’assegno mensile. Di conseguenza il titolare di tale conto non ha diritto al risarcimento dei danni per violazione della propria privacy.

Per comprendere meglio la questione ricorriamo a un esempio. Immaginiamo che, in vista dell’inizio di una causa di separazione, una donna si rechi presso lo sportello della banca ove il marito ha un conto corrente e, sfruttando il fatto di essere conosciuta come la moglie di questi, chieda ed ottenga l’estratto del conto intestato al coniuge. Questo documento viene poi esibito in giudizio per dimostrare al giudice che l’uomo, sebbene presenti una dichiarazione dei redditi molto bassa, ha in realtà altre entrate che gli consentono un tenore di vita elevato. Il marito, sorpreso da tale circostanza, reagisce e chiede il risarcimento dei danni all’ex per violazione della privacy. Chi dei due la spunta?

Secondo la Cassazione, l’ex moglie, nel richiedere le informazioni alla banca, non viola alcuna norma di legge né tantomeno tiene un comportamento fraudolento. Dunque, nessuna richiesta di risarcimento per lesione della riservatezza può essere preteso nei confronti del coniuge.

Resta però da capire se, al di là del comportamento del coniuge, è legittimo invece quello della banca e se, quindi, la causa può essere intentata a quest’ultima. In passato la Cassazione [2] aveva stabilito il divieto, per l’istituto di credito, di rivelare i dati dei conti correnti dei propri clienti ad altri soggetti, sia pure se si tratti del marito e della moglie affinché questi li usino nella causa di separazione o divorzio.

In tal caso, il soggetto leso, titolare del rapporto di c/c, deve sporgere un reclamo al Garante della Privacy dimostrando l’accesso non autorizzato ai propri dati personali; la banca, dal canto suo, dovrà provare che il trattamento effettuato risponde invece al consenso prestato dal cliente quando è stato aperto il rapporto con l’istituto di credito. In quell’occasione, fra l’altro, la Suprema Corte fornì un’indicazione fondamentale: la liberatoria del cliente non autorizza affatto la banca al trattamento di dati personali che vanno oltre la verifica dell’andamento del rapporto di credito, e dunque al di fuori del contratto che lega le parti, per fini del tutto estranei a quest’ultimo. In altri termini, la banca non può, solo con la firma di una clausoletta contenuta nel contratto, comunicare l’estratto conto corrente ai familiari del cliente.

Questo implica – sebbene non sia stato oggetto del giudizio qui in commento – che se anche il marito leso nella privacy non può agire contro la moglie, potrebbe tutt’al più farlo contro la propria banca. Ma resta il fatto che, nell’ambito della causa di separazione o divorzio, perderà la partita e sarà costretto a versare una somma superiore alle aspettative.

note

[1] Cass. ord. n. 20649/17 del 31.08.2017.

[2] Cass. sent. n. 210106/2015.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 giugno – 31 agosto 2017, n. 20649
Presidente Scaldaferri – Relatore Lamorghese

Fatti di causa

Il Tribunale di Modena, con sentenza 7 aprile 2014, ha rigettato la domanda di risarcimento del danno proposta da B.E. contro R.L. , per avere illecitamente chiesto a Unicredit e ottenuto notizie relative al proprio estratto conto, poi utilizzate nella causa di separazione personale nei confronti della B. , in violazione della normativa in tema di tutela della privacy e della riservatezza. L’appello è stato dichiarato inammissibile dalla Corte d’appello di Bologna, con ordinanza in data 28 dicembre 2015, perché privo di una ragionevole probabilità di essere accolto (art. 348 bis c.p.c.).
B. ha proposto ricorso per cassazione, a norma dell’art. 348 ter, quarto comma, c.p.c.; la R. non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

Con un unico motivo la ricorrente ha denunciato l’errata interpretazione di imprecisate norme del d.lgs. n. 196 del 2003, in tema di privacy e trattamento dei dati sensibili.
Il ricorso è inammissibile. Con l’ordinanza impugnata la Corte bolognese ha richiamato la motivazione del Tribunale, secondo la quale, nel richiedere informazioni o documenti alla banca, la R. non aveva violato alcuna norma di legge né aveva tenuto un comportamento fraudolento; la Corte ha anche ritenuto che l’attore non avesse offerto alcuna indicazione circa il danno subito.
Tanto premesso, con il ricorso per cassazione, il B. ha censurato soltanto la prima ratio decidendi, lamentando l’illiceità del comportamento della convenuta R. , ma non la seconda ratio, distinta ed autonoma, la quale è da sola sufficiente a sorreggere il provvedimento impugnato.
Il ricorso è inammissibile (v. Cass., sez. un., n. 7931/13 e 16602/2005).

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

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