HOME Articoli

Lo sai che? Versamenti in banca: se non giustificati, tassati due volte

Lo sai che? Pubblicato il 13 settembre 2017

Articolo di

> Lo sai che? Pubblicato il 13 settembre 2017

L’assenza di prove circa la provenienza dei soldi versati sul conto corrente comporta il rischio di una doppia tassazione.

Questo articolo è dettato dalla necessità di venire incontro alle richieste di chiarimento che ci sono state avanzate dai lettori dell’articolo I contanti versati sul conto corrente vanno tassati. In molti, infatti, si sono chiesti: se è vero che i versamenti in banca devono essere sempre giustificati, non si rischia di tassare una seconda volta qualcosa che già è stato tassato solo perché non si è in grado di dimostrarlo? Facciamo l’esempio di un collezionista di monete d’oro; un giorno, per bisogno o perché ingolosito dall’aumento delle quotazioni dell’oro, ne vende qualcuna. Come potrebbe dimostrare la correttezza del proprio operato? La legge consente di vendere l’usato senza bisogno di partita Iva e senza aprire un’attività commerciale, come nel caso di chi occasionalmente vende libri vecchi. Ma così facendo si rischia di impedire al contribuente di depositare il ricavato sul conto corrente in assenza di documenti scritti che certifichino la vendita. Che fine deve fare allora il contante in tutti questi casi?

Premettiamo che l’articolo appena citato non è altro che la spiegazione del funzionamento di una norma del 1973 [1], norma che – come abbiamo chiarito già in quella sede – è alla base di un gran numero di accertamenti fiscali conseguenti alle indagini bancarie. Per legge, i versamenti in banca effettuati da qualsiasi contribuente (non solo imprenditori, ma anche lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati e professionisti) devono essere «giustificati». Significa che l’Agenzia delle Entrate è legittimata a chiedere chiarimenti al contribuente circa la provenienza del denaro depositato sul conto e se l’interessato non si difende adeguatamente, il fisco può legittimamente presumere che si tratti di reddito in nero. Il contribuente, in altri termini, deve dare prova che i contanti versati derivano da reddito già tassato alla fonte (ad esempio una vincita, ecc.) o esente dalle tasse (una donazione, ecc.). In mancanza di tale prova, opera in automatico «una presunzione» a favore dell’Agenzia delle Entrate e contraria al contribuente: il versamento viene ritenuto “reddito non dichiarato al fisco” e, pertanto, su di esso viene applicata la tassazione ai fini Irpef e le sanzioni. Questo conferma la possibilità che la stessa somma possa essere tassata due volte se il contribuente non fornisce prova della sua provenienza.

Facciamo un esempio per rendere più agevole e comprensibile la questione. Immaginiamo un lavoratore dipendente che riceva ogni mese sul conto lo stipendio. Dalla sua dichiarazione dei redditi, l’unica fonte di guadagno è proprio tale attività di lavoro. Un giorno però, l’Agenzia delle Entrate rileva un versamento in banca di 10mila euro e, chiaramente, si interroga da dove possano provenire i soldi, visto che il contribuente non dichiara altri redditi. Così gli manda una lettera e gli chiede di dare giustificazioni. In questo momento il contribuente ha la possibilità di difendersi e dimostrare che il versamento è il frutto di

  • un reddito esente come ad esempio un disinvestimento (la vendita di un’auto di seconda mano), una donazione ottenuta da un parente o un amico, ecc.
  • un reddito già tassato alla fonte come ad esempio una vincita al Superenalotto.

Attenzione però: questa prova deve essere necessariamente documentale e non può consistere in una testimonianza. Ad esempio, il soggetto che voglia dimostrare di aver ricevuto un regalo in denaro da un genitore non potrà portare la testimonianza del fratello o dell’altro genitore, ma dovrà offrire un documento, che può anche essere l’atto di donazione con data certa.

Proprio la difficoltà a procurarsi dette prove scritte spiega la ragione di quanto sia opportuno preferire sempre i bonifici bancari o i pagamenti con carta di credito o con assegni non trasferibili: questi ultimi infatti, grazie al meccanismo di tracciabilità, consentono di mettersi al riparo da future richieste dell’Agenzia delle Entrate.

Quanto ai tempi di conservazione dei documenti, questi sono di sette anni in caso di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e di cinque anni in caso di irregolare dichiarazione (termini mutati a partire dal 2016).

note

[1] Art. 32, co. 1, numero 2) Dpr 600/1973.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

Hai un dubbio giuridico, curiosità che ti piacerebbe conoscere? Chiedicelo

CERCA CODICI ANNOTATI