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Amministrazione di sostegno: chi deve pagare l’avvocato?

7 ottobre 2017


Amministrazione di sostegno: chi deve pagare l’avvocato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 ottobre 2017



Mia mamma e mia sorella, entrambe invalide civili al 100% necessitavano di un amministratore di sostegno. Non sentendomi in grado di avviare e seguire tutta la procedura presso il tribunale civile, ho dato incarico ad un legale che, per la sua attività ha emesso regolari fatture, che mi ha trasmesso a mezzo email. In fase di verifica dei rendiconti annuali il giudice tutelare ha rilevato che era stata pagata direttamente dal conto di mia sorella la fattura intestata al legale per il procedimento.
Il giudice tutelare attraverso la cancelleria mi ha notificato quanto segue:
 “Rilevato che nel presente procedimento il mandato all’avvocato non risulta essere stato conferito dalla beneficiaria bensì dal fratello (nota ..Amministratore di sostegno) il quale pertanto è tenuto al pagamento dell’onorario del professionista ONERA il ricorrente [ossia l’amministratore di sostegno) di restituire alla beneficiaria le somme prelevate per il pagamento dell’Avvocato”.
È corretta la disposizione del giudice nonostante le fatture siano intestate a mia mamma e mia sorella e cosa fare senza creare problemi con il giudice stesso per non rimborsare importi che ritengo non siano a mio carico ?

L’amministratore di sostegno è un’importante figura che viene nominata per la gestione amministrativa del patrimonio del soggetto incapace, ossia del soggetto che, a causa di infermità fisiche o psichiche, non è in grado di prendersi carico di tutti i doveri e gli oneri necessari alla gestione del proprio patrimonio, come ad esempio per i disabili, i tossicodipendenti o i malati di Alzheimer.

In genere, il giudice tutelare tende a nominare amministratore di sostegno il coniuge, gli ascendenti, i discendenti o i parenti entro il quarto grado, quando però questo non è possibile nomina un professionista iscritto presso un apposito elenco del tribunale di riferimento.

L’art. 379 c.c. prevede che “L’ufficio tutelare è gratuito. Il giudice tutelare tuttavia, considerando l’entità del patrimonio e le difficoltà dell’amministrazione, può assegnare al tutore un’equa indennità. Può altresì, se particolari circostanze lo richiedono, sentito il protutore, autorizzare il tutore a farsi coadiuvare nell’amministrazione, sotto la sua personale responsabilità, da una o più persone stipendiate”. L’amministratore di sostegno affronta molte responsabilità ed è onerato di attività impegnative e cospicue dunque, in base al codice civile, è previsto che possa essergli liquidato un rimborso delle spese e, eventualmente, un equo indennizzo che verrà quantificato dal giudice tutelare con riferimento all’attività svolta.

Da quanto si legge, l’attività dell’avvocato nominato non consiste nell’amministrazione del patrimonio delle congiunte del lettore  ma nell’aver posto in essere tutti gli atti preliminari per la nomina successiva, da parte del giudice tutelare, di un amministratore di sostegno.

Pertanto, a parere dello scrivente, il lettore potrà evidenziare la circostanza che l’attività del professionista ha avuto come unico scopo quello di realizzare gli adempimenti necessari volti alla richiesta di una amministrazione di sostegno, stante la condizione di disagio delle congiunte del lettore, le quali, nonostante la nomina da questi effettuata, sono le uniche beneficiarie di tale attività.

Infatti, purtroppo, la loro condizione di salute non poteva consentire una nomina diretta e il lettore, in quanto stretto congiunto, ha provveduto in loro vece attingendo giustamente dal loro patrimonio per provvedere al pagamento delle spettanze professionali.

Occorrerà dunque presentare una semplice istanza al Giudice Tutelare, allegando copia delle fatture, oppure richiedendo un appuntamento presso la cancelleria di riferimento, e chiarire il tutto eventualmente anche di persona.

La normativa prevalente conferma quanto detto.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione del 9/1/2012 n. 2/2012, ha affermato che “nell’ipotesi in cui il giudice tutelare scelga direttamente un avvocato quale amministratore di sostegno, si ritiene che la relativa indennità, anche se determinata in via equitativa e su base forfetaria, rappresenti comunque (…) un compenso per lo svolgimento di una attività professionale, inquadrabile quale reddito di lavoro autonomo ai sensi dell’art. 53 T.U.I.R. e rilevante ai fini IVA ai sensi degli artt. 3 e 5 del D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta


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