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Reversibilità: come si divide con la moglie divorziata?

Pubblicato il 10 settembre 2017

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> Pubblicato il 10 settembre 2017

Il criterio di divisione della reversibilità non deve tenere conto solo della durata del matrimonio ma anche dell’eventuale convivenza prematrimoniale.

La quota di reversibilità tra le due mogli va quantificata tenendo presente la durata dei matrimoni, l’entità dell’assegno riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. Così, ad esempio, se con la seconda moglie la convivenza prematrimoniale è elevata quanto il primo matrimonio, quest’ultima avrà pari diritti nella quantificazione dell’assegno. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]

Come noto, se l’ex coniuge deceduto si era, in vita, risposato, la pensione spetta sia al coniuge divorziato che al coniuge superstite, a condizione che entrambi ne abbiano i requisiti. Se, oltre al coniuge superstite vi sono altri coniugi divorziati, la pensione viene ripartita tra tutti questi. In ogni caso devono sempre sussistere i presupposti per la reversibilità, per come elencati nell’articolo Reversibilità: come si divide?

In proposito la Cassazione ha chiarito che in tema di pensione di reversibilità, il meccanismo divisionale non è uno strumento di perequazione economica fra le posizioni degli aventi diritto, ma è preordinato alla continuazione della funzione di sostegno economico assolta a favore dell’ex coniuge e del coniuge convivente, durante la vita del dante causa, rispettivamente con il pagamento dell’assegno di divorzio e con la condivisione dei rispettivi beni economici da parte dei coniugi conviventi. La ripartizione del trattamento economico va quindi effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, quale l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali.

note

[1] Cass. sent. n. 16602/17.

Cassazione civile, sez. VI, 05/07/2017, (ud. 07/04/2017, dep.05/07/2017), n. 16602

FATTO E DIRITTO

L.L. e M.G. sono state entrambe coniugate con S.R.. Il Tribunale di Padova, decidendo su giudizio introdotto da M.G., ex moglie che beneficiava di assegno divorzile, ha deciso che la pensione di reversibilità dello scomparso dovesse essere corrisposta in parti uguali. L’impugnativa proposta da L.L. è stata rigettata dalla Corte d’Appello di Venezia. La Corte di merito ha considerato che il meccanismo divisionale non è uno strumento di perequazione economica fra le posizioni degli aventi diritto, ma è preordinato alla continuazione della funzione di sostegno economico assolta a favore dell’ex coniuge e del coniuge convivente, durante la vita del dante causa, rispettivamente con il pagamento dell’assegno di divorzio e con la condivisione dei rispettivi beni economici da parte dei coniugi conviventi. La ripartizione del trattamento economico va quindi effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei rispettivi matrimoni, anche ponderando ulteriori elementi, quale l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali. La Corte territoriale ha quindi confrontato le condizioni economiche delle parti e rigettato l’impugnazione.

Nel ricorso per cassazione si contesta l’omessa considerazione della diversa durata dei due matrimoni contratti da S.R. con le parti in causa, ma si è già chiarito che la Corte di merito ha spiegato di aver legittimamente valorizzato sia questo dato che altri, con giudizio di fatto non censurabile in questa sede. Si critica, poi, che se l’ammontare della quota di spettanza della M. dovesse risultare superiore alla somma percepita quale assegno di divorzio il risultato apparirebbe “iniquo”. Questa considerazione ipotetica non è in grado di inficiare la corretta applicazione delle norme vigenti operata nella sentenza impugnata, nonchè la valutazione in fatto operata dalla Corte d’Appello e compiutamente motivata.

Non si ravvisano pertanto violazioni di legge, in ordine alle quali le censure sono peraltro proposte in modo inadeguato.

In sostanza la ricorrente, pur invocando la violazione di norme di diritto, propone soprattutto contestazioni in ordine a profili e situazioni di fatto, per larga parte insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una decisione impugnata che appare invece caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica.

La decisione della Corte d’Appello risulta del resto conforme alla giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. 16093/12; 6019/14; 21598/14), e le contestazioni proposte in ricorso non inducono a modificare l’orientamento.

Il ricorso appare pertanto manifestamente infondato.

Le spese seguono la soccombenza nel rapporto L. – M.; vanno compensate in confronti dell’INPS, che non ha svolto attività difensiva, non essendosi costituito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 2.100 comprensivi di Euro 100 per esborsi, oltre accessori di legge, a favore di M.G.; la competenza nei confronti dell’INPS.

Omettere dati anagrafici e identificativi.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quatere, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 7 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2017


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1 Commento

  1. Io sono sposata con un divorziato da 16 anni più 10 anni di convivenza documentata più 15 anni che mio marito ha tenuto pur convivenza la sua residenza nella sua casa di proprietà …l’ex moglie non percepisce nessun assegno cosa dice per me la legge?????

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