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WhatsApp: la chat fa prova?

24 settembre 2017


WhatsApp: la chat fa prova?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 settembre 2017



Le conversazioni intrattenute con Whatsapp e non cancellate, restano nella memoria dello smartphone e fanno prova contro chi le ha scritte.

Verba volant, scripta manent, dicevano i latini. Le parole vanno via, ma ciò che si scrive rimane. E fa prova. Ecco perché si preferisce parlare piuttosto che scrivere quando si hanno intenzioni “torbide”. Ma se è vero che ora anche le conversazioni orali possono essere facilmente registrate di nascosto con uno smartphone e, se non contestate, possono inchiodare l’avversario, anche gli scritti via etere possono ugualmente fornire una valida prova in un processo. A dirlo sono gli stessi giudici che accordano valore alle conversazioni via chat e, in particolare, via WhatsApp. Così, occhio a ciò che scrivi sul telefonino perché «potrà essere usato contro di te».

Sono in particolare due le sentenze, uscite in questi ultimi mesi, secondo cui la chat su WhatsApp fa prova. La prima è una pronuncia del Tribunale di Catania [1] che ha ritenuto valido il licenziamento intimato “per iscritto” tramite la nota messaggistica. La seconda è del Tribunale di Ravenna [2] che, tramite una conversazione su WhatsApp è riuscita a ricostruire i rapporti tra le parti e l’esistenza di un credito della prima nei confronti della seconda, tenuta quindi a restituire la somma. Ma procediamo con ordine.

Secondo il Tribunale di Catania, la legge, nel momento in cui dice che il licenziamento deve essere intimato per iscritto, non specifica quale mezzo vada usato: la carta, il papiro o il computer. Richiede solo la certezza della ricezione da parte del lavoratore, certezza che è raggiunta tramite la doppia spunta verde che WhatsApp fa apparire non appena il testo viene letto. E tanto basta a rendere valido il provvedimento disciplinare. Difatti il licenziamento tramite WhatsApp – prosegue il giudice siciliano – è idoneo ad assolvere l’onere della forma scritta in considerazione del fatto che si tratta di un documento informatico. Peraltro, se il dipendente impugna il licenziamento davanti al giudice non fa che dimostrare di averlo ricevuto e di aver imputato il messaggio con certezza al datore di lavoro. Quindi non potrebbe mai sostenere di non aver ricevuto il messaggio e di non essersi potuto difendere (di tanto abbiamo già parlato in Licenziamento via Whatsapp).

Secondo invece il tribunale di Ravenna, la promessa di restituzione di una somma, avuta in prestito, riportata su WhatsApp fa piena prova contro il debitore che difficilmente potrebbe sostenere di non essere stato lui a scrivere il messaggio. Si tratta quindi di un riconoscimento di debito che, in quanto tale, va ritenuto un documento scritto e può costituire dimostrazione dell’esistenza del debito.

Occhio dunque a ciò che si scrive su WhatsApp perché le chat restano in memoria e fanno piena prova davanti al giudice. In una eventuale causa non ci sarà neanche bisogno di “sequestrare” lo smartphone che potrà semplicemente essere sottoposto a una perizia di un tecnico nominato dal giudice affinché valuti che il testo non abbia alterazioni. E a tutto voler concedere è sempre possibile, in caso di reati tramite messaggistica, sporgere denuncia mostrando ai carabinieri il display del telefonino. La loro asseverazione funge da piena prova perché a confermarlo è un pubblico ufficiale. Diversamente, se si volesse resettare il telefono, cancellare il messaggio o anche se si ha solo il timore di perdere l’apparecchio si potrebbe andare da un notaio che, dopo aver stampato lo screenshot con la schermata della conversazione, potrebbe attestare che si tratta di un documento conforme all’originale a lui esibito.

note

[1] Trib. Catania sent. n. 27.06.2017

[2] Trib. Ravenna, sent. n. 231/17 del 10.03.2017.


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