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TSO: trattamento sanitario obbligatorio. Procedura

21 ottobre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 ottobre 2017



Il trattamento sanitario obbligatorio è disposto dal Sindaco nel caso in cui il malato costituisca una minaccia per sé e per gli altri.

 Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) è una vistosa deroga alla libertà, costituzionalmente protetta, di sottoporsi o meno alle cure mediche. Infatti, in Italia nessuno può essere obbligato a curarsi, né tantomeno a ricoverarsi presso una clinica o una struttura ospedaliera [1]. Tuttavia, la legge prevede dei casi in cui il malato debba necessariamente essere sottoposto a cure mediche. Vediamo cos’è il trattamento sanitario obbligatorio e qual è la sua procedura.

Tso: cos’è

La legge prevede alcune ipotesi in cui la persona malata deve sottostare, anche contro la sua volontà, alle cure mediche [2]. Si tratta di malattie psichiatriche in presenza delle quali l’ordinamento risponde con il ricovero forzato presso appositi reparti. Tale reazione è giustificata dalla pericolosità del soggetto malato, il quale rappresenta una minaccia per la propria e per l’altrui incolumità. E’ chiaro che si potrà parlare di trattamento obbligatorio solamente quando il soggetto rifiuti di essere curato; il malato che accetti le cure non andrà incontro, ovviamente, al trattamento in oggetto. La legge non parla di patologie specifiche: il disturbo può derivare da eccesso di sostanze stupefacenti, da problemi congeniti, da ubriachezza, ecc.; ciò che interessa all’ordinamento non è la malattia ma la conseguenza della stessa.

La procedura del Tso

Il trattamento sanitario obbligatorio è disposto dal Sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria, del Comune di residenza del malato o del Comune ove egli si trovi. Il Sindaco provvede con ordinanza motivata sulla base di tre presupposti: 1. la persona si trova in uno stato tale da necessitare di urgenti interventi medici; 2. le cure proposte vengono rifiutate; 3. non è possibile adottare misure di diverso tipo. V’è da sottolineare un’anomalia. I certificati medici che comprovino lo stato di salute del malato devono provenire da medici non necessariamente psichiatri. Ciò vuol dire che il Tso potrà essere disposto anche sulla base di una diagnosi (certificata) del medico di famiglia successivamente confermata da altro medico dell’Asl. il Sindaco ha 48 ore per ordinare il Tso facendo accompagnare la persona dai vigili e dai sanitari presso un reparto psichiatrico di diagnosi e cura. Se il malato rifiuta il ricovero, potrà essere trasportato nel luogo di cura anche con la forza.

È chiaro che la procedura appena illustrata costituisce un’evidente deroga alla libertà personale del soggetto [3], oltre che alla sua autodeterminazione in materia di trattamento sanitario. Tuttavia, la Costituzione demanda alla legge il compito di individuare i casi in cui la libertà personale può essere eccezionalmente violata. In queste circostanze, è sempre necessario l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Ed infatti, disposto il Tso, il Sindaco deve inviare l’ordinanza al Giudice Tutelare entro 48 ore dal ricovero forzoso, al fine di ottenerne la convalida; il Giudice deve convalidare il provvedimento entro le 48 ore successive [4]. In assenza, il Tso decade automaticamente. Il Giudice Tutelare può però anche non convalidare il provvedimento annullandolo.

La durata del Tso

Il Trattamento sanitario obbligatorio ha una durata di sette giorni, prorogabile solo su richiesta espressa dello psichiatra competente del reparto ove è stata ricoverata la persona. In assenza di tale comunicazione, la cessazione del trattamento viene comunicata al Sindaco e poi al Giudice. Qualora il trattamento venga prolungato, il Sindaco firma una nuova ordinanza e la trasmette al Giudice per la convalida, ripetendosi l’iter già illustrato.

I diritti di chi è sottoposto al Tso

Il malato può fare ricorso al Sindaco avverso l’ordinanza con cui è stato disposto il trattamento obbligatorio; il Primo cittadino è tenuto a rispondere entro dieci giorni. Ma non è l’unico legittimato: la legge infatti dice espressamente che chiunque può presentare ricorso. Se l’esito è negativo, il paziente può presentare la richiesta di revoca direttamente al Tribunale, chiedendo contemporaneamente la sospensione immediata del Tso e delegando, per rappresentarlo in giudizio davanti al Tribunale, una sua persona di fiducia (non necessariamente un avvocato).

Come detto, il malato è sottoposto al trattamento contro la sua volontà; tuttavia, ciò non toglie che egli abbia il diritto di essere informato sulle terapie a cui è costretto e di scegliere, eventualmente, tra una serie di proposte alternative. Il Tso non giustifica necessariamente la contenzione; mai, comunque, la violenza fisica. Qualora venga usata la coercizione, questa dovrebbe essere applicata solo in via eccezionale e per un periodo di tempo non superiore alla somministrazione della terapia. La legge infatti afferma esplicitamente che “la tutela fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e libertà della persona”[5]. Alla stessa maniera, il paziente può ricevere visite e comunicare con chi desidera. La costrizione, quindi, deve essere strettamente necessaria e funzionale alla somministrazione delle cure. Scaduto il Tso, il paziente è libero di andare via, oppure di proseguire volontariamente, se ritiene di dover continuare a ricevere cure mediche.

note

[1] Art. 32 Costituzione.

[2] Legge n. 180/1978 del 13.05.1978 (cosiddetta Legge Basaglia) e legge n. 833/1978 del 23.12.1978.

[3] Art. 13 Costituzione.

[4] Art. 3, legge n. 180/1978.

[5] Art. 1, legge n. 833/78.

Autore immagine: Pixabay.com


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