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Lo sai che? La tassa sui risparmi in banca

Lo sai che? Pubblicato il 31 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 gennaio 2018

Il risparmio formatosi nell’anno e non consumato è anch’esso, come le spese eccessive, indice di ricchezza sospetta e fa scattare il redditometro.

Chi tanto spende, tanto deve guadagnare. Una equazione questa su cui si basa il Redditometro, ossia lo strumento più utilizzato dall’Agenzia delle Entrate per rilevare le bugie dei contributi nella dichiarazione dei redditi. Così, fatta la legge trovato l’inganno, le persone hanno smesso di spendere o meglio, hanno smesso di acquistare con strumenti tracciabili. I contanti frutto del “nero” restano in casa, dentro il materasso o in cassaforte, e servono per condurre la normale vita quotidiana. I ricavi invece “ufficiali” restano in banca e si accumulano, fino a formare vere e proprie ricchezze. Ci sono conti correnti su cui risultano solo versamenti e nessun prelievo. Come è possibile? Forte di ciò, l’Agenzia delle entrate ha appena messo a punto un nuovo strumento: il Risparmiometro, che mette a confronto il deposito in banca con i redditi dichiarati e se il primo è superiore o identico al secondo può scattare un accertamento fiscale. Il ragionamento è logico e facile da spiegare: se non viene prelevato neanche 1 euro dal conto corrente, come avrà fatto il contribuente a vivere, a comprare il cibo e i vestiti?». Ebbene, il Risparmiometro è ormai realtà ed opera a partire dal 2018. Vediamo come funziona e perché questo nuovo strumento può essere definito come la tassa sui risparmi in banca.

Ogni volta che si verifica un’incongruenza tra il tenore di vita del contribuente e il reddito da questi dichiarato al fisco, l’Agenzia delle Entrate chiede chiarimenti e, se le giustificazioni fornite dall’interessato dovessero risultare insufficienti a giustificare l’anomalia, scatta un accertamento fiscale. La conseguenza è che le somme “in più” rispetto a quelle denunciate vengono tassate con l’Irpef. Insomma, chi spende troppo rispetto a quello che dichiara diventa bersaglio dell’amministrazione finanziaria. Lo strumento che riesce a fare queste comparazioni si chiama Redditometro. Esso mette sui due piatti della bilancia le uscite e le entrate e se le prime superano di oltre il 20% le seconde significa che qualcosa non quadra. Allora l’Agenzia delle Entrate chiama il contribuente e gli chiede di dimostrare da dove provengono queste disponibilità. Lui potrà ad esempio documentare (perché sono ammesse solo prove scritte) che si tratta di donazioni, vincite al gioco o redditi esenti o già tassati alla fonte,

Sbaglia però chi ritiene che le incongruenze tra la dichiarazione e il conto corrente vengano calcolate solo sugli acquisti fatti nell’anno. Ad entrare nel mirino del fisco ora sono anche i risparmi. Un eccessivo accumulo di denaro sul conto corrente potrebbe infatti destare l’allerta del fisco e, quindi, la tassazione. Ed è proprio questo lo scopo del Risparmiometro che è stato messo a punto dall’amministrazione finanziaria. Si può quindi legittimamente parlare di una vera e propria tassa sui risparmi in banca. Ma procediamo con ordine e vediamo di cosa si tratta. Leggi anche Come funziona il Risparmiometro.

Immaginiamo un lavoratore dipendente che, avendo ottenuto una grossa liquidità in contanti per aver fatto delle vendite in nero, decida di tenere i soldi a casa e di non versarli né alle poste, né in un libretto, né in banca. Ha, del resto, fatto tesoro dei suggerimenti contenuti nell’articolo I contanti versati sul conto corrente vanno tassati. Di questo denaro si serve per mantenere la famiglia per ben 10 mesi, senza così mai prelevare dal conto corrente dove, mensilmente, l’azienda continua a versargli lo stipendio. A fine anno l’Agenzia delle Entrate – che, grazie all’Anagrafe dei conti correnti è in grado di sapere la giacenza media e finale dei conti, nonché prelievi e versamenti – si accorge che qualcosa non torna. «Come avrà fatto il nostro contribuente – si chiede il funzionario di turno – a vivere per quasi un anno, a pagare le spese per la scuola dei figli e le tasse sulla casa, senza aver mai prelevato un euro dal proprio conto corrente, pur avendo dichiarato solo lo stipendio come unica entrata di reddito?». L’eccesso di risparmio genera sospetto e, ancora una volta, scatta il «redditometro» al contrario: non sugli acquisti ma sui “non-acquisti”. Il risparmio formatosi nell’anno e non consumato è dunque anch’esso – al pari delle spese – un indice di ricchezza sospetta.

Quando abbiamo elencato quali spese fanno arrivare un controllo fiscale, abbiamo fatto riferimento al redditometro, strumento di cui si vale l’Agenzia delle Entrate per calcolare eventuali sforamenti tra lo stipendio o il reddito denunciato annualmente dal contribuente e gli acquisti fatti nello stesso periodo di imposta. Chi guadagna 100 non può spendere 200 – è questa la logica su cui si posa il redditometro – a meno che non si dimostri che tali soldi sono il frutto di un prestito, di una donazione o di vincite al gioco. Non ci sono solo gli acquisti di beni di lusso a far “schizzare” il redditometro, ma anche il loro mantenimento: è vero, ad esempio, che una persona disoccupata può anche essere titolare di tre case se le ha ricevute in regalo o in eredità, ma dovrà spiegare al fisco con quali soldi paga il condominio, le utenze, le tasse immobiliari e la manutenzione. Lo stesso discorso vale con un’auto la cui titolarità implica anche il pagamento del bollo, dell’assicurazione e della benzina.

È vero: esistono spese non soggette al controllo del fisco, ma neanche queste consentono di vivere sempre sonni tranquilli. Chi infatti crede di sfuggire agli accertamenti fiscali solo perché decide di fare voto di povertà e di non acquistare beni costosi o magari ama – al pari di Paperon De Paperoni – tuffarsi e nuotare nei propri soldi si sbaglia di grosso. Difatti anche il risparmio accumulato in banca può essere tassato se superiore rispetto al reddito dichiarato.

Per fortuna il procedimento non è automatico. Non scatta cioè una presunzione “assoluta”, ma “relativa” che consente sempre la prova contraria. L’Agenzia delle Entrate offre al contribuente una possibilità di redenzione: al di là della possibilità di “conciliare”, gli concede anche il tempo per difendersi e dimostrare di avere le carte in regola. Come? Ad esempio potrebbe dimostrare che – contratto alla mano – questi soldi provengono da una donazione, dall’estinzione di un conto corrente avuto in eredità, da un risarcimento del danno riconosciutogli da un’assicurazione per un incidente stradale, dall’aver fatto bingo in una notte al casinò. Ma se nessuna di queste giustificazioni viene fornita, il risparmio in banca viene tassato. Non tutto beninteso, ma solo quello ritenuto in eccesso rispetto alle possibilità del contribuente. E non importa se esso era già stato tassato in precedenza (si sa, infatti, che la busta paga arriva in banca al netto delle imposte).

Insomma, si può dire che esista una vera e propria tassa sui risparmi eccessivi.

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Autore immagine: 123rf com


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