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Ascensore difettoso: chi risarcisce la caduta?

19 settembre 2017


Ascensore difettoso: chi risarcisce la caduta?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 settembre 2017



Dei danni causati dall’ascensore agli utenti risponde il condomino salvo il caso fortuito o che la caduta poteva essere evitata con un minimo di attenzione.

Quando, a causa di un difetto nel funzionamento, l’ascensore non si ferma perfettamente in linea con il piano, causando l’inciampo e la caduta del trasportato a dover pagare i danni è il condominio (e, in definitiva, tutti i condomini). Ma ad una sola condizione: che il pericolo non fosse evidente e che, quindi, si tratti di un dislivello minimo. Quello invece particolarmente visibile, in presenza di un ascensore illuminato alla perfezione, non dà diritto al risarcimento. Sono questi i chiarimenti forniti a più riprese dalla Cassazione. Ma procediamo con ordine e vediamo, in caso di ascensore difettoso che abbia causato la caduta di un utente, a chi spetta risarcire i danni a quest’ultimo provocati.

I casi di caduta generata dall’ascensore difettoso possono essere svariati. Si pensi a una improvvisa interruzione della corsa e conseguente sussulto determinato da un guasto tecnico, che faccia sobbalzare in avanti il trasportato facendolo cadere. Il condominio sarebbe tenuto a risarcire, a meno che si tratti di un blackout generale che abbia determinato l’interruzione della corrente elettrica (in tal caso siamo in presenza di un «caso fortuito» che esclude la responsabilità del condominio). Si pensi anche all’ipotesi di un ascensore che si chiuda mentre l’utente sta uscendo a causa di un guasto alla cellula fotoelettrica che dovrebbe, invece, bloccare le porte. E infine, caso più frequente, c’è l’arresto dell’ascensore non in perfetta linea con il piano a cui il trasportato aveva interesse; in tale ipotesi si crea uno scalino che non sempre è facile da vedere e può costituire motivo di caduta.

In generale del danno cagionato da un ascensore difettoso ai suoi utenti per difettoso funzionamento è responsabile il condominio quale custode della cosa, a meno che provi il caso fortuito [1].

Tuttavia, secondo un precedente della Cassazione [2] l’ascensore non è, di per sé, un oggetto particolarmente pericoloso. Pertanto, è giusto richiedere all’utente un minimo di prudenza e non scaricare la colpa dei danni solo al condominio. Con la conseguenza che, tutte le volte in cui viene accertato che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi il risarcimento.

In un precedente caso, la suprema Corte ha ritenuto che la caduta generata durante l’uscita da un ascensore che si era arrestato con un dislivello di circa 20 centimetri rispetto al piano, fosse da attribuire alla disattenzione dell’utente, in considerazione delle condizioni di illuminazione e della presenza di una doppia porta di apertura dell’ascensore, circostanze che avrebbero reso superabile il pericolo creato dal detto dislivello tenendo un comportamento ordinariamente cauto [3].

Sul punto è tornata anche la Corte di Appello di Napoli con una recente sentenza [4]. Per la caduta di una persona a causa dell’ascensore difettoso rispondono anche i proprietari delle altre scale benché queste siano servite da altri impianti.

Da tale pronuncia derivava che, in un edificio composto da più scale, ciascuna con il proprio ascensore, scatta la responsabilità solidale di tutti i condomini nonostante l’ascensore serva solo una sola scala dell’edificio.

note

[1] Trib. Terni, sent. del 1.02.1993.

[2] Cass. sent. n. 4390/2017.

[3] Cass. sent. n. 12895/2016.

[4] C. App. Napoli, sent. n. 2798/2017.

Cassazione civile, sez. VI, 21/02/2017, n. 4390

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE

E’ stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“Il relatore, Cons. Dott. Lina Rubino esaminati gli atti, osserva:

1.S.S. conveniva in giudizio l’Autorità Portuale di (OMISSIS), il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e il Comando Circondariale Marittimo di Torre Annunziata, chiedendo il risarcimento del danno alla persona riportato nel (OMISSIS), allorchè si introduceva con alcuni amici nell’area recintata del porto e si arrampicava su una gru, cadendo e battendo la testa sulla banchina per poi cadere in mare.

2.La domanda dell’attore veniva rigettata sia in primo che in secondo grado.

3.Il S. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Napoli, n. 4063 del 2014, depositata il 10.10.2014, articolato in due motivi, con i quali denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. e la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla adozione da parte dell’Autorità Portuale delle misure cautelari idonee a segnalare la situazione di pericolo.

4.Il Ministero ha depositato procura ai fini dell’eventuale partecipazione all’adunanza, gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

5.Il ricorso può essere trattato in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., in quanto appare destinato ad essere dichiarato manifestamente infondato.

6.I rilievi relativi al vizio di motivazione, facendo riferimento, sia nell’intestazione che nella trattazione del motivo, ad una nozione di vizio di motivazione non più vigente al momento della proposizione del ricorso, non possono essere presi in considerazione.

7.Quanto alla dedotta violazione dell’art. 2051 c.c., essa non sussiste. La corte d’appello si è conformata al principio di diritto più volte espresso da questa Corte, secondo il quale “ai sensi dell’art. 2051 c.c., allorchè venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell’evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito” (da ultimo, Cass. n. 12895 del 2016). Nel caso di specie, il giudice di merito ha ritenuto che unica causa del danno sia stato il comportamento non ordinariamente cauto ma al contrario altamente imprudente del ricorrente, all’epoca dei fatti dodicenne e quindi in grado di rendersi conto dell’imprudenza stessa, che si introduceva in area portuale recintata, raggiungeva una gru circondata da lamiere, vi si arrampicava probabilmente per tuffarsi nelle acque del porto ove era affisso il divieto di balneazione, e perdeva l’equilibrio cadendo a terra, fosse da considerare causa esclusiva dell’evento dannoso, che si traduceva in un uso improprio ed anomalo della cosa, integrante il caso fortuito che esclude la responsabilità del custode ex art. 2051 c.c..

La decisione impugnata resiste, in definitiva, alle critiche formulate da parte ricorrente.

Il Collegio, riunito in Camera di consiglio, ritiene di condividere il contenuto della relazione.

Il ricorso proposto va pertanto rigettato.

Nulla sulle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza del ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di Cassazione, il 13 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2017

Cassazione civile, sez. III, 22/06/2016, (ud. 23/03/2016, dep.22/06/2016), n. 12895

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.P.L. propone ricorso, affidato a tre motivi esplicati da memoria, avverso la decisione della Corte di appello di Roma (del 30 ottobre 2012), la quale, in totale riforma della decisione del Tribunale, rigettò la domanda proposta nei confronti del Condominio ((OMISSIS)) per il risarcimento del danno, ex art. 2051 c.c., subito in conseguenza di una rovinosa caduta mentre usciva dall’ascensore, attribuita al malfunzionamento dello stesso, che si era arrestato più in basso con un dislivello di circa 20 centimetri rispetto al piano di uscita.

Si difendono con distinti controricorsi il Condominio, che deposita memoria, e MAR.AS srl (già MAR.AS snc, già Ditta Ascensori O. di O.M., chiamata dal Condominio).

Non si difende Reale Mutua Assicurazioni, pure chiamata in garanzia dal Condominio.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.La Corte di merito ha ravvisato il caso fortuito consistente nel comportamento negligente della danneggiata, quale comportamento disattento idoneo ad interrompere il nesso di causa tra l’evento ed il danno.

Sulla base della stessa ricostruzione del sinistro contenuta nell’atto di citazione, della risposta della stessa attrice all’interrogatorio formale – riferita anche allo stato di illuminazione dei luoghi – nonchè delle caratteristiche di apertura a doppia porta dell’ascensore e dell’apprezzabilità del dislivello, ha attribuito causalmente il sinistro solo alla disattenzione della danneggiata.

2.La ricorrente censura la sentenza invocando violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. (primo motivo), tutti i vizi motivazionali, anche sotto il profilo della nullità della sentenza, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5 (secondo e terzo).

3.Sono inammissibili le censure contenute nel secondo e terzo motivo.

E’ applicabile ratione temporis, l’art. 360 c.p.c., n. 5, come novellato nel 2012.

Secondo il principio affermato dalle Sezioni Unite e consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.” (n. 8053 del 2014).

3.1. In applicazione di tale principio, nella specie, non è ravvisabile nè motivazione omessa, nè motivazione apparente, nè insanabile contraddizione; non assume alcun rilievo la prospettata insufficienza di motivazione, che peraltro si sostanzia nella critica alla valutazione delle prove.

4.Va rigettato il terzo motivo, avendo la Corte di merito fatto corretta applicazione della giurisprudenza di legittimità.

“Ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., allorchè venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l’adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell’evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito. (Cass. n. 23584 del 2013).

Infatti, nella specie, il dislivello di circa 20 centimetri avrebbe potuto essere intrinsecamente pericoloso; ma, le condizioni di illuminazione e la presenza della doppia porta, avrebbero reso superabile il pericolo – comunque ingeneratosi – se la danneggiata avesse tenuto un comportamento ordinariamente cauto, come mette in evidenza il giudice del merito nel valutare così interrotto il nesso causale tra cosa ed evento.

5.In conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese, liquidate secondo i parametri vigenti, seguono la soccombenza nei confronti dei controricorrenti. Non avendo l’Assicurazione svolto attività difensiva, non sussistono le condizioni per la pronuncia in ordine alle spese processuali.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore di ciascuno dei controricorrente, delle spese processuali del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-

bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 22 giugno 2016

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