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Contributi minimi per la pensione

14 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 settembre 2017



Minimale contributivo e retribuzione minima per l’accredito di un anno di contribuzione: quali sono le differenze?

Chi ha un contratto part time con una retribuzione molto bassa, anche se lavora tutto l’anno, rischia di perdere alcune settimane ai fini della pensione, oppure il datore di lavoro è tenuto a calcolare i contributi su uno stipendio più alto? Sono vere, in un certo senso, entrambe le affermazioni: per capire come funziona l’accredito dei contributi previdenziali per chi ha una paga bassa, però, non bisogna confondere il minimale contributivo con la retribuzione minima per l’accredito di un anno di contributi.

Il minimale contributivo, difatti, è la paga minima sulla quale vengono calcolati i contributi previdenziali, sotto la quale non si può scendere anche se il lavoratore ha un salario bassissimo, ma viene riproporzionata su base oraria per i dipendenti a tempo parziale. La retribuzione minima per l’accredito di un anno di contributi, invece, è la paga minima che serve perché in un anno tutte le 52 settimane siano riconosciute ai fini pensionistici: non si tratta, però, di una retribuzione minima che il datore di lavoro è tenuto a rispettare.

Ma procediamo per ordine e analizziamo nel dettaglio che cosa prevede la normativa in merito ai contributi minimi utili alla pensione e agli obblighi del datore di lavoro.

Minimale contributivo

Il minimale contributivo, come anticipato, è la retribuzione minima sulla cui base devono essere calcolati i contributi che il datore di lavoro deve versare all’Inps per la prestazione lavorativa svolta dal dipendente. Normalmente il minimale contributivo è stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro: gli accordi di secondo livello e il contratto individuale (ccnl), difatti, possono stabilire il minimale contributivo solo se l’importo è maggiore di quello indicato nel ccnl.

Minimale giornaliero inderogabile

La legge [1], in ogni caso, prevede un minimale giornaliero inderogabile, sotto il quale nessun minimale contrattuale può scendere. Questo minimale è pari al 9,50% dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione.

Considerando che l’importo del trattamento minimo, per il 2017, ammonta a  501,89 euro mensili, il minimale giornaliero inderogabile è pari a 47,68 euro [2]. Ciò significa che se il contratto collettivo riconosce una retribuzione giornaliera inferiore a questo valore, il datore di lavoro è comunque obbligato a pagare i contributi su un reddito minimo giornaliero di 47,68 euro.

Minimale giornaliero inderogabile per il part time

Per i lavoratori a tempo parziale, però, non vale il minimale giornaliero “intero”, ma deve essere riproporzionato su base oraria e sulle giornate lavorative settimanali (di norma 6, 5 per la settimana corta).

Ipotizzando, ad esempio, un orario di 40 ore settimanali su 6 giorni, si deve calcolare il minimale orario in questo modo: 47,68 x 6 /40. Il risultato, pari a 7,15 euro, corrisponde al minimale orario sotto cui il datore non può scendere per il calcolo dei contributi.

Ipotizzando, invece, un orario di 36 ore settimanali su cinque giorni, il calcolo è:  47,68 x 5 /36, con un minimale orario, dunque, pari a 6,62 euro.

Retribuzione minima per l’accredito di un anno di contribuzione

Il minimale contributivo non deve essere confuso, come già detto, con la  retribuzione minima per l’accredito di un anno intero di contributi presso l’Inps. Questa retribuzione, difatti, corrisponde all’imponibile minimo che serve perché in un anno tutte le 52 settimane siano riconosciute ai fini del diritto alla pensione, ed è pari al 40% del trattamento minimo.

Per il 2017, il valore della retribuzione minima per l’accredito “intero” dei contributi è pari, dunque, a 200,76 euro a settimana; in un anno è necessario raggiungere uno stipendio, al lordo dei contributi, di 10.440 euro. Ciò comporta che i contributi versati (per un lavoratore dipendente, considerando un’aliquota del 33%) debbano corrispondere ad almeno  66 euro alla settimana ed a 3.438 euro all’anno: in caso contrario, l’annualità non varrà per intero ai fini della pensione (come se il lavoratore non avesse prestato la propria attività per tutto l’anno). Il datore di lavoro, infatti, mentre è obbligato al calcolo dei contributi sul minimale, non è obbligato anche al calcolo sulla retribuzione minima per l’accredito di un anno di contribuzione.

Se il lavoratore svolge la propria attività a tempo pieno il problema non si pone, perché il rispetto del minimale contributivo giornaliero garantisce sempre l’accredito di una settimana di contributi.

Se il rapporto è part time, invece, considerando che il minimale è su base oraria, può accadere che non si raggiunga l’accredito di un’intera settimana di contributi. La contribuzione utile al diritto alla pensione, in questo caso, viene calcolata in proporzione a quanto versato, e il lavoratore si vedrà riconosciute meno di 52 settimane nell’anno, pur avendo avuto un contratto di una durata pari a 12 mesi.

Il lavoratore può comunque versare i contributi volontari sulle settimane scoperte o procedere al riscatto.

Per chi non vale il minimale

Il minimale contributivo e la riduzione delle settimane utili alla pensione non valgono, in ogni caso, nei confronti di:

  • lavoratori domestici;
  • operai agricoli;

L’applicazione di queste regole, considerando la discontinuità di tali lavori, precluderebbe infatti l’accesso alla pensione a quasi tutti gli appartenenti a queste categorie.

note

[1] Art. 7, Co. 1 Dl 463/1983.

[2] Inps Circ.n.19/2017.

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