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Lo sai che? Il carteggio col tentativo di transazione è riservato in causa

Lo sai che? Pubblicato il 12 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 settembre 2017

La parte che deposita in causa la corrispondenza intrattenuta con la controparte per documentare i tentativi di accordo commette illecito disciplinare.

Può essere “denunciato” all’Ordine degli Avvocati il legale che, nel corso di una causa, per dimostrare al giudice la propria buona volontà nel tentare un accordo e l’ostinazione invece dell’avversario, produce tutto il carteggio intrattenuto con la controparte nel tentativo, risultato vano, di una transazione. In tal caso, si rischia la sanzione della censura. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

La corrispondenza privata tra avvocati resta personale e riservata, a prescindere dallo specifico avviso in essa contenuto. Inoltre, la sanzione per aver diffuso il carteggio fra colleghi non viene meno neanche se è stato il giudice a invitare le parti a trovare un accordo.

I tentativi di accordo tra avvocati prima della causa sono segreti

Per comprendere meglio come stanno le cose, facciamo un esempio. Mario fa causa ad Antonio perché, a suo dire, gli ha procurato un danno di mille euro. L’avvocato di Antonio, prima di avviare la causa, propone al legale che difende Mario un risarcimento forfettario di 500 euro, offerta che però viene rifiutata. Nel corso della causa, il giudice accoglie la domanda di Mario, ma condanna Antonio a pagare 500 euro, somma quindi non superiore a quella da quest’ultimo offerta in via conciliativa. Esiste una norma del codice di procedura civile che, in questi casi, stabilisce quanto segue [2]: il giudice, con la sentenza definitiva, condanna chi perde la causa al rimborso delle spese processuali sostenute dall’avversario e ne liquida l’ammontare insieme all’onorario dovuto all’avvocato. Se, però, nel corso del giudizio la parte soccombente avanza un’offerta transattiva e l’avversario – che poi vince la causa – la rifiuta e, nello stesso tempo, il giudice accoglie la domanda di quest’ultimo in misura non superiore alla proposta conciliativa del primo, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la transazione al pagamento delle spese del processo. In altre parole, stando al tenore della legge, Mario, pur avendo vinto la causa, dovrebbe pagare le spese processuali per aver rifiutato, a suo tempo, l’offerta di Antonio e questo per aver inutilmente occupato risorse alla giustizia per una questione che poteva essere risolta pacificamente. Così, l’avvocato di Antonio, proprio per ottenere questo “beneficio”, produce in giudizio tutte le carte con la corrispondenza intrattenuta prima del giudizio con l’avversario, in modo da dimostrare la propria offerta transattiva. L’avvocato di Mario però lo segnala al consiglio dell’Ordine per condotta non deontologica, avendo diffuso corrispondenza privata. Chi dei due ha ragione?

La sentenza della Cassazione qui in commento offre la soluzione a questo dubbio.

Conciliazione pubblica solo se fatta davanti al giudice

La «proposta» di conciliazione che, una volta rifiutata, consente di ottenere l’esenzione dalla condanna delle spese, non è quella fatta prima della causa e con corrispondenza privata tra i due legali, ma è soltanto quella che si forma in giudizio, ossia nel verbale di udienza e davanti al giudice. Quindi, se davvero Antonio avesse voluto esimersi dal pagare le spese processuali doveva, a suo tempo, offrire i 500 euro a Mario in corso di causa e verbalizzare il tentativo di conciliazione, ma non può certo divulgare il carteggio riservato intervenuto fra i difensori.

È dunque escluso che la corrispondenza fra colleghi avversari possa essere divulgata per giustificare il rifiuto della proposta di conciliazione.

note

[1] Cass. sent. n. 21109/2017 del 12.09.17.

[2] Art. 91 cod. proc. civ.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 6 giugno – 12 settembre 2017, n. 21109
Presidente Rordorf – Relatore De Chiara

Fatti di causa

1. Il Consiglio Nazionale Forense ha respinto il ricorso dell’avv. P.A. avverso la decisione con cui il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano gli aveva inflitto la sanzione disciplinare della censura per avere prodotto in un giudizio civile corrispondenza intercorsa con l’avvocato di controparte – tra cui quella contenente proposte transattive – con la comparsa di costituzione del 16 febbraio 2012 e con la memoria ai sensi dell’art. 183, comma sesto, n. 1, cod. proc. civ. dell’8 marzo 2012.
Ha ritenuto, in particolare, corretta l’interpretazione dell’art. 28 del codice deontologico forense (nel testo anteriore a quello attualmente vigente approvato dal CNF nella seduta del 31 gennaio 2014) quale previsione del divieto assoluto di esibizione in giudizio di corrispondenza con colleghi contenente proposte transattive, divieto non escluso, in particolare, dall’invito del giudice a transigere dedotto dall’incolpato a propria esimente.
2. L’avv. P. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi. Non vi sono difese di controparte.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 1324, 1362, 1366, 1369 e 1965 con riferimento all’art. 28 del codice deontologico forense, si contesta che la lettera 27 maggio 2011 dell’avvocato di controparte, richiamata nel capo di incolpazione, contenesse una proposta transattiva e si lamenta che né il COA né il CNF abbiano svolto una indagine ermeneutica sul suo contenuto.
1.1. Il motivo è improcedibile non avendo il ricorrente prodotto copia della lettera in questione, ai sensi dell’art. 369, comma secondo, n. 4, cod. proc. civ.
2. Il secondo motivo di ricorso, con cui si denuncia violazione degli artt. 91, 96, 185 e 185 bis cod. proc. civ. con riferimento all’art. 28 del codice deontologico forense, ha per oggetto il secondo comportamento oggetto di incolpazione, individuato nello scambio di corrispondenza intercorso tra i difensori delle parti a seguito dell’invito del giudice a valutare la proposta transattiva dallo stesso giudice formulata ricordando alle parti che avrebbe tenuto conto del loro comportamento nella decisione finale, ai sensi degli artt. 91 e 96, terzo (rectius: primo) comma, cod. proc. civ.
Sostiene il ricorrente che il solo modo per consentire al giudice di valutare il comportamento delle parti era, appunto, mettere a sua disposizione la corrispondenza intercorsa tra i difensori sull’ipotesi transattiva. E infatti nella sentenza finale pronunciata il 9 novembre 2016 – prodotta con il ricorso per cassazione – il Tribunale di Milano ha fatto applicazione del disposto di cui all’art. 91 cod. proc. civ. disponendo la compensazione delle spese, nonostante la soccombenza, “anche per effetto dell’adesione dell’opponente”, difeso dal ricorrente, “alla proposta transattiva formulata dal giudice all’udienza del 15/02/2012 e ampiamente documentata con le allegazioni alla memoria istruttoria ex art. 183 comma 6 cpc n. 2”. Ad avviso del ricorrente, un’interpretazione dell’art. 28 CDF che escluda il carattere esimente della produzione di corrispondenza intercorsa tra i difensori sull’ipotesi transattiva formulata dal giudice, è scorretta e tale da frustrare la finalità deflattiva delle liti a base della previsione legislativa di cui all’art. 91, primo comma, cod. proc. civ.
2.1. Va anzitutto rilevata l’inammissibilità della produzione della sentenza 9 novembre 2016 del Tribunale di Milano, effettuata dal ricorrente per la prima volta con il ricorso per cassazione. Tale produzione, invero, eccede i limiti di cui all’art. 372 cod. proc. civ., non attenendo né alla nullità della sentenza impugnata, né alla ammissibilità del ricorso, bensì al merito della causa, che non può essere riesaminato in sede di legittimità.
Per quest’ultima ragione è altresì inammissibile la narrazione dei fatti di causa a base del motivo in esame, in particolare nella parte in cui si riferisce di una “proposta” transattiva formulata dal giudice, della quale non v’è traccia nella sentenza di merito.
Per il resto, il motivo è infondato. La “proposta conciliativa” cui fa riferimento l’art. 91, primo comma, cod. proc. civ. è evidentemente quella formulata da una delle parti in causa, le uniche titolari di un potere di proposta negoziale in senso proprio, su cui possa formarsi l’incontro delle volontà con l’eventuale adesione della controparte; il giudice è titolare, semmai, di un potere di sollecitazione delle parti a conciliarsi, formulando al limite (non già “proposte”, bensì mere) ipotesi transattive o conciliative, che le parti possono liberamente fare proprie o meno: solo nel caso in cui una di esse faccia propria l’ipotesi suggerita dal giudice, questa diverrà una proposta, suscettibile di dar luogo all’accordo conciliativo in presenza dell’accettazione di controparte. Ed è appunto il meccanismo basato sulla proposta conciliativa di una delle parti, che l’art. 91, primo comma, cod. proc. civ. ha inteso promuovere mediante la previsione di una ricaduta dell’ingiustificato rifiuto di controparte sull’addebito delle spese processuali.
Ai fini dell’applicazione di tale meccanismo, non v’è nessuna necessità di divulgare la corrispondenza intercorsa tra i difensori, perché la proposta conciliativa cui fa riferimento la norma in esame deve essere formulata in giudizio dalla parte che ne è autrice; dopo di che l’eventuale rifiuto della controparte sarà insito nella mancanza di accettazione, che lo evidenzia di per sé, senza alcun bisogno – si ripete – di divulgare la corrispondenza riservata tra i difensori.
Né detta divulgazione può essere necessaria al fine di dimostrare l’eventuale giustificazione del rifiuto della proposta conciliativa. Tale giustificazione, infatti, non può che riguardare la proposta risultante ufficialmente agli atti – fino a quando non sia altrettanto ufficialmente ritirata – non eventuali diverse proposte o ipotesi avanzate nel corso delle trattative.
3. Il ricorso va in conclusione respinto.
In mancanza di attività difensiva della parte intimata non occorre provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, l. 24 dicembre 2012, n. 228, dichiara la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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