HOME Articoli

Le Guide Cos’è il patteggiamento?

Le Guide Pubblicato il 24 ottobre 2017

Articolo di




> Le Guide Pubblicato il 24 ottobre 2017

Il patteggiamento è un rito alternativo a quello ordinario che consente di stabilire la pena d’intesa con il pubblico ministero. Con dei limiti. 

La cronaca giudiziaria ha oramai sdoganato anche tra i non addetti ai lavori la terminologia propria delle aule di giustizia. Si sente quindi sempre più parlare al bar, per strada, alla fermata dell’autobus, di “abbreviato”, “aggravanti”, “pena sospesa”. Tra gli istituti di maggior successo popolare rientra senz’altro quello del patteggiamento. Ma cos’è il patteggiamento? Si può chiedere sempre? È una strategia conveniente? Cerchiamo di capirne un po’ di più.

L’applicazione della pena su richiesta delle parti

“Le parole sono importanti” diceva un noto attore e regista italiano in una pellicola di qualche anno fa. Perfettamente d’accordo. Cominciamo allora col dire che il patteggiamento si chiama, in realtà, applicazione della pena su richiesta delle parti [1]. Il nome vero dell’istituto ben chiarisce la sua essenza: con il patteggiamento l’imputato (o meglio, il suo difensore) e la pubblica accusa (cioè il pubblico ministero) si accordano in merito alla pena finale da far scontare al primo. L’intesa tra le parti processuali, però, non è sufficiente: perché possa diventare efficace, l’accordo deve essere passato al vaglio dal giudice il quale, verificatane la conformità a legge, l’esattezza del calcolo, l’assenza di ragioni che possano condurre l’imputato ad un immediato proscioglimento (anche per prescrizione, ad esempio), lo rende definitivo consacrandolo nella sentenza. Pertanto, la sentenza di patteggiamento non fa altro che riprodurre, in punto di pena, il calcolo fatto da accusa e difesa. Il giudice, in poche parole, ne prende atto con sentenza. Il lettore, a questo punto, si porrà immediatamente una domanda: perché patteggiare?

I benefici del patteggiamento. L’estinzione del reato

L’applicazione della pena su richiesta delle parti presenta indubbiamente dei vantaggi. Innanzitutto, chi decide di patteggiare ottiene uno sconto di pena fino ad un terzo (per questo si parla di rito premiale). In secondo luogo, l’imputato ha la certezza di quello a cui andrà incontro (a differenza del giudizio abbreviato); in altre parole, davanti al giudice non ci saranno brutte sorprese (a meno che non decida di rigettare l’accordo), perché tutto è stato preventivato dalle parti. Il terzo vantaggio è meramente processuale: trattandosi di rito alternativo a quello ordinario dibattimentale (cioè a quello che si svolge a seguito di rinvio a giudizio e che prevede l’acquisizione di documenti, l’escussione di testi, l’arringa del difensore), l’appesantita macchina della giustizia italiana viene risparmiata da un procedimento che durerà anni. Ed infatti, il patteggiamento si conclude in un’unica udienza: quella che si svolgerà davanti al giudice che sarà chiamato a valutare l’accordo tra difensore e p.m.

Un altro beneficio derivante dal patteggiamento è quello della non applicazione delle pene accessorie e delle misure di sicurezza (fatta eccezione per la confisca) nel caso in cui la pena patteggiata non superi i due anni, soli o congiunti a pena pecuniaria [2]. Inoltre, sempre nei casi di patteggiamento ristretto (cioè quelli fino a due anni di pena), se l’imputato si asterrà, nei due anni successivi alla sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, qualora sia stato condannato per una contravvenzione, o nei cinque anni successivi, se trattasi di delitto, dal commettere ulteriori reati della stessa indole, il reato per cui è stato condannato ed ogni altro effetto penale si riterrà definitivamente estinto. L’estinzione cancella definitivamente il reato, in modo tale che di esso non si terrà conto in un successivo procedimento (ad esempio, ai fini della contestazione della recidiva). Secondo la Corte di Cassazione, l’estinzione opera automaticamente, con il semplice decorso del tempo, senza bisogno di alcuna istanza [3]. Questo punto, però, merita attenzione. Ed infatti, la sentenza penale con la quale viene applicata la pena su richiesta delle parti, una volta divenuta irrevocabile, viene iscritta al casellario giudiziario, risultando così nel certificato penale del condannato; la condanna non compare sul certificato richiesto da privati, ma risulta visibile nei certificati richiesti dalle Pubbliche Amministrazioni e in quelli richiesti per ragioni di giustizia (affinché il giudice verifichi l’esistenza di precedenti). Il Casellario, tuttavia, decorsi i termini previsti dalla legge per far maturare l’estinzione, non provvede autonomamente ad effettuare la cancellazione. In altre parole, non provvede a “pulire” la fedina penale. L’interessato, pertanto, dovrà fare apposito ricorso al giudice dell’esecuzione il quale, se decide di accoglierlo, ordina l’invio di un foglio complementare al Casellario competente al fine di provvedere all’annotazione nella scheda.  La scheda del Casellario, quindi, non viene eliminata per effetto dell’eventuale dichiarazione di estinzione; ciò che avviene è soltanto un’annotazione di “reato estinto” in calce all’iscrizione relativa alla sentenza di patteggiamento.

Tra i benefici del patteggiamento ne va segnalato ancora un altro: esso taglia fuori dal procedimento la parte civile. A differenza di quello che avviene con il rito abbreviato, quindi, la persona offesa non potrà costituirsi per chiedere il risarcimento del danno. Potrà far valere le sue ragioni solamente in sede civile. Infine, secondo il codice di procedura, la condanna a seguito di patteggiamento non ha efficacia nei giudizi civili e amministrativi.

I limiti del patteggiamento

Non sempre si può accedere al patteggiamento. Proprio perché consente di ottenere una diminuzione della pena, l’ordinamento ha pensato di restringere l’applicazione di questo rito solamente ai casi in cui, considerate tutte le circostanze attenuanti e aggravanti, nonché lo sconto di pena fino ad un terzo proprio della procedura, la pena non superi i cinque anni di reclusione o di arresto. La pena pecuniaria non viene computata nel calcolo. Il codice di procedura penale, però, elenca una serie di reati per i quali l’imputato può accedere al rito di cui ci occupiamo solamente se la pena finale non superi i due anni, soli o congiunti a pena pecuniaria (cosiddetto patteggiamento ristretto): si tratta dei reati di violenza sessuale semplice o di gruppo; atti sessuali con minorenne; prostituzione e pornografia minorile; associazione per delinquere di stampo mafioso, ed altri per i quali si rimanda alla lettura del codice di procedura penale.

Nel 2015, poi, la legge introduttiva di norme contro la corruzione e falso in bilancio ha inserito un’ulteriore limitazione: nei procedimenti per alcuni delitti commessi da pubblici ufficiali (peculato, concussione, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita e istigazione alla corruzione), l’ammissibilità della richiesta di patteggiamento è subordinata alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato [4].

Gli svantaggi

Il patteggiamento comporta la condanna dell’imputato. È chiaro, quindi, che esso verrà chiesto solamente quando il carico probatorio gravante sull’imputato sia assai ingombrante, quasi insuperabile. Molte volte, però, gli avvocati consigliano di accordarsi con la pubblica accusa per evitare un processo lungo ed estenuante, dall’esito non prevedibile anche quando la colpevolezza dell’imputato sia tutt’altro che evidente. Per espressa disposizione codicistica, la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una pronuncia di condanna vera e propria, salvo diverse disposizioni di legge. Ulteriore peculiarità è che la sentenza così determinata non è appellabile (se non eccezionalmente dal pubblico ministero) [5]. L’unico rimedio consentito è il ricorso per Cassazione per motivi inerenti al calcolo della pena o alla manifesta innocenza del condannato. La sentenza di patteggiamento diventa definitiva dopo 15 giorni dalla sua emissione.

La procura speciale

Poiché il patteggiamento termina con la condanna dell’imputato, perché esso possa essere richiesto occorre che il consenso sia prestato personalmente dall’imputato presente in udienza oppure dal difensore munito di procura speciale, cioè di procura ove espressamente si autorizzi l’avvocato a chiedere la pena concordata.

note

[1] Art. 444 cod. proc. pen.

[2] Art. 445 cod. proc. pen.

[3] Cass. sent. n. 6673/2016 del 18.02.2016.

[4] Legge n. 69/2015 del 27.05.2015.

[5] Art. 448 cod. proc. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI