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Prestito in corso: mio padre è deceduto, chi paga?

7 settembre 2017


Prestito in corso: mio padre è deceduto, chi paga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 settembre 2017



Mio padre aveva richiesto un finanziamento di 30mila euro quando già era anziano e poco lucido. Non sappiamo per quale scopo e che fine abbiano fatto i soldi. Dopo la morte è arrivata una lettera della finanziaria con richiesta di pagamento degli arretrati e interessi. Abbiamo spedito il certificato di morte ma la banca non ne vuol sapere. Il prestito era senza assicurazione. Io e i miei fratelli siamo tenuti a pagare il debito residuo anche se non abbiamo mai usufruito della somma?

Il codice civile stabilisce che i debiti lasciati da una persona, alla sua morte, si trasmettono agli eredi che hanno accettato l’eredità in proporzione alla quota di ciascuno. Il che significa che se uno dei fratelli è erede al 33%, egli risponde solo di un terzo dei debiti lasciati dal padre. Tale disposizione si applica a tutti i debiti di natura civile, escluse quindi le sanzioni amministrative e penali. Ad esempio una multa per violazione del codice della strada o una sanzione tributaria per il mancato versamento del bollo auto non passano agli eredi (nel caso delle tasse, però, se salta l’obbligo di pagare le sanzioni, resta necessario pagare il capitale, ossia l’imposta vera e propria).

Dunque, nel caso di specie, non rileva che il padre deceduto non abbia comunicato ai figli l’esistenza del debito con la banca o la finanziaria, né che questi ultimi non abbiano beneficiato del denaro che, invece, è stato integralmente speso (per fini sconosciuti) dal genitore. Rileva il fatto che vi sia un debito che grava sulla massa ereditaria e questo si riversa inevitabilmente su coloro che hanno accettato l’eredità. La circostanza di aver inviato al creditore il certificato di morte del padre deceduto è del tutto ininfluente perché, come detto, non cancella il debito che si trasferisce in automatico agli eredi.

L’unico modo per evitare di pagare il prestito in corso del padre deceduto è rinunciare all’eredità. L’eredità può essere accettata o rifiutata nel termine di 10 anni dall’apertura della successione (ossia dal decesso). In alternativa, l’erede può accettare l’eredità «con beneficio di inventario»: questa situazione determina una separazione tra il patrimonio ereditato e quello proprio dell’erede, sicché i creditori del defunto potranno pignorare solo i beni passati in successione e non quelli personali dell’erede stesso. Se, per esempio, uno dei figli, già titolare di due case, ottiene con la successione una terza casa, in presenza di una accettazione con beneficio di inventario, i creditori insoddisfatti potranno pignorare solo quest’ultima e non le due già intestate al figlio.

Per quanto invece attiene al discorso della «scarsa lucidità» del padre al momento della firma del finanziamento, il codice civile dà la possibilità di far annullare il contratto per incapacità del contraente. Ma questa incapacità deve essere dimostrata da chi agisce e l’azione deve essere intrapresa entro 5 anni dalla scoperta del contratto. Non basta però dimostrare la scarsa capacità di intendere e volere del soggetto, ma che questa ricorresse proprio al momento della firma del finanziamento e che fosse di entità tale da rendere impossibile, per il debitore, comprendere la natura e le implicazioni dell’atto sottoscritto. Di solito ciò richiede una prova di tipo medico che, se anche non deve attestare una patologia psichica o una demenza conclamata, deve comunque dar atto di un soggetto sostanzialmente incapace di comprendere il significato delle proprie azioni.

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