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Posso annullare il matrimonio?

4 settembre 2017


Posso annullare il matrimonio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 settembre 2017



Dopo 5 anni di matrimonio, io e mia moglie abbiamo deciso di separarci. Abbiamo raggiunto un accordo: io le restituisco i soldi per spese da lei fatte per la casa e lei rinuncia al mantenimento. Lei vorrebbe la separazione consensuale in tribunale mentre io vorrei chiedere l’annullamento al tribunale ecclesiastico per evitare che lei ci ripensi e un giorno possa chiedermi il mantenimento. Cosa è possibile fare?

La richiesta di nullità del matrimonio, fatta davanti al tribunale ecclesiastico, può avvenire solo per specifiche cause come, ad esempio, la mancata consumazione del rapporto per impotenza, la volontà di non avere figli, la violenza fisica grave, l’errore sulla persona o sulle sue qualità, l’apposizione di condizioni al consenso (come la volontà di non rimanere fedele al coniuge), ecc. Una volta che il giudice ecclesiastico ha dichiarato nullo il matrimonio, la pronuncia deve essere “convalidata” dal tribunale ordinario affinché possa avere effetti anche per l’ordinamento italiano. Tuttavia, questa convalida non è possibile tutte le volte in cui vi è stata una convivenza per oltre 3 anni da parte dei coniugi. Questo perché l’ordinamento sospetta un intento simulatorio dietro la richiesta di nullità del matrimonio laddove la coppia si sia mossa dopo molto tempo. Non è infatti verosimile che l’errore sulla persona, sulle qualità o sulla capacità di procreare venga sollevato a seguito di oltre tre anni di convivenza [1].

Nel caso di specie, il lettore si chiede se può annullare il matrimonio per non pagare il mantenimento. Ebbene, se da un lato è vero che la dichiarazione di nullità recide ogni legame tra gli ex coniugi e, quindi, fa venire meno anche l’obbligo di mantenimento (la coppia si considera infatti come mai sposata), dall’altro lato bisogna avviare l’azione davanti al tribunale ecclesiastico non oltre tre anni dal matrimonio affinché la pronuncia possa avere valore anche per la legge italiana e non solo per la Chiesa.

note

[1] Cass. ord. n. 20524/17.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 giugno – 29 agosto 2017, n. 20524
Presidente Scaldaferri – Relatore Bisogni

Fatto e diritto

Rilevato che:
1. La Corte di appello di Campobasso con sentenza n. 103/2015 ha accolto la domanda proposta da P.G.G. e per l’effetto ha dichiarato l’efficacia nel territorio della Repubblica Italiana della sentenza del Tribunale Regionale Ecclesiastico Abbruzzese Molisano del 21 settembre 2010, ratificata dal Tribunale Beneventano di Appello in data 20 luglio 2011 e dichiarata esecutiva dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica con decreto del 13 maggio 2013, dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario celebrato in (omissis) tra P.G.G. e C.C.L. trascritto nei registri di stato civile del Comune di Roccavivara al n. 41, parte II, serie A, anno 1989. Ha ordinato all’Ufficiale dello stato civile di procedere alle prescritte annotazioni e ha condannato la C. al pagamento delle spese del giudizio.
2. La Corte di appello ha ritenuto pacifica ma irrilevante la convivenza dei coniugi nel corso del matrimonio così come la nascita di una figlia nel (…) in considerazione della causa di nullità accertata dal Tribunale ecclesiastico che attiene all’espressione del consenso al matrimonio sotto il profilo della capacità di contrarlo validamente e di assumerne gli oneri e atteso che, nella specie, il difetto di discrezione di giudizio da parte della C. , preesistente al matrimonio e durato almeno sino alla sua fine, ha inficiato l’intero rapporto matrimoniale a prescindere dalla sua durata. La Corte distrettuale ha anche ritenuto che la sentenza delibanda non contiene disposizioni, finalità e presupposti diversi o contrari all’ordine pubblico italiano.
3. Contro la decisione della Corte di appello di Campobasso ricorre per cassazione C.C.L. deducendo: a) omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 n. 3 c.p.c.) in relazione alla legge n. 121 del 1985, art. 8, all’art. 123 c.c. e all’art. 29 della Costituzione. Difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia. Violazione dell’art. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.; b) violazione ed errata applicazione di norme di diritto (artt. 91 e 92 c.p.c.) per la sussistenza di giusti motivi per l’accoglimento della richiesta di compensazione delle spese legali.
4. Non svolge difese P.G.G. .
5. I due motivi di ricorso appaiono manifestamente fondati alla luce della giurisprudenza di questa Corte che a partire dalla sentenza n. 16379 del 17 luglio 2014 delle Sezioni Unite civili ha ripetutamente affermato (cfr. fra le altre Cass. civ. sez. I, n. 1494 del 27 gennaio 2015) che la convivenza “come coniugi”, quale elemento essenziale del “matrimonio-rapporto”, ove protrattasi per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio concordatario, integra una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano”, la cui inderogabile tutela trova fondamento nei principi supremi di sovranità e di laicità dello Stato, già affermato dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 18 del 1982 e n. 203 del 1989, ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico del “matrimonio-atto”.
6. La giurisprudenza citata che ha preceduto, sia pure a breve distanza di tempo, la pronuncia della Corte di appello di Campobasso giustificava la richiesta compensazione delle spese del giudizio di merito e giustifica quella del giudizio di cassazione in relazione al comportamento processuale del P. nel presente giudizio.
7. Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza impugnata cassata con decisione nel merito di rigetto della domanda di delibazione della sentenza ecclesiastica.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta la domanda di delibazione della sentenza emessa dal Tribunale ecclesiastico di Chieti il 21 settembre 2010. Compensa le spese del giudizio di merito e del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

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