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Debiti con più banche: che fare?

30 settembre 2017


Debiti con più banche: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 settembre 2017



Sono amministratore unico di un’azienda che, ormai da quasi un anno, non è più in grado di sostenersi. In passato ho acceso tre finanziamenti con tre banche differenti ma, per via della crisi non sono più riuscito a pagare i prestiti bancari. Ad ognuna banca ho dato garanzia fideiussoria personale. Non ho beni personali (auto, case o altro) salvo una piccola parte della casa dei miei genitori, che era stata divisa per terzi. Un terzo mio padre, un terzo mia madre, e l’ultimo terzo, diviso tra me e mia sorella. Mio padre è morto e mia madre ha ereditato anche la sua parte e ha il diritto di abitazione finché vive. Io e mia sorella abbiamo 1/6 a testa e la sola nuda proprietà.
Le tre banche cosa possono fare effettivamente, considerato che possiedo un solo sesto dell’immobile e un conto corrente con pochi euro?
Posso vendere la mia quota così semplicemente oppure le banche devono fare un procedimento di divisione con gli altri eredi e, se questi non acquistano, le stesse possono vendere la casa e dare la differenza agli altri eredi? Non credo che la cosa sarebbe vantaggiosa per i tre istituti perché sono in tre a spartirsi una quota (il mio 1 sesto) che sicuramente non raggiunge il valore del mio debito.

 

Il prestito personale è un prodotto di credito al consumo che prevede il finanziamento di una somma prefissata ad un tasso di interesse fisso e rimborsabile secondo un piano di ammortamento a rate costanti, è un contratto concluso direttamente tra l’istituto finanziatore e il richiedente, che sono pertanto gli unici soggetti interessati.

Il prestito personale viene normalmente concesso dalle banche e dalle società finanziarie specializzate. Generalmente, la concessione di un prestito personale non è subordinata alla presentazione di garanzie reali (ovvero diritti di pegno o ipoteca su beni di proprietà del richiedente).

Può accadere tuttavia che in alcuni casi, allo scopo di limitare il rischio di insolvenza, gli istituti finanziatori sottopongano al richiedente un contratto che prevede una coobligazione.

Si tratta della forma di garanzia più diffusa che prevede la firma di un coobbligato o di un terzo fideiussore, che si faccia garante del buon esito dell’operazione: una richiesta piuttosto comune, in presenza di condizioni particolari.

Il coobbligato, quale garante, non risponde all’obbligazione contratta in via diretta ma in via subordinata, ossia nell’eventualità che il debitore principale sia inadempiente.

L’espropriazione forzata dei beni è il rimedio estremo per recuperare del denaro da chi non paga spontaneamente i propri debiti. È una procedura che inizia con un atto (di pignoramento, appunto) che viene redatto da un avvocato e recapitato al debitore dall’ufficiale giudiziario, il quale visiona e valuta sommariamente i beni che possono essere utilizzati per soddisfare il credito.

Da quel momento il debitore, che si tratti di mobili, di immobili, di conto correnti o di crediti verso terzi, non può più disporre liberamente dei beni colpiti dal pignoramento. La procedura poi, per impulso del legale del creditore, approda in tribunale, davanti ad un giudice dell’esecuzione, che guiderà ogni fase successiva: dalla verifica con i creditori, all’eventuale udienza per sentire il terzo che possiede materialmente i beni pignorati, fino alla vendita degli oggetti e all’assegnazione delle somme.

Il divieto di porre la prima casa in vendita, introdotto dal decreto del fare, DL 69/2013 convertito in legge 98/2013, non è valido per tutti i creditori ma, con la presenza di talune circostanze, vale solo per Equitalia. Pertanto, nel caso in cui a procedere siano altri soggetti privati, come ad esempio la banca, la finanziaria, il fornitore, questi potranno procedere all’esecuzione per il recupero del credito nonostante si tratti di prima casa ed unica casa, se vi siano particolari difficoltà economiche ecc. Tale orientamento si basa sul principio generale per cui ciascuno deve rispondere dei debiti contratti con tutto il proprio patrimonio, presente e futuro.

Tuttavia, come dal lettore correttamente evidenziato, probabilmente per le banche risulterebbe difficile ed inutile soddisfarsi attraverso il Suo 1/6 dell‟immobile, inoltre, l‟art. 164 bis DL n. 132 del 12.09.2014 conv. in legge n. 162 del 10.11.2014 ha sancito che se l’immobile, benché messo all’asta in una procedura esecutiva immobiliare, non venga venduto nonostante la ripetizione degli esperimenti, e quindi non sia più possibile “conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo”, il pignoramento immobiliare va chiuso anticipatamente e il debitore torna nella piena disponibilità del bene.

Alla luce di quanto detto, a parere dello scrivente, in base alla situazione economico finanziaria del lettore, ci troviamo in una situazione di completo immobilismo nel quale la banca, apparentemente, non potrà trovare piena soddisfazione. A ogni buon fine, mi corre l’obbligo di sottolineare che, soprattutto negli ultimi anni, a causa della forte crisi economica, del disagio finanziario di molte famiglie italiane, della crescente impossibilità di fare fronte ai propri debiti, con la legge n. 3/2012, detta anche legge “salva suicidi‟, è stata introdotta una procedura di tutela per i sovraindebitati, ossia di coloro che sono soggetti a debiti importanti e non riescono a trovare una via d’uscita. La norma, all‟art. 6, comma 2, lett. a) definisce il sovraindebitato come colui che si trova in una “situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempiere regolarmente”.

Il soggetto sovraindebitato, ossia la persona fisica, il piccolo imprenditore, l‟imprenditore agricolo e così via, ha a disposizione uno strumento che può portare ad un accordo, tra debitore e creditore, che consente di cancellare i debiti e soddisfare i crediti.

La nuova normativa in materia di composizione della crisi da sovraindebitamento, offre al debitore, tra gli strumenti per liberarsi dai propri debiti, l’accordo di ristrutturazione se i debiti sono di natura imprenditoriale, o piano del consumatore se invece hanno natura personale. Tale accordo viene predisposto con l’ausilio degli organismi di composizione della crisi, e prevede un piano di rientro mediante il quale il debitore si impegna a pagare regolarmente quanto dovuto. È bene precisare che il sovraindebitato ricorre a questa soluzione solo quando ottiene il consenso di almeno il 60% dei creditori.

La ristrutturazione dei debiti e la, conseguente, soddisfazione dei crediti, possono avvenire attraverso qualsiasi forma: viene attribuita dunque al debitore un’ampia discrezionalità. Nel  momento in cui però il patrimonio del sovraindebitato risulti insufficiente a garantire la fattibilità del piano, è possibile l’intervento del terzo sia come aiuto concreto, mediante il conferimento di denaro o beni a copertura dei debiti, che come garante dell’adempimento dell’accordo da parte dell’obbligato.

Come ulteriore garanzia di adempimento possono essere adottate delle misure di limitazione nei confronti del debitore che riguardano l’utilizzo delle carte di credito, la sottoscrizione di contratti di strumenti di finanziamento e l’accesso del mercato del credito al consumo.

Affinchè la proposta di accordo abbia una validità tra le parti, deve essere depositata, dal debitore, presso il tribunale del luogo in cui ha la residenza. Il giudice investito della questione, oltre a prendere visione della proposta e della documentazione allegata dal richiedente, esamina la relazione dell’organismo di composizione della crisi, riguardante la situazione del sovraindebitato, ed eventuali contestazioni mosse dai creditori.

Se la proposta soddisfa i requisiti di legge, il giudice fissa immediatamente l’udienza e dispone la pubblicità dell’accordo.

In sede di udienza, dunque, qualora non si ravvisino atti in frode ai creditori, viene stabilito un termine non superiore ai centoventi giorni in cui non possono essere attivate azioni esecutive né sequestri né diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato proposta di accordo, da parte dei creditori.

Pertanto, con lo strumento della composizione della crisi anche la persona letteralmente sommersa dai debiti riesce dunque ad avere un pò di respiro per sanare la propria situazione e, nella maggioranza dei casi, tornare a vivere serenamente.

 

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

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