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Lo sai che? Mantenimento ai figli anche se l’ex è benestante?

Lo sai che? Pubblicato il 14 settembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 settembre 2017

Padre tenuto al versamento del mantenimento ai figli a prescindere dallo stato di bisogno di questi.

Il mantenimento ai figli va versato sempre. Anche se l’ex coniuge è benestante e riesce a mantenere i bambini, in assenza di adempimento all’obbligo dell’assegno mensile scatta il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Roma con una recente sentenza [1].

L’illecito penale scatta tutte le volte in cui il genitore tenuto al versamento dell’assegno di mantenimento nei confronti del figlio si sottrae a tale obbligo, a prescindere dal fatto che il minore abbia comunque ricevuto – dalla madre, dai nonni o da altri terzi – i mezzi di sussistenza per le proprie necessità.

Il padre, quindi, non può far affidamento sulle capacità economiche della sua ex moglie, se benestante, per sottrarsi agli obblighi di assistenza familiare.

È vero che la legge fa scattare il reato per mancato versamento del mantenimento ai figli tutte le volte in cui vi sia lo stato di bisogno del beneficiario dell’assegno, tuttavia, secondo la giurisprudenza un bambino – in quanto incapace da solo di procurarsi il proprio reddito – si presume sempre «in stato di bisogno» [2]. Anzi il fatto che il figlio minore abbia ricevuto da terzi – coobbligati o non coobbligati in via sussidiaria agli alimenti – i mezzi di sussistenza per le più urgenti necessità non solo non esclude la responsabilità del genitore obbligato ma, anzi, la sottolinea ancora di più poiché proprio tale circostanza costituisce prova dello stato di bisogno in cui versa il minore [3].

Risultato: non si può assolvere il padre che fa mancare ai bambini il mantenimento anche se disoccupato (a meno che non dimostri un’impossibilità oggettiva: leggi sul punto Un disoccupato deve mantenere i figli?). Conclude la Corte dicendo: «Il genitore inadempiente non può rilevare a propria scusa che altro coobbligato o terzo abbiano fatto cessare lo stato di bisogno del beneficiario inducendolo in errore circa la permanenza dell’obbligo, dal momento che tale errore sulla legge penale non scrimina» [4].

note

[1] C. App. Roma, sent. n. 2841/2017 del 19.04.2017.

[2] Cass. sent. n. 7672/2000.

[3] Cass. sent. del 6.02.1985 e del 6.03.1985.

[4] Cass. sent. del 10.12.1991 e del 26.04.1995.

Corte d’appello di Roma – Sezione III penale – Sentenza 19 aprile 2017 n. 2841

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
Il giorno 03/04/2017
LA CORTE DI APPELLO DI ROMA
SEZIONE TERZA PENALE
così composta
Doti. GUSTAVO BARBALINARDO, Presidente,
Doti. MASSIMO GUSTAVO MARIANI, Consigliere est.,
Doti. MARIA GRAZIA BENEDETTI, Consigliere,
Ha pronunciato in Dibattimentale la seguente
SENTENZA
nel procedimento penale di secondo grado nei confronti di:
1) BO.MA. – LIBERO ASSENTE
nato a (…)
domiciliato a (…)
difeso dall’avv. MA.CO. del Foro di ROMA – RM – Nomina di Fiducia IMPUTATO

del reato di cui all’art. 570, 2 c. n. 2 c.p., perché, omettendo di versare gli emolumenti disposti dal Tribunale per i Minorenni di Roma con provvedimento del 27.11.2001, faceva mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minore Ma.Re.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 9.11.2009 il Tribunale di Roma, all’esito di dibattimento ordinario, condannava Bo.Ma. alla pena di mesi sei di reclusione e 400 Euro di multa per il reato di cui all’art. 570 c.p. commesso “sino alla data del 31/12/2008” ai danni della figlia minore, Ma.Re. (nata il (…)), assolvendo l’imputato dalla medesima imputazione quanto al fatto commesso “a far data dal 01/01/2009”, con la medesima sentenza veniva altresì pronunciata condanna dell’imputato al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separata sede, con il riconoscimento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 30.000 Euro.

Avverso la suddetta decisione ha proposto appello il difensore chiedendo, in via principale, l’assoluzione dell’imputato; ad avviso dell’appellante, in particolare, il primo Giudice avrebbe omesso di accertare l’esistenza in un effettivo stato di bisogno del beneficiario dell’assegno, posto che, grazie alla madre benestante, alla minore non sarebbero mai mancati i mezzi di sussistenza; in via subordinata, l’appellante censura l’eccessività della pena inflitta chiedendo, altresì, l’applicazione dell’indulto.

Con i motivi aggiunti depositati in data 4.11.2016, si insiste nella richiesta di assoluzione dell’imputato:

1. per l’insussistenza di un effettivo stato di bisogno della beneficiaria dell’assegno;

2. per l’impossibilità ad adempiere da parte dell’imputato in conseguenza del “fallimento delle Ditte ereditate dal padre cui conseguì una sequela di problemi economici e personali”;

3. per l’insussistenza del prescritto elemento psicologico del reato non avendo la denunciante “mai fatto emergere agli occhi dell’imputato il proprio urgente bisogno di aiuto economico del quale poteva, a ben vedere, fare assolutamente a meno”.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello è infondato.

L’appellante, in particolare, non contesta il fatto che l’imputato si sia effettivamente sottratto all’obbligo del versamento dell’assegno di mantenimento in favore della figlia minore Ma.Re. (nata il 15.6.1997) posto a suo carico dal Tribunale per i minorenni di Roma, ma, per un verso, eccepisce l’insussistenza di uno stato di bisogno del familiare avente diritto e, per altro verso, invoca la sussistenza di una situazione di impossibilità materiale di adempiere agli obblighi di mantenimento e, comunque, l’assenza di dolo.

Al fine di evidenziare l’assoluta inconsistenza delle censure difensive questa Corte si limita ad osservare che:

1. quanto allo stato di bisogno del beneficiario dell’assegno, trova applicazione il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità secondo il quale, il fatto che il figlio minore (come tale necessariamente in stato di bisogno, non avendo alcuna capacità economica autonoma: v. Cass. sez. 6, 3.3.2000 n. 7672, Olivo) abbia ricevuto da terzi – coobbligati o non coobbligati in via sussidiaria ai sensi dell’art. 433 cod. civ. – i mezzi di sussistenza per le più urgenti necessità non esclude la responsabilità del genitore obbligato e, anzi, tale sostituzione costituisce prova dello stato di bisogno in cui versa il minore (v. in questo senso Cass. sez. 6, 6.2.1985, Ve. e sez. 6, 6.3.1985, Ro. nonché sez. 6, 29.4.2002, Lo. e, da ultimo, Cass. sez. 6, 6.5.2003, Ma.) e non giustifica, pertanto, una richiesta di assoluzione dell’imputato neppure sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato atteso che “il genitore inadempiente non può rilevare a propria scusa che altro coobbligato o terzo abbiano fatto cessare lo stato di bisogno del beneficiario inducendolo in errore circa la permanenza dell’obbligo, dal momento che tale errore sulla legge penale non scrimina” (così Cass. sez. 6, 10.12.1991 in Riv. pen., 1992, 657; nello stesso senso v. anche Cass. sez. 5, 26.4.1995);

2. quanto all’invocata impossibilità ad adempiere alle statuizioni del Tribunale per i minorenni, a prescindere dal fatto che la stessa non può assumere alcuna efficacia scriminante (atteso che, ai fini della responsabilità in ordine al contestato reato, l’incapacità economica non discrimina quando sia dipesa da comportamento anche soltanto negligente dell’obbligato: v. Cass. sez. VI, 21.9.2001, Ma. e 1.6.1989, Co.; v. altresì Cass. sez. VI, 25.10.1990, Pa.; e, nel caso di specie, l’imputato, nato nel 1953 ed immune da patologie invalidanti, ben avrebbe potuto, e dovuto, attivarsi nella ricerca di lavori che, sia pure occasionali ed eventualmente estranei al suo specifico settore professionale, potessero comunque consentirgli di fare fronte, anche solo parzialmente, all’obbligo di mantenimento nei confronti della figlia), trattasi di impossibilità non solo mai provata, ma neppure mai concretamente dedotta, come riconosciuto dallo stesso appellante a pag. 3 dei motivi aggiunti (“sebbene ciò non sia stato rappresentato all’attenzione dell’Ill.mo Giudice di primo grado”);

3. quanto all’elemento psicologico del reato, ci si riporta a quanto osservato supra sub 1, essendo, del resto, evidente, per chiunque, la dipendenza della sopravvivenza di un minore dal necessario intervento di qualcuno in grado di provvedere alle sue indispensabili esigenze di vita.

All’esito del rigetto dell’impugnazione proposta nell’interesse dell’imputato, non appare comunque possibile pervenire alla conferma della sentenza di primo grado essendo maturato il termine massimo di prescrizione del reato (circostanza che ai sensi dell’art. 578 c.p.p. imponeva comunque di esaminare, preliminarmente e compiutamente, la fondatezza della richiesta di assoluzione formulata con l’atto di appello non potendo essere confermata la condanna al risarcimento del danno sulla sola base della mancata prova dell’innocenza dell’imputato ai sensi dell’art. 129 comma secondo c.p.p.: v. Cass. sez. 5, 7.10.2014, n. 3869, La.; sez. 6, 24.11.2010, n. 43993 e sez. 5, 24.3.2009, n. 14522, Pe.).

In particolare, avendo il primo Giudice erroneamente limitato l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato (in relazione ad un reato permanente per il quale, stante la contestazione, la consumazione del reato deve ritenersi protratta sino alla data della pronuncia di primo grado: così Cass. sez. 1, 23.1.1995, Gu. e Cass. sez. 5, 1.2.2000, Gn.Ru.; sulla natura di reato permanente della violazione degli obblighi di assistenza familiare e, quindi, sul permanere della trasgressione fin quando non cessa la sottrazione agli obblighi v. anche Cass. sez. 6, 3.11.1998, Da Ros e Cass. sez. 6, 16.4.1986, Sa.) solamente “sino alla data del 31.12.2008” (assolvendo il Bo. in relazione al periodo successivo essendo “la situazione dell’imputata (rectius: della denunciante) nettamente migliorata nel gennaio 2009”, circostanza, come già evidenziato supra sub 1, del tutto irrilevante trattandosi di minore) e trattandosi di delitto punito con la pena della reclusione non superiore nel massimo a sei anni, in data 30.6.2016 (in assenza di sospensioni) risulta maturata la prescrizione massima stabilita in sette anni e mezzo dall’art. 157 c.p.

La dichiarazione di estinzione del reato, per espressa disposizione di legge (v. art. 578 c.p.p.), comporta la conferma della sentenza di primo grado per la parte concernente gli interessi civili.

P.Q.M.

Visto l’art. 605 c.p.p.

IN RIFORMA

della sentenza del Tribunale di Roma in data 9.11.2009 appellata da Bo.Ma.,

dichiara non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine al reato ascrittogli perché estinto per prescrizione.

Conferma le statuizioni civili dell’impugnata sentenza e indica il termine di giorni trenta per il deposito della motivazione.

Così deciso in Roma il 3 aprile 2017. Depositata in Cancelleria il 19 aprile 2017.


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