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Contratti di collaborazione: c’è un compenso minimo?


Contratti di collaborazione: c’è un compenso minimo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 settembre 2017



Il corrispettivo previsto nel co.co.co. per il lavoratore non deve rispettare dei limiti sindacali.

Quando si firma un contratto di lavoro subordinato, lo stipendio del lavoratore dipendente deve rispettare i minimi salariali fissati dal contratto collettivo del settore. Il datore non può scendere al di sotto di tali importi; in caso contrario, il dipendente – seppur ha firmato il contratto – potrebbe comunque agire in tribunale per ottenere il versamento delle differenze retributive. Ma che succede con i co.co.co.? Per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa c’è un compenso minimo da rispettare oppure le parti sono libere di determinare gli importi che preferiscono, senza limiti e tutele per il lavoratore?

La questione è di massima delicatezza, atteso l’elevato numero di co.co.co. oggi esistenti e utilizzati dalle aziende per stabilire delle collaborazioni “esterne”.

I co.co.co. sono tutelati come gli ex co.co.pro.?

Prima però di stabilire se per i contratti di collaborazione c’è un compenso minimo bisogna ricordare che, nel 2015, il Job Act ha abolito i co.co.pro. ossia i contratti a progetto. Oggi le collaborazioni esterne, dunque, si possono attuare solo con i co.co.co. E qui sta la chiave per rispondere alla domanda iniziale. Se per i co.co.pro. esistevano delle norme che vincolavano le parti a un salario minimo anche a favore dei collaboratori, queste stesse norme non sono previste invece per i co.co.co.

In particolare la legge Biagi [2], che ha istituito i contratti a progetto, disponeva anche che, per queste particolari tipologie di contratto, il compenso dovesse essere «proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito» e dovesse «tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto». La legge Fornero [3] è stata ancora più rigorosa, agganciando il compenso dei co.co.pro. alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi (ccnl) dei lavoratori subordinati per «mansioni equiparabili» o figure professionali di analogo profilo.

Ora, come detto, tutte queste norme non esistono più perché sono state abolite insieme all’abrogazione dei contratti a progetto. Dall’altro lato, la disciplina dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) non prevede nulla di tutto ciò. Risultato: le parti sono libere di determinare il compenso che preferiscono in favore del lavoratore, senza limiti “salariali”.

L’unico limite al corrispettivo delle collaborazioni esterne è  quello contenuto nella legge denominata «Job Act autonomi» [4] che vieta il cosiddetto «abuso di dipendenza economica». Di che si tratta? È una forma di tutela del collaboratore esterno che impone al datore di non imporre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose (tra cui, appunto, secondo alcuni, anche un compenso infimo), in modo da non pregiudicare le sue chance di reperire sul mercato alternative soddisfacenti. Perché però vi sia un abuso di dipendenza deve trattarsi di clamorosa (e manifesta) inadeguatezza. Quindi, rientrano nel divieto non le piccole differenze retributive, ma quelle macroscopiche. Se c’è abuso di dipendenza il contratto è nullo e il compenso verrebbe determinato dal giudice tenendo conto di una «giusta retribuzione».

note

[1] Dlgs. n. 81/2015.

[2] Dlgs. n. 276/2003.

[3] L. n. 92/2012.

[4] Art. 3 L. n. 81/2017 che richiama l’art. 9 L. n. 192/1998.

Autore immagine: 123rf com 

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