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Le Guide Se non comunico nulla, l’eredità si considera accettata o rifiutata?

Le Guide Pubblicato il 21 ottobre 2017

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In attesa dell’accettazione degli eredi, l’eredità rimane giacente. L’accettazione può essere espressa o tacita, mentre la rinuncia solo espressa.

All’apertura della successione (cioè, alla morte del defunto) gli eredi non subentrano automaticamente nell’eredità: perché ciò accada, è necessario che essi accettino la stessa, in modo tacito oppure espresso. Se l’accettazione non è immediata, si verifica una condizione particolare dell’eredità: si dice, infatti, che essa diventa giacente. Quindi, a chi si chiede: «se non comunico nulla, l’eredità si considera accettata o rifiutata?» bisogna rispondere illustrando le singole vicende.

L’eredità giacente

Il codice civile dice che quando il chiamato (cioè, il futuro erede) non ha accettato l’eredità e non è nel possesso dei beni ereditari, il tribunale, su istanza delle persone interessate o anche d’ufficio, nomina un curatore dell’eredità [1]. D’ora in avanti, l’eredità sarà giacente. La giacenza, pertanto, è direttamente collegata all’inattività dell’erede o degli eredi che, apertasi la successione, non manifestino alcuna volontà riguarda alla quota loro spettante. Per evitare, quindi, che il patrimonio ereditario, lasciato a se stesso, possa disperdersi o danneggiarsi, chiunque ne abbia interesse (si pensi ai chiamati in subordine o ai creditori ereditari) può adire il giudice chiedendo la nomina di un curatore. Questi, accettato l’incarico, deve assolvere ad alcuni obblighi: dopo aver prestato giuramento, deve procedere alla redazione dell’inventario dei beni ereditari, al fine di determinarne la consistenza; deve amministrare i beni allo scopo di preservarli; al termine del suo incarico, deve presentare al giudice il rendiconto della propria attività [2]. Il curatore cessa dalle sue funzioni quando l’eredità è stata finalmente accettata: in questo caso, l’erede subentra al curatore in tutti i rapporti giuridici relativi al patrimonio ereditario [3]. Un’altra causa di cessazione della curatela si ha quando nessun erede voglia o possa (ad esempio, in caso di prescrizione) accettare l’eredità: in tal caso, i beni vengono devoluti allo Stato e si parla di eredità vacante [4].

L’accettazione dell’eredità

Abbiamo detto che all’inerzia dell’erede si fa fronte mediante la nomina di una persona (il curatore) che possa provvedere, al ricorrere di determinati presupposti, all’amministrazione dell’eredità. Alla morte del defunto (giuridicamente, il soggetto della cui eredità si parla viene denominato de cuius), affinché coloro che sono stati indicati nel testamento ovvero, in assenza di atto di ultima volontà, i familiari più stretti (cosiddetti legittimari) possano divenire a tutti gli effetti eredi, devono accettare la quota loro spettante. L’accettazione può essere espressa o tacita [5]: la prima è quella che risulta da atto scritto nel quale emerga chiaramente la volontà di far propria una parte dell’asse ereditario [6]; la seconda si concreta in un comportamento che inequivocabilmente manifesti l’intenzione di divenire erede a tutti gli effetti [7]. Ad esempio, la giurisprudenza ha individuato un’accettazione tacita dell’eredità nel conferimento di una procura a vendere beni ereditari [8], nella domanda di divisione [9] o nella riscossione di un assegno intestato al defunto [10]. Eccezionalmente, esistono dei casi in cui l’eredità si acquista senza alcuna accettazione, tacita o espressa che sia; si tratta: del chiamato che sia già in possesso dei beni ereditari e che, entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione, non abbia redatto inventario [11]; del chiamato che abbia sottratto o nascosto i beni ereditari [12]. In entrambi i casi, saranno considerati eredi puri e semplici, perdendo anche il diritto al beneficio di inventario.

La prescrizione e la decadenza del diritto di accettare

Secondo il codice civile, il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni; il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione (cioè dalla morte del de cuius) o dal verificarsi della condizione sospensiva, se ve n’è una (il testatore ha subordinato l’istituzione al verificarsi di un evento futuro ed incerto: ad esempio, “nomino mio erede Tizio se conseguirà la laurea”; in questo caso i dieci anni decorreranno dal conseguimento del titolo). Atteso il lungo arco temporale (dieci anni) che la legge concede all’erede, per ovviare ad incertezze e dubbi il codice consente a chiunque ne abbia interesse (in primis, i chiamati in subordine, i quali potrebbe prendere il posto degli eredi rinunciatari) di rivolgersi al giudice per ottenere la fissazione di un termine entro il quale l’erede deve dichiarare se intende accettare o rifiutare l’eredità [13]. Trascorso questo termine senza che si sia fatta alcuna dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare e, di conseguenza, la possibilità di diventare erede a tutti gli effetti. Si parla, in tal caso, di decadenza dal diritto di accettare.

L’accettazione con beneficio di inventario

Con l’accettazione dell’eredità il patrimonio del defunto si confonde con quello dell’erede, diventando così un’unica massa indistinta. Questa situazione potrebbe nuocere all’erede nel caso in cui l’eredità sia gravata da così tanti debiti da annullare, di fatto, il suo valore. Anzi, potrebbe darsi che i debiti vadano al di là del valore dell’asse stesso: si parla in tal caso di hereditas damnosa. Per evitare ciò, cioè per evitare che le passività ereditate intacchino anche il proprio patrimonio personale, l’erede può decidere di accettare con beneficio di inventario: in tal modo, il suo patrimonio resterà separato da quello del defunto e potrà essere chiamato a rispondere dei debiti ereditari solamente utilizzando i beni dell’asse. La dichiarazione di accettazione con beneficio di inventario deve essere sempre e necessariamente espressa e la stessa deve essere resa ad un notaio o al cancelliere del tribunale del circondario nel quale si è aperta la successione [14]. La dichiarazione deve poi essere iscritta nel registro delle successione e, entro il mese successivo, trascritta nei registri immobiliari. Il codice prevede nel dettaglio gli adempimenti cui è tenuto l’erede che accetta con beneficio di inventario: tra questi si ricorda quello di fare inventario dei beni ereditari entro un lasso di tempo stabilito (nello specifico, entro tre mesi dalla dichiarazione di accettazione, se non si trovi già nel possesso dei beni; in caso contrario, i tre mesi decorrono immediatamente dall’apertura della successione). Se egli non adempie tempestivamente a questi oneri, verrà considerato erede puro e semplice, senza il beneficio d’inventario.

La rinuncia all’eredità

Mentre l’accettazione dell’eredità, come visto, può essere anche tacita, la rinuncia deve necessariamente essere espressa. Essa, quindi, consiste in una dichiarazione nella quale si manifesta inequivocabilmente la volontà di rinunciare all’eredità. Tale dichiarazione deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale [15] e può essere fatta solamente dopo che la successione si sia aperta; una rinuncia preventiva sarebbe priva di effetto [16]. Il rinunciante può sempre tornare sui suoi passi e revocare la rinuncia [17] fino a che l’eredità non sia stata accettata da ulteriori chiamati (ad esempio, dagli eredi istituiti solamente in sostituzione del rinunciante); in quest’ultimo caso, la rinuncia è definitiva e non più revocabile.

note

[1] Art. 528 cod. civ.

[2] Art. 529 cod. civ.

[3] Art. 532 cod. civ.

[4] Art. 586 cod. civ.

[5] Art. 474 cod. civ.

[6] Art. 475 cod. civ.

[7] Art. 476 cod. civ.

[8] Corte appello Torino, 30.1.1989.

[9] Cass., sent. n. 1585/1987 del 13.02.1987.

[10] Cass., sent. n. 12327/1999 del 05.11.1999.

[11] Art. 485 cod. civ.

[12] Art. 527 cod. civ.

[13] Art. 481 cod. civ.

[14] Art. 484 cod. civ.

[15] Art. 519 cod. civ.

[16] Art. 458 cod. civ.

[17] Art. 525 cod. civ.


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