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Cosa significa conto corrente in sofferenza

14 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 settembre 2017



Un conto corrente è in sofferenza quando il cliente non riesce più a far fronte ai debiti contratti con la banca. Vediamo le conseguenze.

I rapporti bancari rappresentano per moltissimi italiani la quotidianità: le domiciliazioni, gli accrediti, i bonifici, i conti corrente, sono operazioni effettuate praticamente ogni giorno. Avere a che fare con un istituto di credito, però, significa anche trovarsi in uno stato di bisogno: si pensi a chi necessiti di un mutuo. Con una terminologia poco rassicurante, si sente spesso parlare di sofferenza bancaria: l’aggettivo, in realtà, è improprio, perché a soffrire non sarà la banca, ma il cliente. vediamo allora cosa significa conto corrente in sofferenza.

La sofferenza bancaria

La sofferenza bancaria indica la situazione in cui la banca ritiene di non poter recuperare il proprio credito nei confronti del cliente. Un debito, quindi, è in sofferenza quando le previsioni sulla sua riscossione sono negative. Questo pessimismo deriva dalle cattive condizioni economiche del debitore, condizioni che rappresentano l’anticamera del fallimento vero e proprio. Lo stato di sofferenza bancaria comporta degli effetti negativi per il cliente, in quanto la banca: non concederà più credito; revocherà tutti i rapporti in essere; segnalerà lo stato di insolvenza alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, ovverosia al sistema informativo cui ogni istituto di credito può accedere per verificare la situazione economica dei correntisti. Si badi che la sofferenza bancaria può essere dichiarata solamente quando vi siano segnali inequivocabili dello stato di insolvenza del debitore, nei riguardi del quale si potrà agire, al fine del recupero delle somme, soltanto legalmente (decreto ingiuntivo ed esecuzione forzata).

L’incaglio bancario

La sofferenza bancaria rappresenta l’apice della crisi finanziaria del cliente; prima di giungere a questa situazione estrema, quando la banca ha soltanto dei sospetti sulla solvibilità del correntista, si parla di incaglio bancario. Con questa terminologia marinaresca si è soliti indicare la situazione intermedia tra la solvibilità e la conclamata crisi economica del soggetto. Se, pertanto, la sofferenza rappresenta uno stato d’emergenza da codice rosso, l’incaglio è un codice giallo, un segnale (fondato) della difficile riscossione del credito. Davanti a questi presupposti, la banca deve invitare il cliente a regolarizzare la propria situazione provvedendo a coprire i debiti. Normalmente viene assegnato un termine che va da dieci a quattordici mesi, decorsi infruttuosamente i quali si entrerà nella sofferenza bancaria. L’incaglio non comporta tutte le conseguenze pregiudizievoli della sofferenza: non si andrà incontro alla chiusura automatica di tutti i fidi e gli affidi (incluse le fideiussioni). Resta, però, la segnalazione alla Centrale Rischi e il blocco di ogni nuovo credito (cosiddetto credit crunch); il credito già aperto, al contrario, non subirà ripercussioni.

Sofferenza bancaria: procedura

La sofferenza bancaria (che segue, come detto, l’incaglio) si apre con l’invito formale della banca ad appianare la propria posizione debitoria entro quindici giorni. Se il termine decorre inutilmente, la banca farà segnalazione alla Centrale Rischi e, a seguito dell’apertura della procedura, verranno revocati immediatamente non solo i fidi presso l’istituto di credito interessato, ma anche quelli di tutti gli istituti e le banche presso i quali il cliente potrebbe aver intrattenuto rapporti debitori. L’iscrizione della posizione alla Centrale Rischi, inoltre, comporta l’impossibilità assoluta per il cliente di richiedere liquidità ad altri istituti. In altre parole, il povero debitore viene completamente allontanato dal mondo bancario, poiché la sofferenza ne sancisce la “morte creditizia”.

Guarire dalla sofferenza

Più che guarire, forse si dovrebbe parlare di risorgere, vista la chiusa dell’ultimo paragrafo. Per sanare la propria situazione e, soprattutto, revocare l’esilio bandito nei confronti del debitore, questi dovrà saldare interamente il proprio debito (interessi inclusi, ovviamente). Appena fatto ciò, dovrà avere cura di chiedere alla banca la cancellazione presso la Centrale Rischi. È possibile che la procedura di sofferenza sia stata intrapresa dalla banca con troppa leggerezza, in presenza di una situazione debitoria non così grave. In questo caso, il cliente potrà tutelarsi ricorrendo al tribunale affinché venga ordinata la cancellazione del proprio nome dalla black list della Centrale Rischi.

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Autore immagine: Pixabay.com

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