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Lo sai che? Condanna a risarcire il danno: gli eredi cosa possono fare?

Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2017

Alla morte dell’imputato che è stato condannato a risarcire il danno, il primo pensiero degli eredi è proporre impugnazione per tutelare il buon nome del loro caro. Vediamo se e quando ciò è possibile. 

Quando l’imputato muore, la regola è che il procedimento penale si estingue. Lo Stato ritiene che non sia necessario e utile indagare la responsabilità di un soggetto che non c’è più: l’esistenza e la permanenza in vita della persona accusata costituiscono presupposto di esistenza del rapporto processuale e della successiva sentenza. Non sono applicabili in sede penale gli istituti della successione nel processo e della sua interruzione ma è prevista una causa di estinzione del reato che impone al giudice, in caso di morte dell’imputato prima della sentenza di condanna, di pronunciare sentenza di proscioglimento. La morte dell’imputato, quindi, se intervenuta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile, comporta la cessazione non solo del rapporto processuale in sede penale ma anche del rapporto processuale civile inserito nel processo penale: ciò significa che le eventuali statuizioni civili non devono essere contrastate con una impugnazione da parte degli eredi ma restano caducate di diritto, senza la necessità di una apposita dichiarazione da parte di un giudice.

Può sorprendere ma nessuna norma prevede per gli eredi un’autonoma legittimazione all’impugnazione della sentenza del congiunto deceduto; ciò deriva dalla personalità della responsabilità penale, che non permette di trasferire in capo agli eredi questa posizione giuridica e le sue conseguenze civili qualora l’accertamento penale non sia divenuto definitivo.

La facoltà di impugnazione spetta soltanto a colui al quale la legge espressamente la conferisce, restando impedita tale possibilità agli eredi dell’imputato successivamente alla morte del medesimo.

Ciò non significa che l’accertamento penale non definitivo rimarrà esistente quale macchia sulla memoria del defunto. Se l’imputato muore durante il procedimento penale, prima della condanna definitiva ma dopo che lo stesso imputato ha dato impulso al processo attraverso un suo atto di parte (quale l’atto di impugnazione), il giudice avrà la materiale possibilità di dichiarare l’estinzione del reato: l’atto di iniziativa dell’interessato è necessario perché solo così è consentito al giudice dell’impugnazione avere a disposizione il fascicolo e conoscere della vicenda processuale per poterne dichiarare l’estinzione.

Quindi l’estinzione del reato per morte dell’imputato può essere espressamente dichiarata solo se l’imputato abbia mantenuto in vita il rapporto processuale. Si pensi al caso in cui l’imputato, tramite il proprio difensore, proponga impugnazione prima della sua morte: il giudice d’appello si limiterà a dichiarare il proscioglimento per morte dell’imputato, senza indagare nel merito la questione. Non si tratta di una pronuncia di inammissibilità: l’accertamento verterà sulla insussistenza del rapporto di impugnazione e conseguente improponibilità o irricevibilità dell’appello, poiché l’attivazione dello pseudo-rapporto nasce da un elemento meramente formale ed esistente solo dal punto di vista interno al processo, inidoneo a riverberare effetti sulla realtà delle situazioni giuridiche soggettive.

Qualora, invece, venga pronunciata sentenza nei confronti di soggetto in vita al momento della sua pubblicazione ma deceduto prima della scadenza del termine per impugnare e senza aver esercitato tale facoltà, tale pronuncia non può considerarsi definitiva perché la mancanza di impugnazione è dipesa da un fattore esterno al processo che non coincide con la volontà dell’imputato. Essa quindi non avrà alcun valore e ciò sia nei confronti dell’imputato sia con riferimento alle altre parti del processo penale, anche la parte civile. Agli eredi non è concesso di proporre impugnazione al posto del congiunto deceduto: ma nemmeno è ritenuta necessaria perché in tal caso la preclusione deriva dalla intervenuta inesistenza del rapporto processuale. Dato che non esiste un giudicato, non esiste un condannato: quindi non esiste nulla su cui un controllo possa essere svolto né un soggetto personalmente interessato all’esito.

Nel caso di sentenza di condanna definitiva, le conseguenze sono differenti. La morte dell’imputato condannato dopo l’epilogo del processo non ha alcuna conseguenza sull’accertamento di responsabilità: esso rimane perfettamente esistente perché l’imputato ha potuto personalmente seguire tutto il processo e quindi ha potuto esercitare tutti i diritti e facoltà connessi al diritto di difesa.

Ciò che viene meno è la pena: sempre in virtù del principio della personalità della responsabilità penale, si prevede che la morte dell’imputato dopo che è intervenuta sentenza definitiva comporta l’estinzione della pena. Ciò non significa che vengano eliminate le conseguenze civili, che infatti rimangono sussistenti e coinvolgono anche gli eredi.


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