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Posto di lavoro in cambio di voto: quali rischi?

18 settembre 2017


Posto di lavoro in cambio di voto: quali rischi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 settembre 2017



È corruzione elettorale promettere un posto di lavoro in cambio del sostegno al candidato politico.

Un tempo era quasi normale vedere il politico di turno, alla ricerca dei voti per le imminenti elezioni, girare per le campagne vicine alla città e promettere benefici, piaceri e vantaggi di tutti i tipi agli elettori. Questa situazione è tanto degenerata da determinare l’approvazione, nel 1960, di un’apposita legge [1] che, per quanto riguarda le votazioni ai consigli comunali, ha previsto un apposito reato: quello di corruzione elettorale. Il candidato che contratta uno o più voti in cambio di un posto di lavoro o di altri favori rischia il carcere. Ma non solo lui: commette reato anche l’elettore che si lascia convincere; e non importa se la sua condizione è talmente misera da rendere l’offerta irrinunciabile per poter mantenere la propria famiglia. Di tanto ha fatto il punto la Cassazione con una recente sentenza [2].

Nella sentenza in commento la Suprema Corte ricorda che scatta il reato di corruzione elettorale nei confronti del candidato politico che, in cambio del sostegno elettorale e del voto alle elezioni, promette a un elettore, il quale accetti, l’assunzione propria o di un familiare (ad esempio la moglie). Il reato si configura già all’atto della semplice promessa, al di là del fatto che poi il politico rispetti il proprio impegno o meno.

Corruzione elettorale: di cosa si tratta?

Vediamo com’è strutturata la norma che punisce la corruzione elettorale.

In cosa consiste il reato

Viene innanzitutto disciplinato il comportamento del politico, ossia di chi chiede il voto. La norma punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065 la richiesta del voto o dell’astensione dal voto. Non basta però la semplice richiesta (altrimenti sarebbe punita anche la pubblicità), ma questa va accompagnata dall’offerta di un favore immediato o da una promessa di un’utilità futura. Si può trattare di qualsiasi prestazione: non è solo il caso di un’assunzione, un’agevolazione a un sussidio, un permesso edilizio, l’assenza di controlli o sanzioni a un illecito; sotto il divieto ricadono anche quei favori simulati come un’indennità pecuniaria data all’elettore per spese di viaggio o di soggiorno o di pagamento di cibi e bevande o rimunerazione sotto pretesto di spese o servizi elettorali.

Viene poi punito anche il comportamento dell’elettore che, per dare o negare la firma o il voto, accetta offerte o promesse o riceve denaro o altra utilità. La pena è la medesima prevista per il politico: la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 309 a euro 2.065.

I due reati sono autonomi e viaggiano su binari separati. Per cui, ad esempio, ben è possibile punire il politico che faccia l’offerta e non l’elettore che la rifiuti. Per la configurabilità del reato di corruzione elettorale è sufficiente la sola promessa di utilità da parte del corruttore, la quale si atteggia come promessa del fatto del terzo e, conseguentemente, impegna solo chi la effettua.

Quando scatta il reato

Per il politico che chiede il voto, il reato scatta già al momento dell’offerta o della promessa, anche se poi questa non viene mantenuta.

Invece, per l’elettore che dà il voto, il reato scatta al momento dell’accettazione dell’offerta o della promessa o della ricezione del denaro o altra utilità e non è necessario, per la sua integrazione, l’effettivo conseguimento del vantaggio.

note

[1] Art. 86 del Dpr 16 maggio 1960 n. 570.

[2] Cass. sent. n. 39064/2017.

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