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Niente licenziamento a chi ha lavorato di più e meglio

11 settembre 2017


Niente licenziamento a chi ha lavorato di più e meglio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 settembre 2017



La gravità del comportamento del dipendente va valutata anche alla luce della condotta dallo stesso tenuta negli anni precedenti.        

Anche i migliori possono sbagliare. E di certo è più facile perdonarli. Un principio che la Cassazione sposa in pieno quando si parla di licenziamento. Vietato mandare a casa, di punto in bianco, chi ha lavorato di più e meglio degli altri. Questo perché, ai fini della valutazione della gravità del comportamento tenuto dal dipendente, conta anche il precedente rendimento. È questo il succo di una sentenza della Suprema Corte di questa mattina [1]. Ma procediamo con ordine.

Licenziamento sì, licenziamento no. Non è facile stabilire quando il comportamento è talmente grave da ledere irrimediabilmente la fiducia del datore di lavoro. Certo è che la legge gradua le condotte colpevoli o in malafede del dipendente e quelle più gravi le sanziona con il licenziamento per giusta causa (ossia in tronco) e quelle meno gravi con il licenziamento per giustificato motivo soggettivo. Resta però il fatto che il licenziamento deve essere solo l’ultima spiaggia, quella a cui ricorrere quando proprio non è possibile applicare sanzioni meno pesanti. Dunque, se il rapporto si può ricucire ed è verosimile che, dopo il richiamo e la punizione (ad esempio quello della sospensione dal soldo e dal servizio), il lavoratore si guarderà dal commettere in futuro gli stessi errori, il licenziamento è illegittimo.

Come si fa questa valutazione? Non solo giudicando il comportamento in sé oggetto di contestazione, ma anche la personalità del dipendente. Un soggetto che ha già commesso precedenti infrazioni del regolamento aziendale, sebbene più lievi, mostra di certo minore senso del dovere di chi, invece, si è sempre distinto nell’espletamento delle proprie mansioni. Un ulteriore peso lo ha anche la durata del rapporto di lavoro: è più difficile essere ligi per molti anni che per pochi mesi. C’è poi da valutare l’intenzionalità della condotta: un comportamento doloso, ossia in malafede, è certo molto più grave di uno involontario per quanto anch’esso possa essere grave e dannoso per l’azienda.

Insomma, a parità di illecito, niente licenziamento a chi ha lavorato di più e meglio rispetto a chi è assunto solo da poco e magari ha già collezionato delle contestazioni.

La Cassazione ricorda anzitutto che la giusta causa di licenziamento «deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare»

Questo infine il principio enucleato dalla Corte: «non può essere licenziato per giusta causa il dipendente che, pur ponendo in essere un comportamento censurabile dall’azienda, abbia lavorato per lungo tempo con alto rendimento e senza mai ricevere alcuna sanzione disciplinare». Tra condotta del dipendente e sanzione dell’azienda ci deve essere sempre proporzione. Come in ogni cosa della vita.

note

[1] Cass. sent. n. 21062/17 dell’11.09.2017.

Autore immagine: 123rf com

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