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Lo sai che? Si può denunciare chi non paga più gli alimenti?

Lo sai che? Pubblicato il 24 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 settembre 2017

Un consulente finanziario sta divorziando. Ha pagato gli alimenti per 4 anni, poi ha interrotto per calo del reddito. La moglie è economicamente autosufficiente ma vuole denunciarlo. Può farlo?

Si deduce che non è ancora intervenuta una sentenza di divorzio, sicché ciò che attualmente definisce gli obblighi economici del soggetto in questione nei confronti della moglie e/o dei figli è il provvedimento giudiziale che ha sancito la separazione. Prima di tutto occorre precisare che nei casi di omesso o parziale inadempimento degli obblighi economici derivanti dalla separazione non si rischia soltanto di essere accusati del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [1], bensì anche di quelli introdotti dalle leggi che regolano il divorzio e la separazione [2]. Questi ultimi due reati sono puniti con le stesse pene stabilite per il primo ma si distinguono da questo per due aspetti:

  1. anzitutto la procedibilità: il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare è procedibile a querela di parte, tranne nel caso in cui l’accusato abbia fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori. Gli altri due reati sono invece procedibili d’ufficio. La differenza non è di poco conto, perché nel primo caso la persona che sporge la querela ha sempre la possibilità di ritirarla qualora si trovi un accordo con il coniuge; negli altri due casi invece, una volta sporta la querela chi la propone non potrà più ritirarla, quindi anche nel caso intervenga un accordo tra le parti il processo penale andrà comunque avanti e l’imputato potrà essere condannato;
  2. il codice penale punisce la persona che fa mancare i mezzi di sussistenza al coniuge (o ai figli minori o inabili al lavoro): perché si possa giungere alla condanna non è sufficiente quindi dimostrare che non si sono versati i contributi concordati o stabiliti dal giudice in occasione della separazione o del divorzio, bensì occorre provare che a causa di questi inadempimenti il coniuge abbia sofferto della mancanza di mezzi primari di sussistenza (alimenti, vestiario, abitazione ecc.) o che abbia potuto accedere a questi mezzi soltanto tramite un aiuto esterno (ad esempio, parenti, servizi sociali ecc.). Perché invece si possa arrivare ad una condanna per gli altri due reati è sufficiente dimostrare il mancato o il parziale pagamento dei contributi economici stabiliti dal tribunale: per esempio potrà incorrere in una condanna anche chi sia obbligato a versare al coniuge 1.000 euro al mese e ne versi soltanto 500.

Quanto sopra precisato comporta quindi che mentre per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare potrebbe sfuggirsi alla condanna dimostrando che il coniuge ha avuto la possibilità di mantenersi senza il contributo dell’(ex) coniuge (ad esempio attraverso un’attività lavorativa, anche in nero), per gli altri due reati ciò non sarà sufficiente ad evitare la condanna, al massimo ad ottenere una diminuzione della pena e/o dell’eventuale risarcimento dovuto. Riguardo al mutamento delle condizioni economiche dell’obbligato bisogna purtroppo confrontarsi con una giurisprudenza molto restrittiva, che riconosce la giustificazione dell’omesso versamento soltanto nel caso in cui l’obbligato sia in grado di provare non una mera difficoltà economica, bensì la assoluta impossibilità di far fronte ai propri obblighi economici (ad esempio per sopravvenuta disoccupazione unita all’assenza di altri redditi, per gravi problemi di salute ecc.). La prassi intransigente dei tribunali è in parte giustificata dal fatto che chi vede mutata sensibilmente la propria situazione economica ha la possibilità di chiedere al giudice civile il mutamento delle condizioni economiche stabilite all’atto della separazione [3]. Il comportamento di chi decida unilateralmente di non pagare più nulla, o pagare meno di quanto dovuto, è ritenuto comunque non giustificabile (fatta eccezione, come detto prima, per i casi di comprovata impossibilità assoluta), quindi meritevole di condanna. Considerata la particolare insidia rappresentata da questi reati, rispetto ai quali è davvero difficile, seppure non impossibile, sfuggire ad una condanna, si consiglia pertanto – per quanto possibile – di tentare di addivenire ad un accordo, quantomeno fino alla definizione del divorzio.

Infine, è opportuno precisare che il reato di violazione degli obblighi di assistenza famialire non può essere contestato per fatti avvenuti dopo la pronuncia del divorzio, perché questa fa venir meno la qualità di coniuge, richiesta espressamente dall’articolo del codice penale.

È sufficiente considerare che il delitto di calunnia [4]  è integrato quando la persona che querela o denuncia un’altra accusandola di avere commesso un reato è consapevole dell’innocenza dell’accusato e ciononostante chiede alle autorità competenti di accertarne la responsabilità penale. In altre parole perché si abbia calunnia non è sufficiente che la persona denunciata venga assolta al termine del processo, bensì occorre dimostrare anche la originaria mala fede del denunciante nell’aver accusato una persona che sapeva essere innocente. Nel caso esposto, considerando che non è in discussione il fatto che il soggetto interessato abbia interrotto il pagamento di quanto stabilito all’atto della separazione, sarebbe alquanto improbabile affermare la mala fede dell’altro coniuge, anche nel caso in cui l’eventuale processo dovesse terminare con una assoluzione: occorrerebbe, infatti, provare che al momento della denuncia l’accusatore era a conoscenza dell’innocenza del coniuge e ciononostante abbia comunque deciso di denunciarlo.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Andrea Iurato

note

[1] Art. 570 cod. pen.

[2] Cioè quello di cui all’art. art. 12-sexiex, l. n. 898 dello 01.12.1970, nel caso in cui sia intervenuto il divorzio o quello di cui all’art. 3, l. n. 54 dello 08.02.2006, nel caso in cui i coniugi siano soltanto separati.

[3] Attraverso il ricorso di cui all’art. 710 cod. proc. civ.

[4] Art. 368 cod. pen.


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