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Editoriali Il secondo video hard di Belen Rodriguez: il link è online e sulla scrivania del PM

Editoriali Pubblicato il 5 novembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 5 novembre 2012

Evidentemente a Belen Rodriguez piace stare dietro le telecamere: e questo non solo mentre conduce. Dopo lo scandalo di un anno fa, la soubrette argentina sarebbe, infatti, protagonista di un nuovo video hard diffuso in rete, questa volta però “accanto” al suo ex Fabrizio Corona. Siamo così alle solite: querela depositata alla polizia postale di Milano; richiesta di sequestro del sito tedesco da cui è partita la bomba; indagini e ricerca disperata dei link incriminati.

Ma alla fine tutto questo sarà inutile. Perché? Se lo scopo del procedimento penale è quello di punire il colpevole e, quando possibile, bloccare gli effetti dannosi del reato, questi obiettivi diventano spesso irrealizzabili quando si parla di web.

Difatti, a meno di parlare di un soggetto sprovveduto (ma tale non è certo l’identikit di chi si accinge a compiere un’azione scellerata davanti al mondo intero), può essere materialmente impossibile punire il colpevole di un crimine informatico come quello subìto dalla Rodriguez. E non mi riferisco solo al caso in cui il diffamatore sfrutti una connessione wi-fi pubblica, da cui sia improbabile risalire, in un successivo momento, al singolo utilizzatore. Il problema è diverso ed è prettamente di carattere giuridico.

Mettiamo Maria e Mario: i due hanno ripreso il loro rapporto sessuale e hanno deciso poi di custodire il file in un DVD. Dopo qualche mese che i due si sono lasciati, il filmato si trova miracolosamente pubblicato in rete. Maria, sentendosi diffamata, ricorre alle Autorità per chiedere la cancellazione dalla rete del video e la punizione del colpevole.

A questo punto, per quanto possa essere naturale presumere che a diffondere il video sia stato Mario – unico possessore, insieme a Maria, del DVD –, non è necessariamente così per la giustizia. Per poter arrivare, infatti, a una sentenza di condanna nei confronti di Mario non deve sussistere il ragionevole dubbio: cosa che certamente Mario, attraverso il proprio avvocato, tenterà di insinuare nel giudice. Come? Facile. Mario, prima di commettere l’azione delittuosa, ha denunciato lo smarrimento del supporto laser alla questura. Va alla polizia, dichiara di aver subito un furto e attesta che, tra gli oggetti da lui non più rivenuti, vi è il DVD “hot”. Si tratta di un “falso in atto pubblico” e di “simulazione di reato”, ma Mario non si fa tanti problemi, perché sa che, con tutti i fascicoli che giacciono sulla scrivania del PM, la sua denuncia di furto non verrà mai presa in considerazione.

A questo punto, Mario si vale di un software peer to peer – di quelli come ce ne sono tanti a disposizione di chiunque – e mette in circolazione il video girato con Maria. Come a tutti noto, i programmi di file sharing non consentono di risalire all’identità del primo condivisore del file.

Ammesso (e non concesso), dunque, che la polizia riesca a reperire tutte le copie del file messo in rete e a cancellare i link nascosti negli angoli più oscuri del pianeta, non riuscirà però mai a risalire all’identità di chi lo ha pubblicato. Né si può presumere che questi sia stato Mario, avendo egli denunciato il furto del supporto. Risultato: il colpevole non verrà mai punito.

L’esempio di Mario e Maria è ricalcato sulla sciagura della bella Belen. Ma il discorso è estremamente più ampio e può riguardare qualsiasi tipo di diffamazione a mezzo Internet.

Come dormire, allora, sonni tranquilli sapendo che l’indomani la bacheca di Facebook potrebbe essere piena di evidenze o di immagini posticce, tali da ledere la vostra dignità?

C’è una soluzione? Mettere sotto controllo ogni computer, così come suggeriva il buon Fabio Ghioni?

L’idea è agghiacciante. Ma, come ho provato a spiegare nel corso di un altro intervento, bisogna scremare le paure per comprendere quale sia il male maggiore.

Chiariamo come stanno le cose, senza tante ipocrisie.

Perché il popolo della rete grida inorridito all’idea di un controllo sulle connessioni? Non certo perché vuole liberamente diffamare gli altri, comprare armi atomiche o spacciare droga. La maggioranza dei netizen non è fatta di criminali. Ma è fatta di persone che violano il copyright: di utenti che usano Internet per condividere, copiare, prelevare, utilizzare, duplicare, scambiare. Su queste attività si basa quasi tutto il traffico dei motori di ricerca e dei social network.

Così torniamo al solito tema: ciò che impedisce l’adozione di provvedimenti che rendano la rete un posto sicuro è solo la paura (da parte del popolo) che li si possa utilizzare per spedire in carcere chi sta scaricando un film – e di ciò le industrie che producono contenuti sono assolutamente capaci, avendolo più volte dimostrato!

Insomma: il problema del copyright e la tutela oltranzista di un’industria lobbistica e riluttante a riformarsi è la ragione per cui la rete resta – e resterà a lungo – un porto franco dove poter commettere impunemente qualsiasi tipo di crimine.

Invece, una riforma dei diritti d’autore e un sistema di leggi razionali potrebbe evitare gravi danni alla società.

Il discorso riporta all’amo un altro penoso problema: quello per cui si preferisce lasciar morire milioni di indigenti pur di non diffondere la ricetta del ritrovato medico su cui le aziende farmaceutiche vantano diritti di copyright.

Ma questa è un’altra storia…

to be continued (Belen Rodriguez e i due video porno: come internet ti frega)


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