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Lo sai che? Papà non ha pagato i contributi: devo versarli io?

Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 ottobre 2017

La ex collaboratrice domestica di papà rivendica nei miei confronti mancati versamenti di contributi e omesso pagamento tfr. Può pretendere qualcosa da me?

La lettrice chiede se, decorsi tre anni dalla cessazione del rapporto di lavoro intercorso con suo padre, la collaboratrice domestica possa ancora rivendicare il mancato pagamento dei contributi maturati dal 1968 al 1975 e dal 1980 al 2013 (dato che nel periodo dal 1976 al 1979 risultano invece versati), nonchè il mancato pagamento del tfr e se tali rivendicazioni possano essere a lei direttamente rivolte.

I diritti e i crediti derivanti da rapporto di lavoro si possono prescrivere, a seconda della loro natura, in 10 o in 5 anni. Decorso inutilmente il predetto periodo di tempo di 10 o 5 anni, in assenza di una rivendicazione formale da parte del lavoratore (ad esempio una raccomandata a.r. di messa in mora o una denuncia all’Inps), il diritto al pagamento o al riconoscimento di quel determinato diritto che si ritiene sia stato violato dal datore, viene definitivamente perduto. Dalle indicazioni fornite, non si comprende esattamente se il rapporto di lavoro intercorso tra il padre della lettrice e la collaboratrice domestica fosse stato regolarmente denunciato al centro per l’impiego, oppure se fosse un rapporto “a nero”. Partendo dal presupposto che il rapporto fosse stato regolarmente denunciato agli enti competenti – alla luce del regolare versamento dei contributi, sebbene per un limitato periodo di tempo – la questione è duplice:

  • vi è stata un’omissione da parte del padre nel versamento dei contributi spettanti alla collaboratrice domestica, omissione che si è verificata per due distinti periodi di tempo: dal 1968 al 1975 e dal 1980 al 2013;
  • alla collaboratrice non è stato corrisposto il tfr.

Con riguardo innanzitutto al mancato versamento contributivo, la questione è molto complessa e merita doveroso approfondimento. Il datore di lavoro, nel momento in cui intende avvalersi della prestazione di un lavoratore dipendente, si obbliga contrattualmente non solo al rispetto delle regole che disciplinano il rapporto di lavoro tra le parti, ma altresì al versamento dei contributi previdenziali all’Inps. Con la stipulazione del contratto di lavoro nasce pertanto anche un rapporto contributivo-previdenziale: il rapporto di lavoro è il fatto che genera, per legge, il rapporto previdenziale. Da tempo, quindi, la giurisprudenza è concorde nell’affermare che il lavoratore è titolare nei confronti del datore di lavoro di un vero e proprio diritto alla regolarità della posizione contributiva [1].  Tale diritto può essere qualificato come diritto all’integrità della contributiva; esso trova fondamento nella Costituzione [2]. e specificazione nel codice civile [3] che garantisce, attraverso un meccanismo detto “dell’automaticità delle prestazioni” l’effettività del sistema previdenziale. In altre parole, in caso di omesso o parziale versamento contributivo da parte del datore, il lavoratore avrà comunque diritto alla pensione, provvedendo direttamente l’Inps a colmare il “vuoto contributivo” creatosi e rivalendosi poi nei confronti del datore; si opera anche sotto il profilo della tutela e attraverso il rimedio del risarcimento del danno. Se, ad esempio il diritto all’esatto versamento contributivo si sia prescritto, il lavoratore perde la posizione contributiva ma, in sostituzione, acquisisce il diritto al risarcimento del danno. Il lavoratore, al quale non siano stati (in tutto o in parte) versati i contributi ha a disposizione, quindi, due diverse corrispondenti azioni legali: la richiesta di condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi omessi e il risarcimento del danno, qualora dall’inadempienza contributiva sia derivata la perdita totale o parziale del diritto alla pensione.

Vediamo nel dettaglio i due rimedi.

Richiesta di condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi omessi

Tale azione può essere esperita prima che il lavoratore abbia raggiunto l’età pensionabile e sempre che il diritto al pagamento dei contributi non si sia prescritto. Il diritto al versamento dei contributi direttamente da parte del datore (o in mancanza dall’Inps) si prescrive nel termine di 5 anni. Tale termine quinquennale diventa decennale solo nel caso in cui il lavoratore abbia presentato formale denuncia di omessa contribuzione all’Inps. Nel caso di specie si è verificata, come detto, una doppia omissione contributiva: dal 1968 al 1975 e dal 1980 al 2013. Dunque, con riferimento al periodo dal 1968 al 1975, il diritto al pagamento dei contributi si è sicuramente prescritto. Pertanto nulla potrà pretendere la collaboratrice domestica dal padre con riguardo a tale periodo di tempo lavorato. Con riguardo invece all’omissione contributiva verificatasi dal 1980 al 2013, in assenza di una denuncia formale all’Inps da parte della collaboratrice, questa potrà chiedere il pagamento dei contributi maturati e non versati solo per il periodo dal 2011 al 2013. Il termine di 5 anni – in sostanza – si calcola infatti “a ritroso”, dal momento in cui il diritto viene rivendicato con una formale raccomandata a.r. di messa in mora. In pratica, se la lettrice ha ricevuto una missiva in tal senso – ad esempio – nel mese di marzo 2016, la collaboratrice potrà rivendicare il pagamento dei contributi che le sarebbero spettati dal mese di marzo 2011 alla cessazione del rapporto. La lavoratrice potrebbe invece avere diritto al pagamento dei contributi per un periodo più esteso di lavoro svolto, qualora avesse presentato una denuncia di omissione contributiva all’Inps entro l’anno 2006. Tale denuncia avrebbe infatti interrotto il termine originario di prescrizione del diritto e dato avvio ad un nuovo termine prescrittivo decennale. Tuttavia, se effettivamente fosse stata presentata una denuncia all’Inps da parte della collaboratrice, questa già dovrebbe essere nota, in quanto l’Inps avrebbe ad oggi provveduto al recupero del corrispondente credito.

Risarcimento del danno se dall’inadempienza contributiva è derivata la perdita totale o parziale del diritto alla pensione

La seconda azione in genere viene esperita dal lavoratore quando il diritto al pagamento dei contributi direttamente da parte dell’Inps si sia prescritto e sia stato conseguentemente perso il diritto alla pensione: in questo caso, la determinazione del danno risulta dalla differenza tra quanto percepito dal lavoratore a titolo di pensione e quanto lo stesso avrebbe dovuto percepire se i contributi fossero stati regolarmente versati. L’azione risarcitoria è accessibile solo quando il lavoratore abbia raggiunto l’età pensionabile ed il diritto di ottenere il risarcimento mediante esperimento di tale azione è soggetto a prescrizione decennale, a decorrere dalla prescrizione dei contributi omessi. Nel caso di specie, quindi, la collaboratrice ha potenzialmente ancora diritto di chiedere non tanto il pagamento dei contributi non versati, quanto il risarcimento per la perdita del diritto alla pensione o ad un certo maggiore importo della stessa. Sarebbe pertanto di estrema importanza, se la collaboratrice a mezzo di un legale o di un’ associazione sindacale ha avanzato formalmente pretese nei confronti della lettrice, leggere esattamente quali sono le sue richieste, se di versamento dei contributi mancanti o di risarcimento del danno subito ai fini pensionistici. Nel primo caso, infatti, molto probabilmente il diritto di credito vantato dalla lavoratrice può dirsi prescritto e nulla più potrà pretendere; nel secondo caso – ricorrendo i presupposti del raggiungimento dell’età pensionabile e della prescrizione del diritto al versamento contributivo – la pretesa della collaboratrice domestica potrebbe essere fondata. Quanto invece al mancato pagamento del tfr la questione è decisamente più semplice. Il relativo diritto si prescrive in ogni caso nel termine di 5 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro, pertanto la collaboratrice avrà diritto al pagamento del corrispondente importo. Tutto ciò, come detto, partendo dal presupposto che il rapporto di lavoro intercorso tra le parti sia stato regolarmente denunciato. Qualora invece la collaboratrice abbia prestato lavoro “in nero” in favore di del padre, la stessa non potrà pretendere il pagamento delle differenze contributive e su tfr maturate senza prima aver chiesto l’accertamento, da parte del giudice competente, dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze del padre. Tale azione di accertamento di prescrive nel termine di 10 anni.  Un’azione giudiziaria di questo tipo esporrebbe però la collaboratrice stessa al rischio di essere indagata d’ufficio per reati connessi all’evasione fiscale o comunque alla percezione di compensi “a nero”. Inoltre, la lavoratrice dovrebbe dimostrare per testimoni che effettivamente ha svolto attività di collaborazione domestica in favore del padre per un certo numero di anni, compiendo tutte le specifiche attività di assistenza, cura, e quant’altro il padre le avesse assegnato. La prova in questi casi è difficile per la lavoratrice, lavorando in genere la stessa da sola e non avendo pertanto testimoni che possano confermare l’attività da lei svolta per averla direttamente vista operare. Infine pare opportuno valutare se le pretese della collaboratrice, un tempo a servizio del padre della lettrice, possano oggi essere rivolte a lei. Essendo il padre deceduto, la lettrice ha acquisito – accettandone l’eredità – la qualifica di erede. Pertanto tutti i beni, i crediti ed anche – come nel caso di specie – i debiti di suo padre sono “passati” a lei e la collaboratrice domestica ha pieno diritto di agire, in mancanza del padre, nei confronti della lettrice. Diversamente, nel caso in cui lei avesse rinunciato all’eredità del padre, la collaboratrice nulla potrà pretendere nei suoi confronti.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini

note

[1] Cass. sent. n. 9850 dello 06.07.2002.

[2] Art. 38 Cost.

[3] Art. 2116 cod. civ.


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