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Mail private e offese su Facebook: che fare?

7 ottobre 2017


Mail private e offese su Facebook: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 ottobre 2017



Un’azienda mia concorrente ha pubblicato una mia mail privata a mia insaputa su Facebook e sono anche stato offeso. Come devo muovermi?

Non possono nutrirsi dubbi sulla oggettiva illiceità del post pubblicato dal rappresentante dell’azienda concorrente del lettore. Occorre tuttavia distinguere tre profili di illiceità potenzialmente configurabili nel caso di specie:

  • l’illecita diffusione di dati personali;
  • la diffamazione;
  • la concorrenza sleale.

Illiceità della pubblicazione di corrispondenza privata

Il Codice della privacy [1] prevede che il trattamento di dati personali altrui da parte di soggetti privati sia lecito solo con il previo consenso espresso dell’interessato. Nonostante, infatti, colui che ha diffuso il messaggio abbia usato l’accortezza di oscurare la foto del profilo e il nome del mittente, il contenuto della corrispondenza privata riveste comunque la natura di “dato personale”, secondo la definizione datane dal citato Codice, a norma del quale vi rientra qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione. Dato personale, pertanto, è non soltanto l’informazione che identifica direttamente una persona (come, ad esempio, il nome o l’immagine), bensì anche qualunque altro elemento informativo che sia univocamente riferibile ad un’identità personale e che consenta, pur indirettamente, di risalirvi. Il messaggio diffuso conteneva indubbiamente informazioni idonee a permettere l’identificazione del mittente, ciò che infatti è avvenuto. Poi, il Garante per la protezione dei dati personali ha confermato l’illiceità della diffusione non autorizzata di messaggi email privati, ciò che peraltro è principio affermato dalla stessa Costituzione [2] che sancisce l’inviolabilità della segretezza della corrispondenza. Non pare configurabile il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza [3] il cui presupposto è che il soggetto agente diffonda il contenuto di corrispondenza privata a lui non diretta di cui abbia preso cognizione illecitamente, ciò che nel caso di specie non è avvenuto dato che l’autore della pubblicazione è venuto a conoscenza del contenuto del messaggio per opera spontanea di uno dei due interlocutori della corrispondenza. Residua, pertanto, la sussistenza del reato di trattamento illecito di dati personali [4] che punisce, tra le altre condotte, quella di chi, al fine di trarne profitto o di recare ad altri un danno, procede alla diffusione di dati personali altrui. Nessun dubbio, nel caso in esame, sull’esistenza del fine di realizzare un profitto o di causare un danno altrui da parte dell’autore del post, titolare o comunque responsabile in senso lato di un’azienda concorrente rispetto a quella rappresentata dal lettore. Trattasi di delitto punito con la pena della reclusione da sei a ventiquattro mesi.

Contenuto diffamatorio del messaggio pubblicato

Indubbia appare la configurabilità del reato di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità [5]. Il contenuto del messaggio è palesemente e concretamente idoneo a gettare discredito non soltanto sulla professionalità del lettore, quanto anche sul suo onore e decoro personale, attraverso l’utilizzo di espressioni non univocamente offensive, ma utilizzate con ironia. La prima e più evidente strategia difensiva cui potrebbe ricorrere l’autore della diffamazione è certamente quella della non identificazione della persona oggetto del pubblico dileggio, considerato che l’immagine e il nome erano stati previamente oscurati. Tale tesi, tuttavia, sarebbe agevolmente superabile ricorrendo al prevalente – e oramai consolidato – orientamento giurisprudenziale che ritiene sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa. Il messaggio pubblicato consegna ai destinatari elementi indubbiamente idonei ad individuare la persona oggetto di scherno – in primis attraverso la qualificazione di costui come attuale concorrente ed ex collaboratore dell’azienda – tanto che un buon numero di contatti ha chiaramente affermato di conoscere tale persona e, pertanto, di averla identificata.

Sussistenza dell’illecito della concorrenza sleale

Per ciò che riguarda le conseguenze in punto di rapporto di concorrenza fra le due imprese, deve anzitutto escludersi la sussistenza delle fattispecie di reato di turbata libertà dell’industria o del commercio [6] e di illecita concorrenza con minaccia o violenza [7]. Quanto alla prima ipotesi, occorre infatti che l’agente agisca tramite l’utilizzo di violenza sulle cose, ovvero mezzi fraudolenti; quanto invece alla seconda, la legge ne limita l’applicazione agli atti di concorrenza caratterizzati dall’uso della violenza o della minaccia. Non è prevista una fattispecie di reato che punisca gli atti di concorrenza tramite diffamazione. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la condotta subita sia lecita. Compie atti di concorrenza sleale [8] chiunque diffonde notizie e apprezzamenti sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito e tale condotta ben può essere integrata dalla pubblicazione di contenuti diffamatori rivolti ad un concorrente [9].  Presupposto soggettivo indispensabile perché si possa agire in giudizio per l’accertamento di un atto di concorrenza sleale è il rapporto di concorrenzialità tra il soggetto agente e quello danneggiato [10]. Ne deriva la necessità di provare in giudizio non soltanto la qualifica di imprenditore in capo ai due soggetti, ma anche la sussistenza di un effettivo rapporto di concorrenza nell’ambito del medesimo mercato e al momento dei fatti contestati. Pertanto, il lettore sarà legittimato ad intraprendere questa via personalmente solo se riveste la qualifica giuridica di imprenditore; diversamente sarà legittimata ad agire la società. Con l’azione volta ad ottenere l’accertamento degli atti di concorrenza sleale è possibile ottenere una sentenza che inibisca al concorrente la continuazione degli atti e ne ordini l’eliminazione degli eventuali effetti perduranti, nonché il risarcimento del danno subito (e provato) e la pubblicazione della sentenza.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Andrea Iurato

note

[1] Art. 23, d. lgs. n. 196 del 30.06.2003.

[2] Art. 15 Cost.

[3] Art. 616 cod. pen.

[4] Art. 167 Cod. privacy.

[5] Art. 595, co. 3, cod. pen.

[6] Art. 513 cod. pen.

[7] Art. 513-bis cod. pen.

[8] Art. 2598 cod. civ.

[9] Cass. sent. n. 42029 dell’11.11.2008.

[10] Cass. sent. n. 27081 del 21.12.2007.

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