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Le 8 regole fiscali che fregano il contribuente

19 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 settembre 2017



Accertamenti fiscali: è più facile perdere che vincere contro l’Agenzia delle Entrate.

Fare cause non piace a nessuno, un po’ per i costi e per i tempi che esse comportano, un po’ perché ogni giudice ha potere di interpretare la legge per come meglio lo ritiene, discostandosi anche dall’indirizzo della Cassazione. Se poi le speranze di vincere sono ridotte, il ricorso al giudice dovrebbe essere usato come estrema ratio. Ed in questo calcolo probabilistico – bisogna ammetterlo – le cause tributarie, quelle cioè contro il fisco, presentano un margine di incertezza superiore a tutte le altre per via di una serie di norme che pongono il contribuente in una posizione di svantaggio. Stranamente però, nonostante gli scarsi margini di vittoria, le cause contro l’Agenzia delle Entrate e l’Agente per la riscossione rappresentano ancora la percentuale maggiore di contenzioso presente in Italia. A volerla dire tutta, di solito, a sposare le tesi pro-contribuente sono di più le Commissioni tributarie provinciali (la giustizia fiscale di primo grado) e Regionali (secondo grado) che non la Cassazione (ultimo grado dell’iter giurisdizionale). Il che significa che anche a vincere la prima battaglia, alla fine sono maggiori le probabilità di un insuccesso. Ma quali sono le regole fiscali che fregano il contribuente? Perché mai il cittadino è quasi sempre in condizione di inferiorità davanti all’Agenzia delle Entrate? Quali sono le leggi che fanno sì che a vincere sia spesso l’amministrazione? Cercheremo in questo articolo di fornire qualche indicazione.

Il contribuente vede nel contenzioso contro il fisco l’unico modo per risolvere un problema di pressione fiscale insostenibile

Versamenti sul conto: presunzioni a favore del fisco

Quando versi del denaro in banca devi dimostrare all’Agenzia delle Entrate (qualora te lo chieda) da dove lo hai preso. Se non lo fai, queste somme ti vengono tassate e, in più, ci paghi anche le tasse. Se vuoi opporti, devi provare che si tratta di somme già tassate alla fonte o esenti (una donazione, un risarcimento, la vincita al gioco, la vendita di un bene usato). Se però queste prove ti mancano, perdi la causa (leggi Controlli sui conti correnti: come si difende il contribuente). In questo caso il contribuente è svantaggiato rispetto al fisco perché a quest’ultimo basta chiedere spiegazioni e “presumere” che si tratti di soldi frutto di evasione; al contribuente invece spetta difendersi (ossia la prova contraria) e, se non ci riesce, soccombe. Questo meccanismo viene chiamato «inversione dell’onere della prova».

La prova scritta

Nel processo tributario non esistono prove testimoniali. L’unico modo che ha il contribuente per dimostrare di essere in regola con gli adempimenti fiscali è avere un documento tra le mani. Per cui, tutte le volte in cui non ci si procura un “pezzo di carta” o questo viene smarrito si perde la causa.

Facciamo un esempio. Una persona riceve, in regalo dalla madre, una cospicua somma di denaro contante e la deposita in banca. Qualche anno dopo l’Agenzia delle Entrate chiede giustificazioni della provenienza dell’importo. Poiché la donazione è avvenuta in modo informale, il correntista vorrebbe portare, a proprio supporto, la testimonianza del padre che era presente al momento della consegna del denaro. Ma non può farlo perché la legge glielo vieta. Pertanto, pur non essendo la donazione soggetta a tassazione, in questo caso il beneficiario che non è stato in grado di dimostrare la provenienza dei contanti, verrà ugualmente tassato e sanzionato.

Non si può chiamare un amico o un parente a testimoniare in proprio favore in causa

Redditometro e Studi di settore

Ci sono degli acquisti che sono automatici indici di ricchezza. Chi acquista un’auto dimostra di avere una determinata capacità contributiva. Se non ce l’ha, perché la sua dichiarazione dei redditi è più bassa di quello che occorre non solo per acquistare il bene, ma anche per mantenerlo nel tempo, subisce un accertamento. La lista di questi beni è molto ampia. Ci finiscono non solo l’acquisto della casa, ma anche i premi all’assicurazione, i viaggi, i mutui, i passaggi al casello pagati col telepass (leggi Quali spese fanno arrivare un controllo fiscale?). Prima però dell’accertamento, l’Agenzia chiama a chiarimenti il contribuente e gli dà la possibilità di difendersi da quella che, per il momento, è solo una presunzione di evasione fiscale. Ma se tale difesa traballa, la presunzione diventa un’evidenza e allora scatta l’accertamento fiscale. Insomma, chi troppo spende subisce l’accertamento.

Uno degli accertamenti più odiosi per i contribuenti è quello che si basa su probabilità e statistiche elaborate a tavolino dall’Agenzia delle Entrate e che, ogni anno, vengono aumentate di nascosto, anche se il fisco invece parla di riduzione per la crisi. Gli studi di settore, ad ogni modo, stanno per essere abbandonati: anche la Cassazione si è resa conto che i calcoli fatti dall’Agenzia sono incomprensibili, astrusi e sconnessi dalla realtà.

I risparmi

Come chi troppo spende, anche chi non spende affatto fa insospettire il fisco. Se un lavoratore dipendente riceve mensilmente lo stipendio in banca e dal conto non risultano mai prelievi, quando a fine anno il volume del risparmio accumulato è elevato, l’Agenzia può giustamente chiedersi con “che cosa” ha campato, per tutto questo tempo, il contribuente. Denaro contante, di sicuro. Ma da dove è stato preso? Anche qui il contribuente è posto in una condizione di inferiorità perché, se vuol difendersi, deve dare prove contrarie (e scritte). Altrimenti, subisce l’accertamento.

Accertamento senza avviso

Tutti gli accertamenti fiscali effettuati “a tavolino”, ossia senza un’ispezione sul luogo di lavoro o presso l’attività commerciale, o tramite accertamenti bancari, danno luogo a un accertamento fiscale immediato senza una previa comunicazione che dia al contribuente la possibilità di difendersi in anticipo evitando il contenzioso. Questo non succede solo per l’Iva (che è un tributo “armonizzato” ossia regolato dall’Ue) mentre capita sempre per Irpef, Ires, Irap, imposte di bollo, di registro, ecc. Leggi a riguardo Quando il fisco non ti avverte prima dell’accertamento.

Controllo automatico delle dichiarazione e arrivo della cartella di pagamento

Tutte le volte in cui c’è un errore o una omissione nella dichiarazione dei redditi, l’Agenzia delle Entrate può iscrivere direttamente a ruolo l’importo evaso e quello delle sanzioni. Al contribuente non resta che attendere la cartella esattoriale e impugnare quest’ultima. Il tutto, ovviamente, senza un preventivo avviso [1].

In causa le prove possono essere presentate per la prima volta in appello

Immagina di fare una causa al fisco e di chiedere la dimostrazione della validità di una firma messa dal funzionario di turno. L’Agenzia delle entrate non si costituisce e tu vinci la causa per assenza di prove contrarie. Successivamente il fisco fa appello e, in tale sede, presenta la prova che aveva omesso in primo grado. Secondo la giurisprudenza, in materia fiscale è possibile – a differenza di quanto succede nel processo civile – presentare nuove prove anche nei gradi successivi di giudizio. Il che ovviamente rende del tutto inutile il primo grado visto che la valutazione di tali documenti viene fatta per la prima volta, e in unico grado, in appello (non esiste l’appello dell’appello).

Il contributo unificato e spese di giudizio

Quando paghi le tasse per una causa fiscale devi pagare un importo per ogni atto che impugni. Facciamo un esempio. Ti arriva un fermo auto illegittimo perché basato su due cartelle ormai prescritte. Le tasse che devi pagare sono una per l’impugnazione del fermo, un’altra per l’impugnazione di una cartella, un’altra ancora per l’ultima cartella. Insomma hai triplicato la spesa.

Infine nonostante la legge preveda che il giudice tributario debba addossare le spese processuali alla parte che perde la causa, ciò succede sempre quando lo sconfitto è il contribuente; mentre quando soccombe il fisco, le spese processuali vengono in genere compensate.
Se invece si trova una soluzione prima del ricorso, attraverso l’adesione o la conciliazione, le spese se le paga da solo e per intero il contribuente.

note

[1] Cass. sent. n. 21676/2015.

Autore immagine: 123rf com


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3 Commenti

  1. Siamo sempre alle solite!!!! contro il fisco (Agenzia delle Entrate) non si vincerà mai!!! Basta questo esempio che avete riportato:
    Una persona riceve, in regalo dalla madre, una cospicua somma di denaro contante e la deposita in banca. Qualche anno dopo l’Agenzia delle Entrate chiede giustificazioni della provenienza dell’importo. Poiché la donazione è avvenuta in modo informale, il correntista vorrebbe portare, a proprio supporto, la testimonianza del padre che era presente al momento della consegna del denaro. Ma non può farlo perché la legge glielo vieta. Pertanto, pur non essendo la donazione soggetta a tassazione, in questo caso il beneficiario che non è stato in grado di dimostrare la provenienza dei contanti, verrà ugualmente tassato e sanzionato. Vorrei sapere che STRONZATA è questa!!!! L’ estorsione da parte di ADER in Italia “dura e perdura” da anni!!! Per come la vedo io, a differenza di altri, ADER ti porta via i soldi in maniera “telematica”!!!! Bisogna sperare di non cagare troppo, se no controllano anche quanto mangi!!!!

    1. dunque, se ho ben compreso,secondo questo articolo bisogna in ogni caso,pur avendo ragione,pagare somme non dovute evitando ricorsi che potrebbero solo aumentare le spese…

      1. Hai capito bene!!! il coltello dalla parte del manico l’ hanno avuta sempre loro!!!! difatti l’ ADER, significa, Agenzia Delle Estorsioni e Ricatti!!!!
        Estorsioni: perchè devi pagare sempre, anche se hai
        ragione.
        Ricatti: o Paghi!!! o Paghi!!!! se no sono cazzi!!!!!!

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