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Controlli sui conti correnti: come si difende il contribuente?

18 settembre 2017


Controlli sui conti correnti: come si difende il contribuente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 settembre 2017



Accertamenti bancari: l’Agenzia delle Entrate può presumere l’evasione solo sulla base del versamento non giustificato. L’onere della prova contraria spetta sempre al contribuente.

Nel momento in cui c’è un versamento sospetto sul conto corrente che il contribuente non riesce a dimostrare, l’Agenzia delle Entrate lo sottopone a tassazione presumendo che esso derivi da un reddito non dichiarato. Spetta al contribuente dimostrare il contrario dando prova che si tratta di redditi esenti dalle tasse, o di proventi da disinvestimenti (ad esempio la vendita di un’auto usata) o di redditi già tassati alla fonte. Ma procediamo con ordine e vediamo, in caso di controlli sui conti correnti, come si difende il contribuente.

I controlli sui versamenti sul conto

Ciascun contribuente, a prescindere dal tipo di lavoro svolto, dal modello di dichiarazione dei redditi impiegato e dall’entità dei propri guadagni, deve sempre essere in grado di giustificare la provenienza dei soldi contanti versati in banca qualora l’Agenzia delle Entrate gli chieda chiarimenti. Significa poter dimostrare da dove provengono tali somme e chi, eventualmente, le ha erogate. Un dipendente che riceve mensilmente lo stipendio sul conto, con bonifico diretto dell’azienda, deve spiegare come mai ha versato 5mila euro sul medesimo conto se la sua dichiarazione dei redditi non fa menzione di altri tipi di guadagni. Il fisco è autorizzato a presumere che si tratti di evasione. Ma prima di inviare un accertamento fiscale e di applicare sulla somma le imposte e le sanzioni, deve chiamare il contribuente “a rapporto” per chiedergli chiarimenti. Le difese possono essere inviate per iscritto o nel corso di un incontro di persona presso l’ufficio (di tanto parleremo a breve).

Questo, in sintesi, è il quadro dei controlli sui conti correnti: la prova è sempre a carico del contribuente mentre l’Agenzia delle Entrate può avvantaggiarsi di quella che si suole chiamare «inversione dell’onere della prova» o «presunzione» a proprio favore. Tale presunzione la esonera dall’obbligo di dimostrare che il sospetto circa l’operazione è realmente fondato. Ad essa basta che il contribuente non sappia difendersi per poter giustificare l’accertamento [1]. Di tanto abbiamo parlato già in I contanti versati sul conto corrente vanno tassati.

I controlli sui prelievi sul conto

Completamente opposto è il quadro dei controlli sui prelievi. Qui invece la regola generale è quella della libera disponibilità del contribuente di eseguire prelievi senza dover conservare le tracce dell’impiego di tale denaro. Tutt’al più il funzionario di banca può chiedere al correntista informazioni sull’uso che intende fare dei soldi, per segnalarlo eventualmente alla direzione dell’Istituto di credito che, a sua volta, valuta se informarne la Uif (Unità di Informazione Finanziaria); quest’ultima, se vi sono forti sospetti di riciclaggio, ne dà comunicazione alla Procura della Repubblica. Insomma, un procedimento tanto articolato da mettere al riparo qualsiasi correntista quando si tratta di piccoli importi.

Quanto appena detto vale per lavoratori dipendenti, pensionati, autonomi e professionisti. Diverso è invece il discorso per gli imprenditori i quali, invece, sono liberi di prelevare dal conto, senza fornire giustificazioni, fino a mille euro al giorno ed entro un tetto massimo di 5mila al mese. Superati tali limiti è necessario conservare la documentazione scritta circa l’impiego delle somme; diversamente le stesse si presumono utilizzate per eseguire investimenti (ad esempio l’acquisto di merce in nero da rivendere in nero) e quindi vengono tassate.

La difesa del contribuente in caso di controlli sul conto corrente

Sinteticamente, i problemi che possono porsi in caso di controlli sul conto corrente da parte dell’Agenzia delle Entrate riguardano principalmente i versamenti sospetti, ossia per somme di cui non vi è traccia in contabilità o nella dichiarazione dei redditi. Si pensi a un professionista che versa 4mila euro in contanti ma a tale operazione non corrisponde l’emissione di una fattura; si pensi a un pensionato con un assegno dell’Inps di poco più di 800 euro che, d’un tratto, versa sul proprio conto 10mila euro. Lo stesso esempio può farsi con riferimento al dipendente che, titolare di uno stipendio mensile di 2mila euro, accreditatogli direttamente sul conto, un giorno versi 50mila euro.

Il primo dubbio che può porsi il contribuente è: perché mai l’Agenzia delle Entrate deve controllare proprio me? La risposta purtroppo è molto diversa da quella che ci si può aspettare. I controlli bancari non avvengono più come un tempo, sulla base di indagini a campione o nell’ambito di operazioni più articolate di ricerca dell’evasione. Grazie all’Anagrafe dei conti correnti tutte le operazioni sul conto, compreso il saldo disponibile, sono comunicati al fisco in tempo reale che, in questo modo, è in grado di prendere immediata visione delle operazioni sospette. Come dire: non si salva nessuno.

La seconda questione è: vengo avvisato prima di ricevere l’accertamento? Anche se in passato la Cassazione ha stabilito, che la legge, nella parte in cui prevede l’invito al contribuente a fornire dati e notizie in ordine agli accertamenti bancari, «non impone all’ufficio l’obbligo di uno specifico e previo invito, ma gli attribuisce una mera facoltà, della quale può avvalersi in piena discrezionalità», l’orientamento degli uffici è sempre più spesso rivolto a un contraddittorio preventivo. Nell’ambito di questo, il contribuente può fornire elementi a propria difesa.

Quali tipi di difesa contro gli accertamenti del conto?

La prima questione da tenere in conto è che l’Agenzia delle Entrate accetta solo prove scritte. Nel contenzioso tributario infatti è bandita la prova testimoniale. Risultato: non si può affermare che un versamento in contanti è il frutto di un regalo di un amico portando quest’ultimo a confermarlo. C’è bisogno di un documento che può essere, ad esempio, una scrittura privata con data certa o un estratto conto con la lista delle movimentazioni bancarie da cui risulta il bonifico.

Chiaro che, nel momento in cui il contribuente esegue un versamento in contanti sul proprio conto la prova è molto difficile, proprio perché tale operazione non consente di tracciare la provenienza del denaro come invece l’assegno o il bonifico. Le prove che può fornire il contribuente devono essere rivolte a dimostrare che il denaro:

  • o non è soggetto a tassazione (ossia è «esente») ed è per ciò che di esso non vi è traccia nella dichiarazione dei redditi;
  • o è stato già tassato «alla fonte» ossia da chi lo ha dato, circostanza che – anche in questo caso – non rende necessario dichiarare di nuovo il denaro al fisco.

Quali sono i casi di redditi esenti o già tassati? Ecco i più tipici:

  • la donazione di un parente;
  • un prestito ricevuto da un parente o da un amico;
  • la vendita di un bene usato come un’auto o altri oggetti per i quali non vi è un guadagno ulteriore rispetto al valore residuo del bene (così la vendita al mercatino dell’usato: libri, vestiti, dischi, ecc.);
  • un risarcimento del danno;
  • una vincita al gioco, alle scommesse, al superenalotto ecc.

Come detto, in tutti questi casi il contribuente dovrà fornire una prova scritta. Le prove vanno conservate per almeno 5 anni dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui è avvenuto il versamento.

Se si tratta di un prestito

Il contribuente può difendersi dall’accertamento bancario sostenendo che si tratta di somme contanti ottenute in prestito da altri. Il sostenimento di qualsiasi spesa anche grazie a prestiti ottenuti da soggetti terzi può essere certamente provata dal contribuente. Il problema è sempre rappresentato dalla credibilità di una tale affermazione, anche tenuto conto che non si può trasferire denaro contante per importi da 3.000 euro in su. Pertanto, per evitare problemi è sempre consigliabile tracciare i prestiti, anche tra familiari, mediante operazioni bancarie.

La miglior difesa è la prevenzione

In sintesi bisogna sempre preferire l’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili rispetto al denaro contante pur non essendo obbligatorio certamente può aiutare il contribuente, anche a distanza di tempo, a ricostruire meglio la propria posizione, potendo godere di una presunzione di favore in relazione all’ammontare delle spese effettivamente sostenute anche per le piccole esigenze quotidiane. Ovviamente, ciò non significa che siano state possibili anche altre spese aggiuntive sostenute con il denaro contante.

note

[1] Art. 32, co. 1, n. 2, Dpr 600/1973.

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