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Truffa dello specchietto retrovisore: come difendersi

6 settembre 2017


Truffa dello specchietto retrovisore: come difendersi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 settembre 2017



Cassazione: scatta l’aggravante della minorata difesa per chi estorce qualche centinaio di euro facendo credere che c’è stato un urto con lo specchietto retrovisore.

Arriva nelle aule giudiziarie il caso della «truffa dello specchietto retrovisore» e, questa volta, ad usare il bastone duro è la Cassazione che non solo fa scattare il reato di truffa, ma anche l’aggravante per la minorata difesa del cittadino medio, timoroso di farsi coinvolgere in una rissa. Ma procediamo con ordine e vediamo in cosa consiste la truffa dello specchietto.

Siamo nel centro del traffico cittadino. La via è intasata di auto che vanno a destra e sinistra, che fanno inversione di marcia, che rallentano e che si prodigano in zig-zag per arrivare prima a casa. Le opposte corsie sono così piene di veicoli che quasi si sfiorano. Un automobilista, che procede lentamente, sente d’un tratto una forte botta in corrispondenza della fiancata della propria auto; ripresosi dallo spavento, guarda subito a fianco a sé e vede un’altra auto dalla quale il conducente, azionate le quattro frecce, gli fa cenno di fermarsi. Il truffatore fa credere alla vittima di averlo urtato e di aver danneggiato il proprio specchietto retrovisore nella distrazione del traffico. In realtà il rumore è stato prodotto da un bastone o una pietra lanciata dal malintenzionato contro la carrozzeria dell’altra auto. I toni si riscaldano e, per chiudere bonariamente la vicenda, evitare una rissa – che appare sempre più probabile – o, peggio, dover coinvolgere le assicurazioni, la vittima viene portata a consegnare al truffatore cento o duecento euro e chiudere lì la vicenda.

In questo caso il malcapitato non ha la prontezza di spirito di fare le fotografie alle auto, verificare le tracce di vernice sullo specchietto asseritamente danneggiato e chiedere a eventuali passanti se hanno effettivamente visto l’evento; si fa anzi prendere dal timore di poter essere “pestato”, magari nel centro di una pubblica via, davanti a tanta gente. Così paga.

Ebbene, truffare una persona facendo perno sulla particolare condizione del momento – la presenza del traffico, le strette vie cittadine, la fretta della quotidianità e la paura di una rissa – riducono o comunque ostacolano la capacità di difesa della parte lesa agevolando così la commissione del reato. E per questo scatta un’apposita aggravante prevista dal codice penale [2].

La Corte non ha quindi dubbi nel sanzionare tutti gli autori della truffa dello specchietto retrovisore: si tratta di truffa aggravata. L’esistenza dell’aggravante è indubbia posto che le vittime vengono indotte a credere in un tamponamento stradale, nel quale s’infrangerebbe – ma non è così – lo specchietto dell’auto del truffatore il quale approfitta dell’intenso traffico presente sulla strada che rende maggiormente credibile l’evento e riduce le capacità critiche e reattive del malcapitato.

Difendersi dalla truffa dello specchietto retrovisore richiede un po’ di fermezza di nervi. Se si ha il sospetto di non aver urtato l’altra auto sarà meglio:

  • scattare foto alla parte danneggiata: se il danno è evidente, deve esserci necessariamente un segno (seppur minimo) anche sullo specchietto dell’altro veicolo;
  • cercare qualche testimone che abbia visto la scena;
  • non pagare subito ma attendere qualche giorno per vedere se il malvivente si fa di nuovo vivo con una telefonata. Chi cerca di intentare una truffa, fa forza sullo stato di debolezza del momento, ma non ritorna mai sui propri passi, tantomeno utilizzando un numero di telefono tracciabile;
  • prendere il numero della targa del responsabile e andare alla polizia o ai carabinieri per verificare se il soggetto è già noto alle forze dell’ordine.

note

[1] Cass. sent. n. 40268/17 del 5.09.2017.

[2] Art. 61 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 5 luglio – 5 settembre 2017, n. 40257
Presidente Diotallevi – Relatore Recchione

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Napoli, parzialmente riformando la sentenza del Tribunale, confermava la responsabilità dell’imputato per il reato di tentata estorsione consumato ai danni della madre.
2. Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore dell’imputato che deduceva vizio di legge e di motivazione in relazione alla qualifica giuridica del fatto che, tenuto conto delle circostanze emerse, avrebbe dovuto essere inquadrato nella fattispecie prevista dall’art. 572 cod. pen. o in quella prevista dall’art. 610 cod. pen.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
1.1. Il collegio rileva che la diagnosi differenziale tra il delitto di maltrattamenti in famiglia e quello di estorsione deve essere effettuata sulla base della valutazione della direzione soggettiva della minaccia e della violenza; queste nel delitto di maltrattamenti sono funzionali alla prostrazione psicologica e fisica della vittima, mentre nel delitto di estorsione sono dirette all’abbattimento delle sue facoltà volitive, e dunque alla costrizione della stessa per ottenere un profitto ingiusto, con altrui danno (Cass. sez. 2 n. 7382 del 18/03/1986, Rv 173385). Peraltro il reato di maltrattamenti in famiglia si connota per la serialità delle condotte aggressive, che non è elemento costitutivo del delitto di estorsione, e si perfeziona con l’ottenimento di un profitto ingiusto da parte dell’autore del reato.
Con riguardo ai criteri distintivi tra il reato di estorsione e quello di violenza privata il collegio ribadisce, invece, che si configura l’estorsione ogni volta che l’azione violenza sia diretta a procurare all’autore del reato un profitto ingiusto, e non ad un facere generico (Cass. sez. 6 n. 53429 del 5/11/2014, Rv 261800; Cass. sez. 2 n. 9024 del 5/11/2013 dep. 2014, Rv 259065). Quello che caratterizza il delitto di estorsione è infatti la direzione soggettiva della aggressione, agita con minacce o con violenza fisica finalizzate a “costringere” la vittima ad una azione che si caratterizza per il fatto che consente l’ottenimento di un profitto ingiusto. Ove tale specifica finalizzazione dell’azione violenta manchi ed alla non consegua alcun profitto, la condotta deve essere invece inquadrata nella fattispecie residuale prevista dall’art. 610 cod. pen.
1.3. Nel caso di specie, in coerenza con tali linee ermeneutiche, la Corte territoriale confermava la legittimità dell’inquadramento giuridico del fatto contestato nel reato di estorsione, rilevando come l’aggressione agita dall’imputato nei confronti della madre fosse univocamente diretta ad ottenere la consegna di denaro per l’acquisto di stupefacente, dunque per lucrare un profitto ingiusto.
La motivazione offerta non presenta illogicità manifeste e si presenta coerente sia con le emergenze processuali, che con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di legittimità, e si sottrae, pertanto, ad ogni censura in questa sede.
2. Alla dichiarata inammissibilità del ricorso consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che si determina equitativamente in Euro 1500,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1500.00 a favore della Cassa delle ammende.

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