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Contanti: cosa cambia

14 Set 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Set 2017



Quali controlli del Fisco su prelievi, versamenti e pagamenti in contanti. Che cosa si rischia e quando può intervenire l’Agenzia delle Entrate.

Il nostro conto corrente in banca è, per noi, una sorta di cassetta di sicurezza in cui depositare i soldi. Possiamo aprirla quando vogliamo, prendere e versare del denaro quando ci pare, chiuderla quando non ne abbiamo più bisogno.

Quella «cassetta di sicurezza», però, ha una specie di telecamera puntata che controlla che cosa facciamo quando l’apriamo. Dall’altra parte di questa telecamera c’è l’Agenzia delle Entrate, l’occhio attento del Fisco che, sapendo a priori quali sono le nostre possibilità economiche, osserva se i conti quadrano. Se facciamo un prelievo troppo elevato o ne facciamo tre o quattro più ridotti in pochi giorni, vuole capire perché. Se depositiamo dei soldi, vuole sapere da dove arrivano. E’ come la vicina di casa, curiosa di sapere a che ora rientriamo e con chi.

I movimenti dei soldi contanti sono come un’amica per un uomo o un amico per una donna: se arriva a casa tua la sera, non è che c’è del losco?

Dipende da chi sei e dipende da quanto è carina/o l’amica/o. Per tornare a noi: l’Agenzia delle Entrate sarà costretta a farsi gli affari suoi e mettere il cuore in pace oppure a chiedere delle spiegazioni a seconda di chi fa che cosa. Perché se sei un professionista, un dipendente, un lavoratore autonomo, puoi prelevare quanto ti pare, ma devi comunque giustificare i versamenti. Se, invece, sei un imprenditore, l’occhio vigile sarà molto più attento. Cosa cambia? Vediamo.

Cosa si rischia quando si fa un prelievo di contanti

Viene in mente l’esempio di prima: ma se vengo a casa a prendere mia moglie per andare al cinema, devo dare delle spiegazioni a qualcuno? E’ mia moglie, giusto?

Ecco, lo Stato ci è arrivato a questo. Ma fa distinzione a seconda di chi ha sposato quella moglie (o quel marito). In sostanza: un prelievo di contanti in banca o in Posta non si deve giustificare se non si è un imprenditore, cioè se si è un pensionato, un professionista, un lavoratore dipendente o autonomo. Facendo attenzione a un paio di cose.

Chi può prelevare contanti senza giustificazione

Lavoratori dipendenti o autonomi, liberi professionisti, pensionati, disoccupati possono prelevare dal conto corrente qualsiasi cifra ne abbiano bisogno senza che qualcuno possa alzare il dito e chiedere perché. Ho bisogno di prelevare 10mila euro? Lo faccio e né il Fisco deve chiedermi delle spiegazioni né l’impiegato della banca può rifiutarsi, perché sto prendendo i miei soldi da quella «cassetta di sicurezza» di cui parlavamo all’inizio.

Altro discorso è se prelevo dei soldi dal mio conto per darli ad un’altra persona. Qui sì che c’è un limite: 2.999,99 euro. Dai 3.000 in poi, dovrò giustificare la transazione con un altro soggetto. Se si viola questo divieto si subisce una sanzione amministrativa che va da 3mila a 50mila euro (a partire dal 4 luglio 2017 non vale più la vecchia pena compresa tra l’1% e il 40% dell’importo trasferito).

Chi deve giustificare i contanti prelevati in banca

Il problema del prelievo si pone per gli imprenditori. Diversamente da quanto detto prima, chi possiede un’impresa o un’industria, piccola o grande che sia, deve giustificare il prelievo di contanti in banca se superiore a 1.000 euro al giorno o a 5.000 euro al mese. Perché?

Perché vige la presunzione di «nero» se non si riesce a dimostrare il beneficiario delle somme ritirate in banca. Quindi, quando gli importi diventano consistenti, è sempre meglio preferire, per il passaggio di denaro, strumenti tracciabili di pagamento: bonifico o assegno consentono, anche a distanza di tempo, di ricostruire a chi sono finiti i nostri soldi, la ragione di tale transazione e la causale. A dimostrare, insomma, che i soldi prelevati non sono serviti ad acquistare dei macchinari in nero, a pagare sottobanco il muratore o l’impresa che ha fatto per noi dei lavori di ristrutturazione in azienda, ecc.  Eventuali fatture andranno conservate per almeno 5 anni o, meglio, date al commercialista che tiene la nostra contabilità.

Se i contanti prelevati servono a fare un pagamento

E’ importante farsi rilasciare sempre un documento fiscale dal beneficiario del pagamento: chi esegue un lavoro in casa, chi vende un oggetto (anche se di seconda mano), chi compie una prestazione professionale. Eventuali acconti in denaro cash dati all’avvocato, ad esempio, potrebbero mettere nei guai lo stesso cliente, qualora dal conto risulti un ammanco di diverse migliaia di euro. Lo stesso vale per i lavori di manutenzione e restauro commissionati in casa a una ditta edile che non ci rilasci alcuna ricevuta. O ancora nel caso del dentista pagato «in nero». E così si si pensa all’acquisto di un viaggio vacanza o anche alla somma data al figlio per il mantenimento all’università.

Il problema può essere risolto frammentando i prelievi in tanti prelievi di piccoli importi; ma, se concentrati nell’arco di poco tempo, anche modesti, gli importi presi dal conto potrebbero essere ricondotti dal Fisco alla medesima causa. Si pensi al caso del contribuente che, vivendo con un reddito di 2.000 euro mensili e normalmente attingendo dal bancomat poche centinaia di euro per volta necessari per la spesa quotidiana, tutto d’un tratto, nell’arco di tre mesi, prelevi 10.000 euro. L’Agenzia delle Entrate, non rivenendo nuovi beni di lusso intestati al correntista, ben potrebbe chiedergli spiegazioni sull’impiego di tali cifre e se quest’ultimo non saprà fornire spiegazioni, l’accertamento fiscale sarà inevitabile.

Se i contanti prelevati servono a fare un prestito

Non vale nemmeno dire: ho prelevato tanti soldi perché devo fare una donazione o un prestito. Meglio firmare una scrittura privata e poi munirla di data certa. E’ l’unico modo per non destare sospetti al Fisco e per poter dimostrare l’uso che si è fatto di quel denaro. Abbiamo fornito dei fac-simili nell’articolo La scrittura privata per i prestiti tra familiari, ma – a prescindere dal tipo di contratto stipulato dalle parti – è molto importante dotarlo di data certa. Esistono diversi metodi per fornire tale certificazione a un documento, ma il più utilizzato è la spedizione dello stesso, con plico piegato su se stesso (quindi senza busta), ove viene fatto apporre il timbro postale: timbro che, essendo certificato da un pubblico ufficiale, farà piena prova della data.

Questo documento, sigillato e munito del timbro postale di data certa, andrà conservato per almeno cinque anni.

Cosa si rischia quando si fa un versamento di contanti

Qui il discorso cambia. Avere dei soldi su un conto corrente permette ad un normale cittadino di prelevarli quando ne ha bisogno: sono suoi, nessuno glielo può impedire. Andare a versare dei contanti, cosa cambia? Cambia il fatto di dover dimostrare dove sono stati presi i soldi che si vanno a versare.

Se quel denaro proviene dalla normale attività di lavoro (tranquilli che l’Agenzia delle Entrate ne è a conoscenza, ci mancherebbe), è facile da dimostrare: basta avere una busta paga o una ricevuta in mano in caso di controllo. Ma se arrivo allo sportello della banca e voglio versare 5.000 euro (per dire), devo aspettarmi un colpetto dell’Agenzia delle Entrate sulla mia spalla e sentirmi chiedere: «Mi scusi, quei soldi dove li ha presi? Come li ha guadagnati?»

Domande legittime alle quali bisogna dare una risposta

Tutti i contribuenti, che si tratti di lavoratori dipendenti, pensionati, professionisti o imprenditori, sono tenuti a dimostrare da dove provengono i soldi in contanti che arrivano sul loro conto corrente. Se si tratta di un bonifico a favore del contribuente, non ci saranno problemi: c’è una causale che spiega il perché del versamento. Ma se si arriva con la mazzetta di banconote da 100 euro è un altro discorso.

Una movimentazione bancaria non giustificata fa soltanto un favore al Fisco. Lo ha sancito la Corte di Cassazione [1] in una sentenza secondo cui spetta al contribuente fornire la prova contraria e dare spiegazione di tali operazioni. In sostanza, scatta una presunzione contraria al titolare del conto. Il quale, naturalmente, può difendersi purché chiarisca l’origine delle somme. I versamenti vengono fatti allo sportello, con consegna del denaro contante che, in teoria, potrebbe anche derivare da operazioni non dichiarate.

Se il contribuente non riesce a dimostrare la provenienza dei soldi versati, il Fisco li può tassare di nuovo, anche se sono stati tassati alla fonte.

Se prelevo da un mio conto e lo verso su un altro mio conto

Non è così strano avere due conti correnti separati anche in altrettante banche diverse. Basti pensare al professionista che vuole avere una contabilità distinta e ordinata: su un conto si fa accreditare i compensi delle fatture, sull’altro gestisce i soldi e le spese per la famiglia. Un giorno, questa persona preleva dal conto professionale mille euro e trattiene qualche centinaio di euro per alcune spese, mentre il residuo lo versa sul conto familiare. Non si tratta di un giroconto, ma di qualcosa di molto simile. Può scattare un accertamento fiscale? No. Lo ha detto la Cassazione, secondo cui, negli accertamenti bancari, il giudice deve verificare se le giustificazioni e i relativi elementi indiziari forniti dal contribuente siano idonei a contrastare la presunzione applicata dall’Ufficio. Si parte infatti da una presunzione a favore dell’Agenzia delle Entrate nel caso in cui, dalla documentazione bancaria, risultino degli accrediti sul conto corrente, che rivelano l’ingresso di denaro. Spetta poi al contribuente giustificare i versamenti sul proprio conto, affermando che la provvista derivava da prelevamenti eseguiti su un conto, poi riversati su un altro, da cui siano state trattenute delle somme per spese ordinarie connesse alle ordinarie esigenze familiari e personali.

Quali versamenti non devono essere giustificati

Ricordiamoci che si parla sempre di tracciabilità del denaro. L’Agenzia delle Entrate è tenuta a verificare la provenienza del denaro contante versato su un conto corrente quando quei sondi non provengono dalla normale attività di lavoro del contribuente. Ma ci sono altre somme che non hanno bisogno di quel controllo. Sono i cosiddetti redditi esenti dalla tassazione, cioè che arrivano, ad esempio, dalla vendita di un bene (l’auto, un mobile antico, il pianoforte, purché la vendita sia documentata e non in nero), da una donazione (documentata anche questa) oppure che sono stati tassati alla fonte, come ad esempio una vincita alla lotteria.

 

Cosa si rischia quando si paga in contanti

Come abbiamo visto, e con le dovute eccezioni che abbiamo spiegato, su prelievi e versamenti non ci sono dei limiti sugli importi, bensì, in certi casi, la necessità di motivare questi movimenti di contanti sul conto corrente.

Tuttavia, quando si deve fare un pagamento in contanti i limiti ci sono. L’abbiamo accennato all’inizio: un prelievo dal proprio conto corrente non è una transazione tra due soggetti, ma il pagamento di un bene o di un servizio sì. In quest’ultimo caso, se il prezzo è superiore a 3mila euro, è possibile pagare in contanti frazionando il pagamento a rate, purché ciascuna di esse non sia superiore a 3mila euro.

Esempio da musicista, l’acquisto di un pianoforte da 15.000 euro. Si può pagare in 10 rate da 1.500 euro l’una, ciascuna di queste corrisposta in contanti, senza violare la normativa sull’antiriciclaggio. Affinché, tuttavia, ciò sia possibile, è necessario che la dilazione a rate non appaia un artificioso mezzo per violare la normativa, ma corrisponda a prassi commerciali e che, pertanto, ci sia un accordo scritto tra le parti.

Al contrario, frazionare un pagamento in rate versate in contanti (anche se inferiori a 3mila euro) è vietato se ciò non è altro che un modo per superare il limite all’uso dei contanti imposto dalla legge, valutazione questa che viene fatta caso per caso dal giudice oppure quando i pagamenti a rate sono realizzati in momenti diversi «ma in un circoscritto periodo di tempo fissato in sette giorni». Ad esempio, risulta artificioso – e quindi vietato – l’acquisto di un orologio di 6mila euro pagato con tre rate di 2mila euro ciascuna, nei cinque giorni successivi all’acquisto.

note

[1] Cass. sent. n. 19806/2017.

[2] Cass. sent. n. 7259/2017.

Autore immagine: 123rf.com


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