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Lo sai che? Come giustificare i versamenti in contanti

Lo sai che? Pubblicato il 11 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 11 settembre 2017

Versamenti di contanti sul conto corrente bancario: il documento scritto con data certa è sempre la migliore difesa dall’Agenzia delle Entrate.

Hai messo da parte un gruzzoletto: tra l’apertura del salvadanaio, i regali dei parenti e degli amici per il tuo compleanno e un po’ di fortuna al bingo sei riuscito a raggiungere qualche migliaio di euro. Nell’attesa però di decidere come investire i soldi, hai pensato bene di metterli in banca, quantomeno per evitare il rischio di spenderli tutti in una volta. Ma qualcuno ti ha detto che è sempre meglio andarci cauti con i versamenti perché questi, quando non supportati da un reddito adeguato e proporzionato, potrebbero insospettire il fisco. Come agire in questi casi per non correre problemi? Come giustificare i versamenti in contanti? Di tanto parleremo in questo articolo.

Perché mai i versamenti in contanti sul conto corrente devono essere giustificati? La ragione è semplice e l’abbiamo già spiegata nell’articolo I contanti versati sul conto corrente vanno tassati. L’Agenzia delle Entrate è legittimata a sospettare che, dietro un versamento di denaro sul conto corrente, si nasconda sempre un reddito, salvo che il contribuente dimostri il contrario. In buona sostanza, il fisco presume, il cittadino deve difendersi. Ed in assenza di difese, scatta in automatico l’accertamento fiscale. Questo vale non solo per imprenditori e professionisti, ma anche per il lavoratore dipendente che, nell’immaginario collettivo, è il soggetto meno portato all’evasione.

In termini pratici, una volta che viene effettuato un versamento sul conto corrente, l’Agenzia delle Entrate può chiedere al contribuente chi gli ha dato quel denaro; se non si offrono convincenti spiegazioni, detti importi si presumono il frutto di un’evasione fiscale. Le conseguenze non sono fortunatamente penali, ma solo tributarie: il fisco sottopone a tassazione tali importi e, ovviamente, insieme alle imposte, chiede anche il pagamento delle sanzioni.

Detto ciò, vediamo come correre ai ripari e come giustificare i versamenti in contati sul conto.

La prima buona notizia è che non corri alcun rischio, da un punto di vista amministrativo o penale, a depositare soldi in banca anche per diverse migliaia di euro. Avrai sicuramente sentito parlare del divieto di trasferire contanti superiori a 3mila euro, ma questa norma non si applica né ai prelievi, né ai versamenti sul conto corrente. In tali ipotesi infatti la titolarità del denaro non passa da un soggetto a un altro, atteso che la banca è un semplice depositario, ma la proprietà resta sempre del correntista.

La seconda buona notizia è che non è sempre necessario giustificare i versamenti in contanti; la necessità scatta solo quando questi raggiungono un importo incompatibile con il proprio reddito dichiarato al fisco. Chiaramente, il versamento di un disoccupato potrà generare più sospetti rispetto a quello di chi ha un lavoro regolarmente remunerato poiché tali soldi potrebbero derivargli appunto dallo stipendio. In altri casi, però, almeno per quei dipendenti che ricevono il pagamento della busta paga direttamente sul conto corrente, i sospetti che il denaro abbia un’altra provenienza potrebbe essere fondato. Per esempio, se una persona riceve ogni mese 1.500 euro sul conto dall’azienda presso cui lavora e un giorno fa un versamento sul conto di 4mila euro, l’Agenzia delle Entrate potrebbe chiedergli come si è procurato questa liquidità (posta la tracciabilità dello stipendio) e, se non offre prove sufficienti, su questi soldi gli viene ricalcolato l’Irpef e le sanzioni.

Ora che sai che i contanti versati sul conto corrente vengono tassati se il contribuente non riesce a dimostrarne la provenienza, è necessario cautelarsi sin dall’inizio per evitare contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, contestazioni che possono arrivare anche dopo molti anni dal versamento (le attuali norme prevedono un incredibile allungamento della possibilità per il fisco di controllarti, anche 7 anni).

La prima cosa da fare è procurarsi sempre un documento scritto che attesti la provenienza dei soldi. La “carta” è infatti indispensabile se ci si vuole difendere dal fisco: infatti, nelle cause tributarie, la prova testimoniale non ha valore. Facciamo un esempio pratico: se il contribuente ha ricevuto 2mila euro in contanti quale regalo dalla madre e di ciò non ha una prova scritta non può ricorrere alla testimonianza del genitore per confermare ciò.

Quindi, quando si tratta di donazioni, per giustificare i versamenti in contanti è sempre opportuno avere una scrittura privata, con data certa (data che può essere posta con un timbro postale o con una posta elettronica certificata). In essa il donante dichiara di regalare un determinato importo al donatario. Bastano anche lettere, fax, telegrammi, ecc.

Il versamento di una somma di denaro nel giorno del compleanno o del matrimonio potrebbe essere giustificato come “regalia” per la ricorrenza.

Chiaramente la “motivazione” che si compila sulla distinta bancaria, nel momento in cui si fa materialmente il versamento, ha un valore relativo e solo indiziario con il fisco, essendo effettuata dallo stesso contribuente e potendo non corrispondere a verità. Ad essa si devono quindi accompagnare ulteriori prove. Ad esempio, se il contribuente dovesse giustificare il versamento sostenendo che si tratta di un regalo e dal conto corrente del donante dovesse risultare un prelievo di pari importo e nella stessa data, si dovrebbe essere al riparo. L’importante però è che si tratti di un familiare convivente visto che, nei confronti di questi, la giurisprudenza è più permissiva: è normale che, nell’ambito dei normali rapporti familiari, vi sia un clima di reciproco sostegno economico.

Quando infine si ottengono i soldi da un risarcimento o da una vincita, sarà necessario conservare, per almeno sette anni, i documenti che comprovano il titolo di provenienza dei soldi (ad esempio l’assegno o la ricevuta).


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