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Cosa fare dopo giurisprudenza

3 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 settembre 2017



La laurea in giurisprudenza offre numerosi sbocchi nel mercato del lavoro, tra cui scegliere quello più vicino alle proprie aspirazioni: vediamoli assieme.

Il percorso di laurea in giurisprudenza attrae ogni anno migliaia di giovani, che possono essere animanti da una genuina passione per il diritto o dall’idea, forse un po’ datata, che vede giurisprudenza come una laurea sicura, capace di garantire un futuro certo ed economicamente stabile. Sulla scelta di intraprendere questa carriera universitaria, peraltro, non può tacersi come abbia un peso notevole il libero accesso, non essendo previsto il numero chiuso con esame di ammissione. È un percorso di studi articolato e che richiede impegno, costanza e uno studio approfondito.

Cosa aspetta i laureati però, dopo aver conseguito la laurea? Cosa fare dopo giurisprudenza?

Master, specializzazione e dottorato di ricerca

Una delle scelta più seguite per quanto riguarda cosa fare dopo giurisprudenza è sicuramente la continuazione degli studi. La laurea in giurisprudenza infatti non implica una particolare specializzazione in una materia, per cui spetterà poi al laureato decidere se intraprendere un percorso maggiormente specialistico, approfondendo uno specifico settore del diritto in modo da orientare la propria futura carriera in quell’ambito. Si può quindi scegliere un master in una materia che si è particolarmente apprezzata durante l’università (magari quella su cui si è scritta la tesi di laurea) ed ottenere così un titolo uteriore. L’offerta attuale dei master, di primo e secondo livello, è molto amplia, e comprende numerose discipline, da quelle molto gettonate del diritto tributario e giurista d’impresa a quelle sulle risorse umane, e possono essere seguiti sia in Italia che all’estero.

Oltre ai master, può scegliersi di entrare in scuola di specializzazione o di fare un dottorato di ricerca.

La scuola di specializzazione per le professioni legali ha durata biennale ed è organizzata territorialmente con più sedi presso le università, non richiedendo quindi trasferimenti presso un’unica sede centrale. Prevede il superamento di un esame d’accesso, in quanto è a numero chiuso, e la sua frequentazione comporta la possibilità di sostituire un anno di pratica forense, costituendo inoltre titolo d’accesso per il concorso in magistratura.

Il dottorato di ricerca è il livello più alto di formazione accademica, e si ottiene a termine di un percorso di più anni (a seconda della tipologia scelta), al quale si accede a seguito di una procedura pubblica di selezione. Può svolgersi in Italia come all’estero, e può comportare – dipendendo dai bandi di concorso – l’attribuzione di una borsa mensile di dottorato, che copre tutta la durata dello stesso. Anche il dottorato permette di sostenere il concorso in magistratura.

Tirocinio presso gli uffici giudiziari

Uno sbocco introdotto di recente [1] è l’opportunità di svolgere un tirocinio presso i tribunali.

I laureati in giurisprudenza più meritevoli possono accedere, presentando apposita domanda e per una sola volta, a stage di formazione teorico-pratica presso gli uffici giudiziari. Il tirocinio dura diciotto mesi, durante i quali i laureati assisteranno e coadiuveranno i magistrati delle corti di appello, dei tribunali ordinari, degli uffici requirenti di primo e secondo grado, degli uffici e dei tribunali di sorveglianza, dei tribunali per i minorenni nonché i giudici amministrativi dei tribunali amministrativi regionali e del consiglio di stato.

L’esito positivo del tirocinio costituisce titolo per l’accesso al concorso in magistratura e titolo di preferenza per la nomina a giudice onorario di tribunale, a vice procuratore onorario e, a parità di titoli e di merito, nei concorsi indetti dall’amministrazione della giustizia, dall’amministrazione della giustizia amministrativa, dall’avvocatura dello stato e nei concorsi indetti da altre amministrazioni dello stato. Corrisponde inoltre ad un periodo pari ad un anno di tirocinio forense e di pratica notarile, e di frequenza delle scuole di specializzazione per le professioni legali.

Agli ammessi allo stage è attribuita una borsa di studio, non superiore ad euro 400 mensili, sulla base di una graduatoria (a seconda delle disponibilità finanziarie, infatti, non tutti possono usufruirne).

La professione di avvocato

L’avvocatura è, nell’immaginario collettivo, lo sbocco inevitabile di questa laurea (qui un approfondimento sulle domande da porsi prima di scegliere questa professione). Rappresenta, in concreto la risposta fornita dalla maggior parte dei laureati alla domanda che ci stiamo ponendo, cioè cosa fare dopo giurisprudenza.

Ma come si diventa avvocato? Diventare avvocato comporta effettuare un periodo di pratica di 18 mesi presso lo studio di un avvocato, iscritto all’albo da almeno cinque anni, per imparare la professione sul campo. Si può iniziare la pratica anche inglobandola in un semestre dell’ultimo anno accademico, nonchè svolgere un altro semestre presso un altro stato dell’Unione Europea. Se si supera una selezione, è possibile svolgere il periodo di pratica anche presso l’avvocatura dello stato o particolari enti pubblici (come l’Inps). È previsto un rimborso spese per il lavoro svolto dal praticante nello studio, ed è obbligatoria la frequenza con profitto e per un periodo non inferiore a 18 mesi ai corsi di formazione disciplinati per legge [2]. Al termine del periodo di pratica – durante il quale può esercitarsi attività lavorativa, pubblica o privata – è possibile sostenere l’esame di abilitazione, che ha luogo una volta all’anno e prevede tre prove scritte ed una orale. Come per il diploma di specializzazione in professioni legali ed il titolo di dottore di ricerca, anche il titolo di avvocato (solo il titolo, non l’iscrizione all’albo) consente la partecipazione al concorso in magistratura.

Concorso in magistratura e carriera notarile

Il concorso in magistratura costituisce sicuramente una delle carriere che si associano nell’immediato alla laurea in giurisprudenza. Essendo attualmente un concorso di secondo grado, per potervi accedere bisogna essere in possesso anche di un ulteriore titolo, come anticipato, tra cui quello di avvocato, o di diplomato alla scuola di specializzazione per le professioni legali, o aver finito il dottorato di ricerca.

Per la preparazione al concorso, oltre allo studio personale e approfondito del diritto civile, penale ed amministrativo (per quanto riguarda le tre prove scritte), esistono numerose scuole private, che permettono agli studenti di acquisire un metodo e selezionano le ultime novità giurisprudenziali nelle materie oggetto di concorso.

La carriera notarile può costituire un’altra scelta a disposizione del laureato. Come diventare notaio? Questa opzione comporta una evidente passione per il diritto civile, in quanto le prove di superamento del concorso riguardano nello specifico prettamente questo ambito del diritto. Il periodo di pratica, come per l’avvocatura, si effetta presso lo studio di un notaio per un periodo di 18 mesi, di cui almeno un anno continuativo dopo la laurea.

I concorsi pubblici e le aziende private

La laurea in giurisprudenza costituisce inoltre titolo d’accesso per numerosi concorsi pubblici, nazionali o regionali. È consentito infatti, a seconda del singolo bando di concorso, partecipare non solo ai concorsi più conosciuti – come per esempio per le forze dell’ordine, o per i ruoli di funzionari presso l’agenzia delle entrate o di assistenti e funzionari amministrativi presso i tribunali – ma anche per posizioni comunali o regionali, quali funzionari amministrativi contabili o assistenti e collaboratori amministrativi presso i comuni e altri enti pubblici locali.

Inoltre potrebbe essere una buona strategia muoversi presso le aziende private, dove la professionalità e la formazione di un laureato in giurisprudenza può tornare utile sia negli uffici legali che nel settore più puramente amministrativo e segretariale.

note

[1] Art. 73 del D.L. 69/2013, convertito con legge n. 98/2013 del 9.08.2013.

[2] Art. 43 della legge n. 247/2012.

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7 Commenti

  1. Sarebbe ora di avvisare gli studenti prossimi all’università che la laurea in giurisprudenza è la strada per la disoccupazione e lo sfruttamento intellettuale invece di illuderli con opportunità che in pratica sono difficilissime che si realizzino!

      1. E come no! Basta vedere il sistematico massacro dei giovani praticanti che sostengono l’esame di stato dove scientificamente vengono selezionati affinché possa passare sola una ristretta percentuale per non introdurre eccessiva concorrenza tra gli avvocati già affermati senza che chi viene escluso dall’ammissione agli orali possa comprendere le motivazioni che hanno indotto il commissario (perché in realtà il giudizio non è affatto collegiale) ad esprimere la votazione negativa il cui valore numerico è l’unico criterio comprensibile.
        Oppure il concorso in magistratura: 16.000, domande, 6.000 che si presentano, 3.000 che consegnano e 300 idonei!!! Cioè il 90% sarebbero degli asini, un valore che statisticamente non corrisponde alla distribuzione normale della curva di Gauss!!!

  2. Molto semplicemente in una facoltà scientifica, in particolare ingegneria e informatica (presente sia come specialità di ingegneria sia come facoltà autonoma).
    Questo è un paese pieno di laureati in giurisprudenza che non sanno fare niente.

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