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Domestica pagata a ore e non messa in regola: quali rischi?

24 settembre 2017


Domestica pagata a ore e non messa in regola: quali rischi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 settembre 2017



Il rapporto di lavoro con la donna delle pulizie, benché non formalizzato, può essere dimostrato anche con i testimoni e il datore può essere condannato a pagare le retribuzioni delle quali non v’è traccia. 

Hai bisogno di una domestica che ti aiuti nelle pulizie di casa, ma non hai la possibilità di assumerla; così hai deciso di trovarne una che accetti di essere “pagata a ore” senza cioè denuncia all’ufficio del lavoro. Ti fidi della segnalazione di un vicino: nel suo appartamento si reca, tre volte a settimana, una donna molto fidata e precisa che viene retribuita “a nero”. Così, dopo un primo periodo di prova, decidi di instaurare con lei un rapporto fisso ma senza regolare contratto di lavoro. Vi accordate per una paga a ore. Hai mai pensato a cosa potresti rischiare in questi casi? Un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1] fa il punto della situazione e spiega quali sono le conseguenze di una domestica pagata a ore e non messa in regola. 

La domestica non regolarizzata può, in qualsiasi momento del rapporto di lavoro e fino a 5 anni dopo la fine, fare causa al “datore di lavoro” per ottenere il pagamento di tutte le retribuzioni, le ferie e le indennità non corrisposte o che non possono essere dimostrate. Vien da sé che, qualora il pagamento della donna delle pulizie sia sempre avvenuto in contanti, non essendovi traccia di questi mancherà la prova dell’adempimento da parte del datore e questi potrebbe essere condannato a versare una seconda volta tutte le retribuzioni dovute dall’inizio del rapporto di lavoro sino alla chiusura.

Come potrebbe però la domestica “assunta in nero” dimostrare il proprio rapporto di lavoro? Nulla di più facile. Basterebbero le testimonianze delle colleghe dello stesso palazzo con cui ha avuto rapporti o dei familiari che l’hanno accompagnata più volte sul posto di lavoro e, al termine, sono andati a prenderla. Insomma, la prova testimoniale può supplire all’assenza di un documento scritto che certifichi l’esistenza di un rapporto. Nel caso deciso dalla Corte, la richiesta della domestica è stata rigettata proprio per difetto di prove, ma nulla toglie che le stesse possano essere raggiunte con una maggiore attenzione.

In sintesi, anche in assenza di un “documento scritto” che attesti l’esistenza di un rapporto continuativo di subordinazione, la donna delle pulizie può ugualmente far valere i propri diritti. Il datore dovrebbe farsi sempre firmare delle ricevute, sebbene queste non lo salveranno dalle sanzioni per il lavoro in nero, dal pagamento dei contributi e delle eventuali ferie non corrisposte.

note

[1] Cass. ord. n. 21862/17 del 20.09.2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 1 marzo – 20 settembre 2017, n. 21862
Presidente Napoletano– Relatore De Marinis

Rilevato

– che con sentenza del 4 giugno 2011, la Corte d’Appello di Roma, confermava la decisione resa dal Tribunale di Roma e rigettava la domanda proposta V.M. nei confronti di B.L. , avente ad oggetto il riconoscimento della sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro domestico in epoca antecedente alla sua formalizzazione nel giugno del 2002 e la condanna della datrice al pagamento delle relative differenze retributive;
– che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto non provata la causa petendi, ovvero l’inizio anticipato del rapporto rispetto alla formale assunzione ed inammissibile, in quanto in realtà riferita a fatto nuovo, la prova richiesta a rettifica di quanto dedotto nel ricorso introduttivo in ordine ai diversi luoghi in cui, sempre nell’interesse della stessa datrice di lavoro, aveva reso la sua prestazione;
– che per la cassazione di tale decisione ricorre la V. , affidando l’impugnazione ad un unico motivo, cui resiste, con controricorso, la B. .

Considerato

– che con l’unico motivo, la ricorrente, nel denunciare il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, lamenta la carenza dell’iter valutativo seguito dalla Corte territoriale, a suo dire, illogicamente sbilanciato sul privilegiato apprezzamento delle dichiarazioni dei testi indotti da parte datrice e pregiudicato dalla mancata ammissione dei mezzi di prova richiesti dalla ricorrente, in spregio della condizione di svantaggio processuale in cui la stessa, migrante sprovvista di permesso di soggiorno, all’epoca versava in relazione a tale sua condizione economico sociale;
– che il predetto motivo deve ritenersi infondato, atteso che le censure mosse dalla ricorrente, limitandosi a confutare l’opportunità delle opzioni valutative operate dalla Corte territoriale sulla base del medesimo criterio in relazione al quale la stessa Corte aveva disposto la compensazione delle spese di lite, criterio riferito alla “oggettiva difficoltà di accertamento in fatto, idonea ad incidere sulla conoscibilità a priori delle rispettive ragioni delle parti”, non valgono a smentire, né sono a ciò mirate, gli elementi in fatto emersi in sede istruttoria, in particolare dalle dichiarazioni testimoniali dei testi indotti da parte datrice – dalla circostanza relativa all’essere in atto, nel periodo rivendicato dalla ricorrente (fine anno 2000), un rapporto con altra collaboratrice domestica, a quella relativa ai lavori di ristrutturazione che, eseguiti dal novembre 2000 al gennaio 2001, avrebbero implicato la chiusura dell’abitazione della B. in Viale (…) indicata dalla ricorrente quale luogo di lavoro, a quella della mancata corrispondenza tra quanto dalla ricorrente dedotto in prime cure in relazione alle diverse abitazioni, ivi compresa quella del figlio della B. , presso le quali avrebbe prestato servizio e la rettifica di tali deduzioni di cui, in sede di gravame, intendeva dare prova, causa della corretta pronunzia di inammissibilità per novità del mezzo istruttorio resa dalla Corte territoriale – elementi in base ai quali la Corte medesima è giunta a concludere nel senso del mancato raggiungimento della prova della pretesa azionata; che le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

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