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News Cassazione: l’energia elettrica non è bene indispensabile

News Pubblicato il 4 settembre 2017

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La Corte condanna una donna per essersi allacciata al cavo del vicino perché in stato di necessità. Giustificare il bisogno sarebbe creare danno agli altri.

Ti serve la corrente elettrica? Meglio che fai un contratto con un fornitore. Perché se ti appelli allo stato di necessità e ti agganci al cavo del vicino rischi grosso. Così ha stabilito la Corte di Cassazione [1], che ha confermato la condanna a una pugliese, «ladra» di energia elettrica perché non aveva i soldi per pagare una bolletta, ma quello che sì aveva era una figlia incinta da mantenere.

E qui le morali della favola dettate dalla Suprema Corte sono due. La prima: non si ruba. Nemmeno i kilowatt. La seconda: la corrente elettrica procura «un agio e un’opportunità» ma non è un bene indispensabile. D’altronde, come facevano prima dell’Ottocento? Con quello che oggi si risparmia in bollette (compreso il canone Rai) sai quante candele ti compri? Ed il costo di un candelabro (Iva inclusa) sarà mica quello di un impianto elettrico fatto a regola d’arte (Iva anche esclusa, per la gioia del Fisco), no?

Cos’ha detto la Cassazione? Per i giudici supremi, riconoscere lo stato di necessità di una persona potrebbe, a priori, comportare il rischio di un grave danno ad un’altra persona (quella che paga la bolletta per tutte e due). L’unico modo per impedire quel danno, spiegano gli ermellini, è dichiarare quell’atto penalmente abusivo. Lo stato di bisogno economico, aggiunge la Cassazione, «non può, comunque, ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti». Tanto più, continua ancora la Suprema Corte, che nel caso in esame «la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita, (veniva utilizzata anche per muovere i numerosi elettrodomestici della casa), ma per procurare agi e opportunità, che fuoriescono dal concetto di incoercibile necessità», cioè da concetto che la legge richiede per non emettere condanna. Quanto costa allacciarsi abusivamente al cavo elettrico di un altro? 2.000 euro. Tanto dovrà sborsare la donna condannata dalla Cassazione per la pretestuosità dei suoi motivi di ricorso. Con quei soldi, qualche bolletta l’avrebbe pagata.

note

[1] Cass. sent. n. 39884.

Autore immagine: 123rf.com

Corte di Cassazione, sez. Feriale Penale, sentenza 31 agosto – 4 settembre 2017, n. 39884
Presidente Di Tomassi – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Lecce ha, con la sentenza impugnata, confermato il giudizio di responsabilità formulato dal giudice di prima cura a carico di Ca. Co. per il reato di furto di energia elettrica e – escluda l’aggravante di cui all’art. 625, comma 1, n. 7, cod. pen. – ha, su appello dell’imputata, ridotto la pena a lei irrogata.
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione l’imputata dolendosi del giudizio di responsabilità contro di lei formulato e della ritenuta sussistenza dell’aggravante dell’art. 625, comma 1, n. 2, cod. pen..
Sotto il primo profilo lamenta che “le condizioni certamente precarie e faticose” dell’imputata – sfrattata e priva di lavoro, con una figlia incinta -riconosciute dal giudicante, avrebbero dovuto portare all’assoluzione per mancanza di colpevolezza, in applicazione del principio di cui all’art. 54 cod. pen.. Sotto il secondo profilo, che l’allacciamento abusivo, effettuato senza “rompere o trasformare la destinazione del cavo”, non è comprensivo dell’aggravante contestata e ritenuta in sentenza.

Considerato in diritto

Il ricorso è manifestamente infondato. L’esimente dello stato di necessità postula il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non scongiurabile se non attraverso l’atto penalmente illecito, e non può quindi applicarsi a reati asseritamente provocati da uno stato di bisogno economico, qualora ad esso possa comunque ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti (ex multis, Cass., n. 35590 del 11/5/2016). Nella specie, la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita, nel senso sopra specificato (infatti, l’energia elettrica veniva utilizzata anche per muovere i numerosi elettrodomestici della casa): semmai idoneo procurare agi ed opportunità, che fuoriescono dal concetto di incoercibile necessità, insito nella previsione normativa. Quanto all’aggravante del mezzo fraudolento, corretta è la spiegazione fornita dal giudicante, secondo cui l’allaccio abusivo alla rete, in qualunque modo effettuato, integra la fraudolenza sanzionata dall’art. 625, n. 2. Non può accedersi alla conclusione del procuratore generale d’udienza -che ha instato per una pronuncia di estinzione del reato per prescrizione – in quanto la sentenza d’appello è intervenuta prima dello spirare del termine prescrizionale (il 28 settembre 2016, laddove la prescrizione ordinaria – senza tener conto delle sospensione, pur verificatesi – sarebbe maturata il 20 ottobre 2016). La insuperabile inammissibilità del ricorso impedisce, pertanto, per pacifica giurisprudenza, di tener conto delle cause estintive maturate dopo la pronuncia impugnata. Consegue, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende, che, tenuto conto della natura delle doglianze sollevate, si reputa equo quantificare in Euro 2.000.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di Euro 2.000 alla Cassa delle ammende.
Motivazione semplificata. Motivazione semplificata.


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