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Poliambulatorio: quante specializzazioni sono ammesse?

30 settembre 2017


Poliambulatorio: quante specializzazioni sono ammesse?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 settembre 2017



Abbiamo costituito una società per gestire un centro medico polispecialistico. Secondo il funzionario, il numero di specializzazioni da autorizzare non può eccedere quello dei locali. Nello studio possono esercitarsi anche altre specializzazioni mediche affini a quelle autorizzate?

Secondo la legge che disciplina l’apertura di un centro medico polispecialistico nella Regione Sicilia [1], ai fini dell’esercizio dell’attività sanitaria specialistica è necessario il rilascio di apposita autorizzazione senza esplicitare, tuttavia, ulteriori dettagli in merito, soprattutto con riferimento alla possibilità circa l’esercizio di attività equipollenti e/o affini alla specializzazione espressamente autorizzata. L’unico riferimento degno di nota è quello secondo cui, in merito ai requisiti del direttore tecnico si fa riferimento alla branca specialistica specifica per la quale la struttura è autorizzata, lasciando così intendere che le autorizzazioni riguardano intere branche e che anche le materie che rientrano all’interno di una medesima branca specialistica possano essere parimenti espletate all’interno della struttura autorizzata per una determinata specializzazione medica. Della problematica si è occupata una sentenza del Tribunale amministrativo della Regione Calabria [2], che ha confermato l’intendimento di cui sopra. I giudici amministrativi calabresi, aditi da una casa di cura autorizzata all’attività di chirurgia generale, hanno, in tale occasione, ritenuto di dover annullare i provvedimenti volti ad inibire l’esercizio dell’attività di chirurgia estetica, riscontrata da un accertamento che i carabinieri avevano effettuato presso la struttura, stante l’equipollenza di detta specializzazione con quella autorizzata. Nel caso di specie il Tribunale amministrativo ha voluto verificare se l’autorizzazione concessa per lo svolgimento di prestazioni di chirurgia generale potesse ritenersi sufficiente per l’erogazione di prestazioni di chirurgia estetica. In altri termini, ha ritenuto necessario valutare se la chirurgia estetica potesse considerasi affine o equipollente alla chirurgia generale. Nell’ambito dell’area chirurgica e delle specialità chirurgiche, la chirurgia plastica e ricostruttiva è qualificata come disciplina affine alla chirurgia generale e discipline equipollenti. Da qui la soluzione della problematica, stante l’orientamento giurisprudenziale richiamato secondo cui l’autorizzazione concessa per l’erogazione di prestazioni di chirurgia generale abilita la struttura sanitaria a svolgere tutte quelle attività che risultino ascrivibili, in quanto equipollenti, a tale branca, tra le quali anche quelle di chirurgia estetica. Secondo l’impostazione del Tar Calabria, in virtù di una tesi più che condivisibile, si ritiene, dunque, che possano essere svolte anche attività sanitarie affini o equipollenti a quelle espressamente autorizzate. Naturalmente, l’esercizio di attività sanitaria non può andare oltre quelle affini o equipollenti alla specializzazione autorizzata. Infatti, integra reato, e non un’ipotesi di inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione sanzionata con la mera chiusura dell’istituto, lo svolgimento presso un istituto di cura medico-chirurgica di attività medico-specialistiche ulteriori a quelle già autorizzate.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Alessandro Dini

note

[1] Decreto Assessoriale n. 890 del 2002, emanato in ossequio della disciplina nazionale ex d.P.R. del 14.01.1997.

[2] Tar Calabria sent. n. 265 dello 08.05.2013.

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