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Se non comunico nulla, l’eredità si considera accettata o rifiutata?

28 Ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Ottobre 2018



In attesa dell’accettazione da parte dei chiamati all’eredità, il lascito testamentario si dice giacente. L’accettazione può essere espressa o tacita, mentre la rinuncia solo espressa.

L’apertura della successione coincide con la morte della persona cui l’eredità si riferisce. Ma se la successione si apre automaticamente, così non è per il trasferimento dell’eredità, che necessita di alcune formalità. Perché gli eredi subentrino nella posizione del defunto è necessario che questi dichiarino di accettare l’eredità e ciò può essere fatto in modo tacito oppure espresso. Ma l’accettazione non interviene sempre immediatamente, spesso trascorrono lunghi lassi di tempo e in questo frangente si verifica una condizione particolare dell’eredità: si dice, infatti, che essa rimane giacente. Vediamo allora cosa succede se all’apertura della successione non si comunica nulla e quando l’eredità si considera accettata o rifiutata.

La successione e l’eredità

L’eredità altro non è che il patrimonio che una persona lascia al momento della sua morte. L’eredità si trasferisce ai cosiddetti eredi nel momento in cui questi accettano la loro qualità di erede e per farlo hanno tempo dieci anni dall’apertura della successione (cioè dal momento della morte). Gli eredi sono quelle persone che per legge o per volontà dello stesso (espressa nel testamento) sono nominate successori.

La successione è un particolare strumento del diritto che permette di tramandare non solo dei beni, ma interi rapporti patrimoniali, per questo motivo si dice che l’erede, con l’accettazione, subentra nella posizione patrimoniale del defunto. Si tratta, in qualche modo, di una meccanismo che permette di non far “morire” i beni e i rapporti assieme al suo titolare.

L’eredità giacente

Il codice civile si occupa anche della condizione dell’eredità che non sia stata ancora accettata e perciò non vi è ancora nessun erede. Infatti, come abbiamo accennato nell’abstract di questo articolo, la qualità di erede non è automatica, ma deriva dalla cosiddetta accettazione dell’eredità. Prima della qualità di erede esiste quella di chiamato all’eredità, ovvero la posizione ricoperta da colui che è stato investito della possibilità di accettare l’eredità ma ancora non ha esercitato la sua facoltà.

In questa situazione il tribunale, su istanza di chiunque vi abbia interesse o anche d’ufficio (nell’interesse della cosiddetta massa ereditaria, ovvero la totalità dei beni che appartenevano al defunto), nomina un curatore dell’eredità [1]. Questa condizione dell’eredità è detta di giacenza e, come visto, è direttamente collegata all’inattività dell’erede (o degli eredi) che, apertasi la successione, non manifestino alcuna volontà riguarda alla quota loro spettante. Per evitare, quindi, che il patrimonio ereditario, lasciato a se stesso, possa disperdersi o danneggiarsi, i soggetti interessati (si pensi, ad esempio, ai chiamati all’eredità subordinati, così definiti perché ottengono il diritto di accettare solo se il chiamato principale rifiuti, o ai creditori ereditari, che hanno tutto l’interesse a conservare in buono stato i beni ereditari e, se possibile, ad aumentare la massa ereditaria tramite investimenti fruttiferi) può chiedere al giudice del tribunale del luogo in cui la successione si è aperta di nominare un curatore dell’eredità giacente.

Il curatore, accettato l’incarico e prestato giuramento, deve assolvere ad alcuni obblighi:

  • deve procedere alla redazione dell’inventario dei beni ereditari, al fine di determinarne la consistenza;
  • deve amministrare i beni allo scopo di preservarli e conservarli, se necessario anche incaricando un custode per la sorveglianza;
  • deve ricercare i soggetti che rappresentano i cosiddetti successibili, ovvero tutti coloro che, in quanto chiamati all’eredità con testamento o per legge, hanno diritto ad accettare l’eredità (non è sempre facile questa ricerca, potendo esistere anche parenti che non sono a conoscenza della morte di un loro caro, oppure possono esserci rami familiari interamente trasferitisi all’estero).

Nello svolgimento del suo incarico il curatore dell’eredità è sempre sottoposto alla vigilanza del giudice, unico soggetto che è in grado di prendere decisioni in assenza di eredi e di ratificare l’operato del curatore.

Al termine delle operazioni descritte il curatore deve presentare al giudice il rendiconto della propria attività [2] e cessa dalle sue funzioni quando l’eredità è stata finalmente accettata almeno da un erede. A questo punto l’erede subentra al curatore in tutti i rapporti giuridici relativi al patrimonio ereditario [3] e non rimane alcun ruolo da svolgere per il giudice.

Un’altra causa di cessazione della curatela si ha quando nessun erede voglia o possa accettare l’eredità (si pensi al caso di prescrizione del potere di accettare, che avviene dopo dieci anni dall’apertura della successione; all’eventualità che non sia stato redatto un testamento e non vi siano parenti del defunto entro il sesto grado): in tal caso, i beni vengono devoluti interamente allo Stato e si parla di eredità vacante [4].

 L’accettazione dell’eredità

Abbiamo detto che all’inerzia dell’erede si fa fronte mediante la nomina di una persona (il curatore) che possa provvedere, al ricorrere di determinati presupposti, all’amministrazione e alla conservazione dell’eredità. Alla morte del de cuius, affinché coloro che sono stati indicati nel testamento ovvero, in assenza di atto di ultima volontà, i familiari più stretti (cosiddetti legittimari) possano divenire a tutti gli effetti eredi, ma per far ciò devono accettare tale posizione e la quota dell’eredità che gli spetta per volontà del testatore o per legge.

L’accettazione può essere espressa o tacita [5]: la prima è quella che risulta da atto scritto dal quale emerga chiaramente la volontà di far propria una parte dell’asse ereditario [6]; la seconda si concreta in un comportamento, anche non formale, che inequivocabilmente manifesti l’intenzione di divenire erede a tutti gli effetti [7].

Per fare un po’ di chiarezza possiamo analizzare la posizione della giurisprudenza sulla questione. Ad esempio è stato considerato quale comportamento valutabile come accettazione tacita dell’eredità il conferimento di una procura a vendere beni ereditari, cioè la scelta di un chiamato all’eredità di incaricare un soggetto terzo per vendere alcuni beni che avrebbe ottenuto con l’accettazione [8]; è stata valutata positivamente anche la domanda di divisione dell’eredità, cioè la richiesta fatta al giudice o al curatore di distribuire tra gli eredi i beni ereditari [9]; allo stesso modo è stata considerata la riscossione di un assegno intestato al defunto [10].

Ma se la regola per diventare eredi e ottenere i beni del defunto è l’accettazione, che sia formulata in modo espresso e in un atto scritto o che derivi da un comportamento che è incompatibile con la volontà di rifiutare (cosiddetta accettazione tacita), vi sono anche dei casi in cui, in via del tutto eccezionale, l’eredità si acquista senza alcuna accettazione, tacita o espressa che sia. È il caso del chiamato all’eredità che al momento dell’apertura della successione sia già nel possesso dei beni ereditari e che, entro tre mesi dal giorno della morte del de cuius, non abbia redatto inventario [11] e del caso in cui il chiamato all’eredità abbia sottratto o nascosto i beni ereditari [12].

In entrambe queste situazioni i soggetti saranno considerati eredi puri e semplici, perdendo così anche il diritto al beneficio di inventario, ovvero, come vedremo nel prosieguo della trattazione, la possibilità, data agli eredi, di entrare in proprietà dei beni del defunto senza confondere le proprie sostanze con quelle ereditarie evitando di dover estinguere eventuali debiti in capo al defunto anche con i propri beni.

La prescrizione e la decadenza del diritto di accettare

Secondo il codice civile, il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni; il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione (cioè dalla morte del de cuius) o dal verificarsi della condizione sospensiva, se ve n’è una (è il caso in cui il testatore ha subordinato l’istituzione di eredi al verificarsi di un evento futuro ed incerto: ad esempio, “nomino mio erede Tizio se conseguirà la laurea”; in questo caso i dieci anni decorreranno dal conseguimento del titolo, cioè dal verificarsi della condizione).

Trattandosi di un lungo arco temporale (dieci anni), in cui la legge consente all’erede di “pensare” se accettare o meno l’eredità, la legge consente a chiunque ne abbia interesse (in primis, i chiamati in subordine, i quali potrebbe prendere il posto degli eredi rinunciatari) di rivolgersi al giudice per ottenere la fissazione di un termine entro il quale l’erede deve dichiarare se intende accettare o rifiutare l’eredità [13]. Si tratta, in sostanza, di un modo per ovviare alle incertezze e ai dubbi che aleggiano sulle spettanze dei peni e delle posizioni economiche del defunto; del resto un patrimonio senza un titolare rischia di essere disperso o consumato.

Trascorso questo termine senza che si sia fatta alcuna dichiarazione, il diritto di accettazione si prescrive, perciò il chiamato non potrà avanzare più alcuna pretesa verso la propria quota ereditari e, di conseguenza, non avrà più la possibilità di diventare erede. Si parla, in tal caso, di decadenzadal diritto di accettare.

L’accettazione con beneficio di inventario

Con l’accettazione dell’eredità il patrimonio del defunto si confonde con quello dell’erede, diventando così un’unica massa indistinta. Questa situazione potrebbe nuocere all’erede nel caso in cui l’eredità sia gravata da così tanti debiti da annullare, di fatto, il suo valore. Anzi, potrebbe darsi che i debiti vadano al di là del valore dell’asse stesso: si parla in tal caso di hereditas damnosa, cioè la situazione per la quale l’eredità non costituisce un vantaggio economico, ma un rischio per i beni dell’erede, che potrebbero essere aggrediti dai creditori del defunto. Per evitare questa drammatica condizione, cioè per evitare che le passività ereditate intacchino anche il proprio patrimonio personale, l’erede può decidere di accettare con beneficio di inventario: in tal modo, il suo patrimonio resterà separato da quello del defunto e potrà essere chiamato a rispondere dei debiti ereditari solamente utilizzando i beni dell’asse ricevuto.

La dichiarazione di accettazione con beneficio di inventario deve essere sempre e necessariamente espressa e la stessa deve essere resa ad un notaio o al cancelliere del tribunale del circondario nel quale si è aperta la successione [14]. La dichiarazione deve anche essere iscritta nel registro delle successioni e, entro il mese successivo, trascritta nei registri immobiliari, così da permettere a chiunque di conoscere la posizione dell’erede, che risulta essere giuridicamente separata da quella dell’eredità.

Il codice prevede nel dettaglio gli adempimenti cui è tenuto l’erede che accetta con beneficio di inventario e tra questi si ricorda la necessità di redigere un inventario dei beni ereditari entro tre mesi dalla dichiarazione di accettazione, se non si trovi già nel possesso dei beni (in caso contrario, i tre mesi decorrono immediatamente dall’apertura della successione). Se egli non adempie tempestivamente a questi oneri, verrà considerato erede puro e semplice, cioè sprovvisto del beneficio d’inventario.

La rinuncia all’eredità

Mentre l’accettazione dell’eredità, come visto, può essere anche tacita, la rinuncia deve necessariamente essere espressa. Essa, quindi, consiste in una dichiarazione scritta nella quale si manifesta inequivocabilmente la volontà di rinunciare all’eredità. Tale dichiarazione deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale [15] e può essere fatta solamente dopo che la successione si sia aperta; una rinuncia preventiva sarebbe priva di effetto per contrarietà alla legge, che prescrive espressamente il divieto di rinunciare ad una futura disposizione testamentaria o ad un’eredità legittima [16].

Il rinunciante, tuttavia, può sempre tornare sui suoi passi e revocare la rinuncia [17], ma ciò è possibile solo fino a che l’eredità non sia stata accettata da ulteriori chiamati (ad esempio, dagli eredi istituiti solamente in sostituzione del rinunciante o dai discendenti dell’erede rinunciatario); in quest’ultimo caso, la rinuncia è definitiva e non potrà più essere revocata.

note

[1] Art. 528 cod. civ.

[2] Art. 529 cod. civ.

[3] Art. 532 cod. civ.

[4] Art. 586 cod. civ.

[5] Art. 474 cod. civ.

[6] Art. 475 cod. civ.

[7] Art. 476 cod. civ.

[8] Corte appello Torino, 30.1.1989.

[9] Cass., sent. n. 1585 del 13.02.1987.

[10] Cass., sent. n. 12327 del 05.11.1999.

[11] Art. 485 cod. civ.

[12] Art. 527 cod. civ.

[13] Art. 481 cod. civ.

[14] Art. 484 cod. civ.

[15] Art. 519 cod. civ.

[16] Art. 458 cod. civ.

[17] Art. 525 cod. civ.


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