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Minacce al telefono: come provarle?

11 Set 2017


Minacce al telefono: come provarle?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Set 2017



Se non hai registrato la telefonata e non ci sono testimoni che, col vivavoce, hanno sentito le dichiarazioni ecco come difenderti da una minaccia telefonica.

Hai ricevuto una telefonata da una persona con la quale hai in corso una contestazione e i toni si sono subito riscaldati. Il tuo interlocutore, durante la conversazione, ha alzato la voce e, dopo poco, è arrivato a minacciarti. «Ti ammazzo; giuro che ti ammazzo!» ti ha detto. «In un modo o nell’altro te la faccio pagare appena esci di casa». Frasi di questo tipo si sentono spesso, ma a generare il timore, più che l’espressione in sé, è il tono con cui sono dette le parole. E quando la minaccia è concreta, o meglio tale da spaventare una persona media, scatta sicuramente il reato di minaccia. Il problema è che, al momento, eravate solo tu e lui al telefono e nessuno ha sentito, oltre a te, quelle parole. È verosimile che, in una situazione del genere, ti stia chiedendo come provare le minacce al telefono? Come dimostrare che il colpevole ha detto proprio quella frase e non un’altra dai toni più pacati? La risposta alla Cassazione che, con una recente sentenza [1], ha ricordato come si può dimostrare una minaccia ricevuta per telefono. Prima però è necessaria una fondamentale premessa.

Nell’ambito del processo civile, quando una persona deve dimostrare un proprio diritto o un illecito altrui, deve valersi di documenti o di testimoni che dimostrino i fatti a suo sostegno. Sono queste le prove cardine del processo. Il testimone deve essere un soggetto estraneo ai fatti di causa, una persona cioè che non abbia alcun concreto interesse nella contesa, anche se è parente (o addirittura coniuge) di uno dei due. Di conseguenza, non può di certo testimoniare la parte che è in causa, in quanto è per eccellenza colui che ha più interesse a un determinato esito del giudizio.

Questa regola, però, non vale nel processo penale. Quando si ha a che fare con i reati, la vittima può essere testimone dei fatti. Se così non fosse, numerosi reati che si consumano necessariamente “a due” e al riparo da occhi indiscreti non potrebbero essere puniti (si pensi alla violenza sessuale, alla concussione, alla corruzione, ecc.).

Detto ciò cerchiamo di capire come provare le minacce al telefono. Per farlo, ricorriamo a un esempio.

Immaginiamo un uomo che, nel corso di una telefonata, dica all’altra «Stai attento perché prima o poi ti ammazzo». L’autore della minaccia è tutt’altro che una persona raccomandabile e, se anche non ha avuto precedenti con la giustizia, la gente lo conosce come un iracondo e litigioso. Sicché il destinatario di tale intimidazione inizia a spaventarsi. Vorrebbe andare dai carabinieri a denunciare, ma già sa che lì non lo crederebbero: non avendo infatti registrato la telefonata e non essendovi neanche amici o parenti pronti a testimoniare a suo favore (non essendo presenti alla conversazione) si rassegna. Cosa può fare? Subire tacitamente e magari, la prossima volta, farsi trovare con la telecamera o il registratore dello smartphone acceso? La cassazione spiega come siano facilmente dimostrabili le minacce telefoniche. Basta la dichiarazione della vittima innanzi prima ai carabinieri e poi davanti al giudice. Difatti, nel processo penale, come anticipato poc’anzi, le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento della condanna penale dell’imputato. In ogni caso, per evitare abusi, il giudice deve prima verificare (e motivare) la credibilità del dichiarante e l’attendibilità intrinseca del suo racconto: una valutazione questa che deve essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi altro testimone [2].

Risultato: il soggetto minacciato potrà andare alla polizia a sporgere querela e, al momento del processo, confermare le minacce che gli sono state dette per telefono. Tanto basterà per condannare il responsabile.

note

[1] Cass. sent. n. 32368/2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. Sez. 41461 del 19.07.2012.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 10 febbraio – 5 luglio 2017, n. 32368
Presidente Nappi – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Pu. Pe. Au. ricorre per cassazione avverso la sentenza del 25/11/2015 con la quale la Corte di Appello, confermando la sentenza del Tribunale di Agrigento, lo ha condannato alla pena di mesi sei di reclusione per il reato di cui all’art. 612, comma 2, cod. pen., per aver minacciato di morte Bo. Ma..
Deduce la violazione di legge, lamentando che non sussista l’aggravante di cui al comma 2 dell’art. 612 cod. pen., poiché le espressioni minacciose erano state pronunciate per telefono, a grande distanza, ed erano legate al fatto che la Bo. non gli permetteva di parlare al telefono con la figlia minore; il fatto avrebbe dovuto essere qualificato come minaccia semplice.
Deduce inoltre il vizio di travisamento della prova, avendo attribuito valore probatorio alla sola testimonianza della persona offesa, senza alcun riscontro, e senza considerare l’interesse personale della stessa, finalizzato ad allontanare il papà della figlia dalla propria vita, poiché aveva un nuovo compagno.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
2. Il primo motivo è manifestamente infondato.
La gravità della minaccia va accertata avendo riguardo, in particolare, al tenore delle eventuali espressioni verbali ed al contesto nel quale esse si collocano, onde verificare se, ed in quale grado, la condotta minatoria abbia ingenerato timore o turbamento nella persona offesa (Sez. 6, n. 35593 del 16/06/2015, Ro., Rv. 264341), in tal senso rilevando l’entità del turbamento psichico che l’atto intimidatorio può determinare sul soggetto passivo; pertanto, non è necessario che la minaccia di morte sia circostanziata, potendo benissimo, ancorché pronunciata in modo generico, produrre un grave turbamento psichico, avuto riguardo alle personalità dei soggetti (attivo e passivo) del reato (Sez. 5, n. 44382 del 29/05/2015, Mi., Rv. 266055).
Tanto premesso, la sentenza impugnata appare immune da censure, avendo ritenuto integrata l’aggravante della gravità da una minaccia di morte, oltre che di sequestro di persona della figlia minore (“rubo la bambina”), la cui serietà non appariva ridimensionata dal mezzo adoperato (il telefono) o dalla distanza, avendo l’autore espressamente considerato anche le conseguenze per lui pregiudizievoli di una condotta criminosa (“non ho paura di carabinieri e del carcere”).
3. La seconda doglianza è inammissibile, non soltanto perché propone motivi diversi da quelli consentiti dalla legge (art. 606, comma 3, cod. proc. pen.), risolvendosi in doglianze eminentemente di fatto, riservate al merito della decisione, ma altresì perchè manifestamente infondate.
3.1. In particolare, con le censure proposte il ricorrente non lamenta una motivazione mancante, contraddittoria o manifestamente illogica – unici vizi della motivazione proponibili ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen. -, ma una decisione erronea, in quanto fondata su una valutazione asseritamente sbagliata.
Il controllo di legittimità, infatti, concerne il rapporto tra motivazione e decisione, non già il rapporto tra prova e decisione; sicché il ricorso per cassazione che devolva il vizio di motivazione, per essere valutato ammissibile, deve rivolgere le censure nei confronti della motivazione posta a fondamento della decisione, non già nei confronti della valutazione probatoria sottesa, che, in quanto riservata al giudice di merito, è estranea al perimetro cognitivo e valutativo della Corte di Cassazione.
Al riguardo, in tema di valutazione della prova testimoniale, l’attendibilità della persona offesa dal reato è una questione di fatto, che ha la sua chiave di lettura nell’insieme di una motivazione logica, che non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice sia incorso in manifeste contraddizioni (Sez. 2, n. 7667 del 29/01/2015, Ca., Rv. 262575), nel caso di specie non rinvenibili, né tantomeno dedotte.
3.2. La censura, peraltro, è manifestamente infondata, in quanto l’attendibilità della persona offesa è stata fondata su una valutazione di coerenza intrinseca e di credibilità soggettiva, e sul rilievo dell’assenza di un interesse processuale, in ragione della mancata costituzione di parte civile.
Sul punto, è pacifico che le regole dettate dall’art. 192, comma terzo, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte, Rv. 253214).
4. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 2.000,00: infatti, l’art. 616 cod. proc. pen. non distingue tra le varie cause di inammissibilità, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilità dichiarata ex art. 606 cod. proc. pen., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilità pronunciata ex art. 591 cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della cassa delle ammende.


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1 Commento

  1. 7 anni di giudizio , Per cosa?? Mi sono stati contestati i reati di stalking, foto sui social, minaccie , inquinamento di prove e reiterazione di reato.. Tutte assurdità. Io con fedina pulita. mai toccato la controparte con un dito.. lei gelosa. con un cugino in polizia cyber delle sue zone. Il quale ad hoc mi ha inserito accuse infondato . poi avallate da una mini procura larino in cui tutti come si dice compari. Concludo dopo aver esaminato sms di cui nulla di minatorio foto non riconducibili a me. computer visionato , ma tenuto nascosto dal commissariato di competenza. non avendo prove , con giudice compiacente mi arriva una condanna a 9 mesi eclusiva,mente per minaccia . solo sentita dalla cugina in viva voce della ricorrente, senza nessuna registrazione, memorizzazione o intercettazione che oggi ogni smartphone. può eseguire. quindi tutto falso.. Sono disperato come posso difendermi?? ho fatto appello.. io sono innocente gg

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