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Tagliare ponti e legami con la famiglia: è possibile?

15 Settembre 2017
Tagliare ponti e legami con la famiglia: è possibile?

È possibile per l’ordinamento italiano un “divorzio” completo dalla propria famiglia, interrompere il legame di parentela, dare origine ad un ceppo diverso e non avere più alcun legame con madre, padre e altri parenti di qualsiasi grado.

La legge italiana prevede precisi obblighi dei figli nei confronti dei genitori solo fino a quando convivono. Nel momento invece in cui escono di casa, l’unico obbligo è quello degli alimenti. Cerchiamo di spiegarci meglio per capire quando e come tagliare ponti e legami con la propria famiglia d’origine.

Il codice civile [1] stabilisce da un lato che i figli hanno il diritto di essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti moralmente dai genitori, nel rispetto delle loro capacità, delle loro inclinazioni naturali e delle loro aspirazioni, ma, a loro volta, hanno alcuni doveri nei confronti dei genitori. In particolare, il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito (se svolge attività lavorativa), al mantenimento della famiglia finché convive con essa.

I doveri del figlio verso i genitori cessano quindi nel momento in cui questi va a vivere da solo, scelta che può compiere solo una volta raggiunti i 18 anni, posta la responsabilità materna e paterna per gli atti compiuti dal minorenne (leggi sul punto Il figlio può andare via di casa prima di 18 anni?).

Cessata la convivenza, il figlio non ha più alcun obbligo di rispetto o assistenza nei confronti dei genitori e quindi ben può tagliare ponti e legami.

I rapporti tra figli e genitori, però, anche dopo l’allontanamento dalla casa familiare, potrebbero tornare a galla in una serie di situazioni. La prima è quella in cui questi siano in condizioni di estrema difficoltà fisica e/o economica. In tal caso scatta l’obbligo dei cosiddetti «alimenti». Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta. Quando un genitore è ormai vedovo (e quindi non c’è il coniuge a prendersi cura di lui) i primi soggetti tenuti ad assisterlo sono i figli, ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche. In assenza dei figli, il dovere ricade sui nipoti e, in ultimo, sui genitori (ovviamente se ancora in vita). Gli alimenti, che non sono necessariamente aiuti economici (ben potendo anche essere, in assenza di disponibilità monetarie, l’ospitalità presso la propria casa), scattano quando il genitore si trovi in un reale stato di bisogno fisico ed economico e quando non sia in grado di provvedere in tutto o in parte al proprio sostentamento.

I figli, quindi, anche quando se ne vanno via di casa, mantengono una responsabilità verso i genitori limitata però solo agli alimenti, ossia all’oggettiva condizione di incapacità. Sul punto ti consiglio di leggere la guida Le responsabilità dei figli verso i genitori.

I rapporti tra figli e genitori potrebbero tornare a galla, inoltre, in caso di morte di uno dei due. Si apre infatti la successione che, con o senza testamento, riconoscere a determinati soggetti il diritto di avere sempre una quota minima del patrimonio. Tali soggetti sono innanzitutto il coniuge, i figli e, in assenza dei figli, i genitori.

Ora, se muore un genitore, il figlio è suo erede “automatico”; ma è chiaro che nessuno gli può imporre di ottenere l’eredità e questi potrebbe sempre rinunciarvi. Che succede, invece, se a morire prima è il figlio? Il genitore succede solo se il defunto non era sposato e non aveva a sua volta figli. Il soggetto deceduto può però evitare che a succedergli siano i genitori a condizione che questi vengano dichiarati «indegni» da una sentenza del giudice. Il codice civile elenca i casi di indegnità [2]. Tra questi vi è l’omicidio o il tentato omicidio del figlio, del coniuge del figlio o dei nipoti; la denuncia alle autorità, fatta in malafede, per un reato mai commesso; l’aver tentato di nascondere o distruggere il testamento del figlio, ecc .

Esclusi questi casi, i rapporti tra genitori e figli cessano definitivamente – anche per la legge – con la creazione, da parte di questi ultimi, di un autonomo nucleo familiare. Si può eventualmente sottolineare questo distacco chiedendo anche la modifica del proprio nome e cognome al prefetto il quale valuta la meritevolezza del caso. Le richieste per il cambio di cognome devono essere supportate da esigenze di carattere eccezionale e sono ammesse esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti (ad esempio un cognome ridicolo o di un pluripregiudicato mafioso), supportate da adeguata documentazione e da significative motivazioni (di tanto abbiamo parlato in Come cambiare nome e cognome?).


note

[1] Art. 315-bis cod. civ.

[2] Art. 463 cod. civ.

Autore immagine: Pixabay.com


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