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Rumori: per il risarcimento quale prova?

21 settembre 2017


Rumori: per il risarcimento quale prova?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 settembre 2017



Il rumore è una lesione a un diritto costituzionale e, pertanto, la prova del danno è insita già nella condotta illecita.

Il vicino del piano di sopra tiene giorno e notte stereo e tv ad alto volume. Grida, sbraita e batte i tacchi delle scarpe alle due di notte impedendoti di dormire. Il cane viene lasciato solo la mattina mentre il padrone è al lavoro e, inferocito, abbaia in continuazione. Non solo. Come se tutto ciò non bastasse, ha anche acquistato una pedana da corsa per fare ginnastica in casa e alle sei di mattina il rumore del tapis roulant rovina puntualmente le ultime ore del tuo prezioso sonno. Gli chiedi di smettere e lui non lo fa. Così lo minacci di trascinarlo in tribunale e di chiedere i danni. Ma a quel punto giustamente ti poni il problema: in caso di rumori, per avere il risarcimento di quale prova c’è bisogno? Come dimostrare il pregiudizio che, per tutto questo tempo, hai subìto? Ad esempio: il tempo in cui non hai chiuso occhio, tutte le volte in cui hai dovuto mettere i tappi nelle orecchie e quante altre volte sei andato a dormire fuori casa, lo stress che ti ha procurato questa situazione, in quante occasioni sei stato svegliato nel cuore della notte ed infine tutti i giorni in cui hai cercato di lavorare da casa e non ci sei riuscito. Certo, è vero che il rumore può rendere la vita complicata, ma il giudice ha bisogno di una prova per definire il risarcimento e l’entità dello stesso? La risposta è un una recente ordinanza della Cassazione.

A seguito del fastidio procurato dai rumori, è sempre possibile ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, quello cioè procurato non al portafogli (ad esempio i soldi spesi per le medicine per curare il mal di testa) ma alla qualità della tua vita. Il punto su cui spesso però discutono i giudici è se questo danno non patrimoniale si possa presumere già solo per il fatto che sia stato dimostrato un comportamento rumoroso o se, invece, necessiti di una prova. La Cassazione, nella pronuncia in commento, aderisce alla prima tesi. Tutte le volte in cui un vicino è rumoroso è già implicita una riduzione della qualità della vita. Non c’è quindi bisogno di dimostrarla. Non bisogna fornire la prova di non aver dormito, non bisogna andare al pronto soccorso e procurarsi i certificati medici per tachicardia o insonnia, non bisogna neanche farsi prescrivere farmaci sonniferi. Basta infatti dimostrare il fatto in sé – il rumore – per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale. Non potendosi però quantificare con precisione a quanto ammonti, in euro, una notte insonne o una “arrabbiatura”, sarà il giudice a determinare la misura del risarcimento sulla base di quanto gli appare giusto, anche tenendo conto dell’insistenza dei rumori, dell’entità degli stessi, della vittima (se persona giovane o anziana), ecc.

La Corte ricorda che il danno non patrimoniale conseguente ad immissione rumorose è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico dimostrabile; esso è infatti già di per sé una lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita. Si tratta di diritti garantiti dalla nostra Costituzione e dalla Carta europea dei diritti dell’uomo, diritti che riconoscono al proprietario dell’abitazione il diritto di realizzare la propria vita, in serenità e privacy, dentro le quattro mura di casa.

note

[1] Cass. ord. n. 20445/17 del 28.08.2017.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 12 aprile – 28 agosto 2017, n. 20445
Presidente Migliucci – Relatore Sabato

Fatto e diritto

Rilevato che:
L.E. , riassunto il giudizio dopo dichiarazione di incompetenza del giudice di pace di Roma, ha convenuto innanzi al tribunale di Roma G.N. , T.S. e T.V. , proprietario il primo e conduttori in locazione gli altri di un locale in (omissis) , ad uso falegnameria, sottostante l’appartamento di proprietà dell’attrice; espletata c.t.u., il tribunale ha con sentenza depositata il 25/05/2006 dichiarato cessata la materia del contendere in ordine a domanda di inibitoria di immissioni di polveri, vapori e rumori – essendo state nelle more adottate misure di contenimento in base a ordinanze cautelari – condannando i soli conduttori al risarcimento dei danni per Euro 10.000 oltre accessori;
la corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto dai signori T. nel contraddittorio della sola signora L. , ha riformato con sentenza depositata il 13/03/2013 la decisione del tribunale, rigettando la domanda risarcitoria, affermando che il danno da immissioni sarebbe risarcibile solo ove ne sia derivata comprovata lesione della salute, non essendo risarcibile la minore godibilità della vita, nonché – quanto al profilo probatorio – espressamente “dissente(ndo) dall’indirizzo giurisprudenziale recepito dal primo giudice, secondo cui quando venga accertata la non tollerabilità delle immissioni la prova del danno deve considerarsi in re ipsa” e rilevando che l’attrice avrebbe dovuto produrre “idonea documentazione sanitaria… e… chiedere l’espletamento di una c.t.u. medico-legale”;
avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione L.E. , affidandolo a un motivo, cui hanno resistito Sante e T.V. con controricorso illustrato da memoria;
Ritenuto che:
sia manifestamente fondato l’unico motivo di ricorso, con cui la signora L. ha lamentato violazione di legge in relazione agli artt. 2 e 32 Cost. e 844, 2043, 2067 cod. civ., deducendo che la corte d’appello si sarebbe posta in contrasto con l’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la prova della lesione di un diritto costituzionalmente garantito è anche prova del danno, da ritenersi in re ipsa, o almeno tale prova – in mancanza di accertamento medico-legale – possa essere agevolata mediante presunzioni, che – secondo la signora L. – avrebbero nel caso di specie potuto fondarsi sulla situazione lavorativa documentata della stessa, impegnata in lavoro con turni notturni;
al di là di remoti precedenti citati dalla corte d’appello e rimontanti a epoca in cui né la materia del danno alla salute né quella dei rimedi in tema di immissioni avevano conosciuto l’attuale sistemazione sorretta dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, vada data continuità al principio da reputarsi oramai sufficientemente consolidato nella giurisprudenza di questa corte (Cass. Sez. U. 01/02/2017, n. 2611, in relazione alla trattazione anche di una questione di giurisdizione; ma v. anche ad es. Cass. 19/12/2014, n. 26899 e 16/10/2015, n. 20927), secondo il quale il danno non patrimoniale conseguente a immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato, quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita personale e familiare all’interno di un’abitazione e comunque del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi (vedi Cass. 16/10/2015, n. 20927);
ne consegue che la prova del pregiudizio subito può essere fornita anche mediante presunzioni o sulla base delle nozioni di comune esperienza;
vada dunque cassata l’impugnata sentenza; peraltro, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto per essere il thema decidendum limitato al profilo giuridico del criterio probatorio, adottato dal giudice di primo grado e negato dalla corte d’appello, possa questa corte esimersi dal rinvio e pronunciare nel merito ex art. 384 cod. proc. civ., rigettando l’appello dei signori T. (infondato dunque nei suoi tre motivi: il primo già disatteso sull’inesistenza delle immissioni, e non attinto dal ricorso in cassazione; il secondo sulla valutazione delle immissioni e del danno, e oggetto dunque delle statuizioni di cui innanzi; il terzo in materia di sospensiva, e quindi superato) e accogliendo la domanda della signora L. in coerenza – anche quanto alle spese – con la sentenza emessa dal tribunale;
vadano compensate, stante il consolidarsi in epoca recente dell’indirizzo giurisprudenziale adottato, le spese processuali del grado di appello e del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, pronunciando nel merito, in accoglimento della domanda attrice, condanna T.S. e T.V. al risarcimento del danno a favore di L.E. , che liquida in Euro 10.000 oltre interessi nella misura legale dalla domanda, nonché alla rifusione a favore della medesima delle spese processuali del primo grado, che liquida in Euro 2.300, di cui Euro 300 per esborsi e 690 per diritti, oltre accessori di legge; compensa le spese per il grado d’appello e il giudizio di cassazione.


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