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Intimazione di pagamento Agenzia Entrate: scadenza breve

25 settembre 2017


Intimazione di pagamento Agenzia Entrate: scadenza breve

> Eventi Pubblicato il 25 settembre 2017



L’intimazione di pagamento scade dopo 180 giorni mentre la cartella esattoriale dopo solo un anno.

Spesso si crede che, in caso di notifica di una cartella di pagamento, l’unico modo per sfuggire al pignoramento da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione sia attendere la prescrizione del debito. Prescrizione che, come noto, non è uguale per tutte le cartelle, ma cambia a seconda del tributo o delle sanzioni richieste. Tuttavia, sebbene la prescrizione determini la definitiva impossibilità di procedere ad esecuzione forzata, c’è anche un’altra scappatoia che è invece collegata al termine di validità dell’atto notificato al contribuente. Tanto per chiarirci: se il contribuente riceve una cartella di pagamento, il pignoramento può essere avviato entro massimo 1 anno dal ricevimento dell’atto; se invece il contribuente riceve una intimazione di pagamento, il pignoramento deve giungere entro massimo 180 giorni. Diversamente, in entrambi i casi, la procedura è illegittima. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire cos’è un’intimazione di pagamento dell’Agenzia Entrate Riscossione e, soprattutto, perché ha una scadenza breve.

La scadenza della cartella di pagamento

In caso di omesso pagamento di Irpef, Iva e le altre imposte dirette, la riscossione esattoriale può avvenire tramite un avviso di accertamento immediatamente esecutivo. In tutti gli altri casi invece, al mancato pagamento del tributo (ad esempio l’Imu o il bollo auto) o delle sanzioni (ad esempio la multa stradale) consegue la formale «iscrizione a ruolo» dell’importo e la delega alla riscossione nei confronti dell’esattore. Quest’ultimo notifica la cosiddetta cartella di pagamento. Da questo momento, il debitore sa che ha 60 giorni di tempo per pagare o per fare ricorso (contro le cartelle per multe il termine per l’opposizione è invece di 30 giorni mentre, per quelle relative a contributi Inps e Inail, il termine è di 40 giorni). Una volta però superato un anno dalla sua notifica, la cartella di pagamento perde efficacia: per usare un gergo comune, «scade». Questo non vuol dire che il contribuente è definitivamente liberto dal debito, ma solo che non potrà subire un pignoramento dall’oggi al domani: se infatti Agenzia Entrate Riscossione intende procedere dovrà notificargli prima un ulteriore sollecito di pagamento che si chiama intimazione di pagamento (ce ne occuperemo a breve).

La prescrizione della cartella di pagamento

Cosa succede però se, notificata la cartella di pagamento, il contribuente non riceve nulla per numerosi anni? In questo caso può essere che il debito cada in prescrizione e, allora, non sarà dovuto mai più nulla. La prescrizione – dicevamo – varia a seconda del tipo di tributo e resta sempre la stessa anche se la cartella non viene impugnata, divenendo così definitiva. In particolare:

  • per le imposte sui redditi (Irpef, Irap, Ires), per l’Iva, il canone Rai, l’imposta di registro e di bollo, l’iscrizione alla Camera di Commercio, la prescrizione è di 10 anni (anche se si sta aprendo un filone giurisprudenziale che ritiene che si applichi invece il termine di 5 anni);
  • per le imposte locali come Tasi, Tari, Imu, nonché per multe stradali e altri tipi di sanzioni amministrative la prescrizione è di 5 anni;
  • per il bollo auto la prescrizione è di tre anni.

Attenzione: la prescrizione può essere interrotta con una intimazione di pagamento, la notifica di una nuova cartella, un preavviso di fermo o ipoteca, un pignoramento. In tutti questi casi il termine della prescrizione torna a decorrere da capo, e per un pari periodo di tempo, dal giorno dopo la notifica di tale atto.

La scadenza della intimazione di pagamento

Come abbiamo detto, la cartella di pagamento scade (o meglio, perde efficacia) dopo 1 anno il che rende illegittimo il pignoramento. Ma, se la prescrizione non è ancora intervenuta, è sempre possibile notificare un nuovo atto per poter agire in via esecutiva. Questo atto – come anticipato in apertura – si chiama intimazione di pagamento ma, a differenza della cartella, scade dopo solo 180 giorni. Anche in questo caso, sebbene il pignoramento eseguito oltre tale termine sia illegittimo, nulla vieta che si possa notificare una nuova intimazione di pagamento e così via. Ognuna di queste interrompe la prescrizione e la fa iniziare a decorrere da capo.

Se, infine, nel caso della cartella di pagamento il pignoramento non può avvenire prima di 60 giorni dalla sua consegna, nel caso della intimazione di pagamento il termine è solo di 5 giorni: al sesto può seguire l’atto di esecuzione forzata.

In che consiste l’intimazione di pagamento?

L’intimazione di pagamento deve contenere:

  • gli estremi della cartella di pagamento notificata in precedenza (numero, data di notifica, importo);
  • l’intimazione che, in difetto di pagamento entro 5 giorni, si procederà ad esecuzione forzata;
  • il totale delle somme da pagare.

Secondo una giurisprudenza, l’atto di intimazione dovrebbe contenere l’indicazione del responsabile del procedimento ed in difetto sarebbe nullo [1].

L’Agenzia Entrate Riscossione effettua la notifica secondo quanto previsto per la cartella di pagamento ossia o tramite messo comunale, o tramite raccomandata a.r. oppure attraverso posta elettronica certificata.

note

[1] Ctp Cosenza, sent. n. 257/2009

Ctp Cosenza, sent. n. 257/2009

Svolgimento del processo

Lu. S.r.l. con sede legale in Cosenza alla via (…), rappresentata e difesa dall’Avv. Sa.Fl., con atto proposto, in data 05 maggio 2008 contro Equitalia E.Tr. S.p.A. – Agente di riscossione – con sede in Cosenza nonché depositato presso la Commissione Tributaria adita in data 20 maggio 2008, impugnava la “intimazione di pagamento n. (…)”, notificata in data 09 aprile 2008 da parte dell’Agente della Riscossione, per il mancato pagamento della cartella n. (…) (che si assume notificata il 06.06.2003) per un importo di Euro 15,00.

La parte ricorrente allegava:

-la mancata notificazione della “cartella di pagamento”, quale presupposto del l’intimazione de qua;

-l’inesistenza dell’atto impugnato “per la mancata sottoscrizione da parte del l’agente di riscossione”;

-che la società dichiarata fallita il 18.05.2000 era tornata “in bonis” per effetto della revoca disposta dal Tribunale di Cosenza con sentenza n. 1691 del 29.10.2003, per cui “durante il periodo fallimentare” non aveva “perduto la qualità di soggetto passivo del rapporto tributario” quindi aveva “il diritto ad impugnare gli atti impositivi”.

Concludeva la ricorrente con la richiesta della dichiarazione d’inesistenza dell’atto impugnato nonché la condanna di Equitalia E.Tr. S.p.A. al pagamento delle spese di giudizio.

Equtitalia E.Tr. S.p.A. – Agente della riscossione – si costituiva in giudizio con nota depositata in data 26 febbraio 2009, confermava il proprio operato e chiedeva il rigetto del ricorso con vittoria di spese e competenze di giudizio.

Motivi della decisione

La Commissione, preliminarmente:

-ritiene la propria giurisdizione sull’atto impugnato – pur non desumendosi da esso la natura della pretesa azionata – essendo stato il ricorso presentato a questo Giudice, non avendo la parte resistente sollevato eccezioni sul punto e non essendo risultato il contrario dagli atti di causa;

-rileva la tardiva costituzione in giudizio dell’Agente della riscossione – parte resistente – con deposito di documenti e memorie, avvenuto in data 26 febbraio 2009 (ricevuta n. l897/09), in contrasto con gli artt. 23 e 32 del D.Lgs. n. 546 del 1992, sebbene l’art. 23 non sia da ritenersi perentorio, almeno entro certi limiti, poiché il termine di costituzione di gg. 60 determina solo “la decadenza della facoltà di chiedere o svolgere attività processuali eventualmente precluse” (Cass. n. 21059 del 2007; n. 22010 del 2006), e in particolare “la decadenza dalle facoltà di proporre eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio, e di fare istanze per la chiamata di terzi in causa” con la conseguenza di “accettare il processo nello stato in cui si trova” (Cass. n. 7329 del 2003 e n. 21212 del 2004), in altre parole, parte resistente, non può far valere cause sopravvenute.

Tuttavia, parte resistente non può superare, per il proprio ingresso nel processo, i termini ritenuti perentori dell’art. 32, il quale al comma uno dispone che “Le parti possono depositare documenti fino a venti giorni liberi prima della data di trattazione osservato l’art. 24, comma 1”. Nel caso che ci occupa, le “controdeduzioni”, con allegata documentazione, sono state depositate (26.02.2009) solo 10 giorni liberi prima dell’odierna udienza. Non rileva il 2 comma dello stesso articolo poiché è riferito alle “memorie illustrative” non interessate al caso di specie.

I termine (20 giorni prima) “all’evidenza preordinato ad una rigorosa tutela del diritto di difesa”, costituzionalmente garantito (art. 24 Cost.), è da ritenere previsto con carattere di perentorietà, pur in mancanza di una esplicita sanzione decadenziale dall’esercizio del relativo diritto per la parte onerata, tenendo conto elle finalità che il detto termine persegue e della funzione che lo stesso adempie (cass. n. 5074 del 1997). L’osservanza dei termini in questione, pertanto, deve tenersi perentoria in quanto diretta a tutelare il suddetto diritto di difesa di controparte ed a realizzare il necessario contraddittorio tra le parti e tra queste ed il Giudice, per cui i termini in questione sono ritenuti perentori (Cassazione 138/2004; n. 1771/2004; n. 14624/2000).

Il carattere perentorio di un termine non deve necessariamente risultare esplicitamente dalla norma, potendosi desumere dalla funzione, ricavabile dal testo della legge, che il termine è chiamato a svolgere (cass. n. 4787 del 1980). Ne deriva l’inammissibilità dei documenti allegati alle controdeduzioni (depositate in data 26 febbraio 2009), dovuta ad una irricevibilità istruttoria degli stessi, con la conseguente impossibilità, da parte di essi, della produzione di effetto alcuno ai fini delle eccezioni poste (Cass. n. 9511 del 2008).

Da ciò il divieto per i giudici di prendere in esame e di valutare il contenuto dei documenti depositati dopo il termine dei 20 giorni prescritti dall’art. 32, 1 comma, sopra richiamato, salvo la facoltà della parte interessata di partecipare alla discussione orale.

Il Giudicante osserva che la Lu. S.r.l., con sede legale in Cosenza alla via (…), è stata dichiarata fallita con sentenza 18 maggio 2000 n. 945 emessa dal Tribunale di Cosenza, fallimento successivamente revocato allo stesso Tribunale in data 29.10.2003 con sentenza n. 1691, passata in giudicato per mancata impugnazione, per cui tornata in bonis, ha acquisito tutte le capacità giuridiche previste dalla legge.

-Con il primo motivo di ricorso (con il quale lamenta la mancata notifica della cartella di pagamento quale atto presupposto) la ricorrente sostiene che l’art. 43 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 – legge fallimentare – va interpretato nel senso che al fallito non è sottratta, in senso assoluto, la capacità processuale, permanendo essa in materia di accertamenti tributari, in quanto lesivi dei suoi diritti ed interessi.

La censura è fondata per l’assorbente motivo di seguito espresso.

Occorre rilevare, preliminarmente, che per consolidata giurisprudenza sia di merito sia di legittimità (dalla quale questo Giudice non intende discostarsi), l’accertamento tributario che si riferisca ad obbligazioni i cui presupposti si siano verificati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente (come il caso di specie – anno 1994 mentre la procedura di fallimento è iniziata il 18 maggio 2000) deve essere notificato non solo al curatore, in ragione della partecipazione al concorso fallimentare, ma anche al contribuente, che, tornato in bonis, resta direttamente tenuto al soddisfacimento del debito tributario non soddisfatto dal fallimento, quest’ultimo, infatti, nella sua qualità di soggetto passivo (del rapporto tributario) resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, che conseguono alla “definitività” dell’atto impositivo, cosicché è nullo l’atto esattivo emesso nei confronti del fallito tornato in bonis, cui, tuttavia, non sia stato notificato l’atto presupposto ((cartella di pagamento) (cfr., ex plurimis: Cass. n. 67/1997; n. 14987/2000; n. 3427/2002; n. 6937/2002; n. 4235/2006; n. 29642/2008; n. 4630/2009)).

Ciò comporta, nel caso in esame, che, in mancanza della notifica della cartella di pagamento alla società e per essa all’Amministratore legale pro – tempore nella sede della medesima, l’atto esattivo (nel caso de quo l’intimazione di pagamento) emesso nei confronti della società Lu. è da ritenersi senza valore giuridico e privo di qualsiasi effetto per la mancata previa notificata dell’atto presupposto (cartella di pagamento).

L’azione dell’Agente della riscossione, quale organo indiretto della Pubblica Amministrazione è tenuto all’osservanza di tutte le norme che trovano il loro naturale contenimento nello statuto del contribuente (legge n. 212/2000), i cui principi si applicano pacificamente anche all’Agente della riscossione, così come previsto dall’art. 17 della menzionata legge.

L’Agente della riscossione, nella veste riconosciutagli, è tenuto al rispetto di tutti gli adempimenti previsti dagli articoli 6 e 7 dello Statuto, al fine di garantire al contribuente la conoscenza di tutti gli atti a lui diretti.

“La correttezza del procedimento di formazione della pretesa tributaria è assicurata mediante il rispetto di una sequenza ordinata secondo una progressione di determinati atti, con le relativi notificazioni, destinati, con diversa e specifica funzione, a farla emergere e a portarla nella sfera della conoscenza dei destinatari, allo scopo, soprattutto, di rendere possibile per questi ultimi un efficace esercizio del diritto di difesa. Nella predetta sequenza, l’omissione della notificazione di un atto presupposto (nel caso di specie la cartella di pagamento) costituisce vizio procedurale che comporta l’invalidità dell’atto consequenziale notificato e tale nullità può essere fatta valere dal contribuente mediante l’impugnazione, per tale vizio, dell’atto consequenziale notificatogli, rimanendo esposto all’eventuale successiva azione dell’amministrazione, esercitabile soltanto se siano ancora pendenti i termini per l’emanazione e la notificazione dell’atto presupposto, o d’impugnare cumulativamente anche quest’ultimo (non notificato) per contestarne radicalmente la pretesa tributaria: con la conseguenza che spetta al Giudice di merito – la cui valutazione se congruamente motivata non sarà censurabile in sede di legittimità – interpretare la domanda proposta dal contribuente al fine di verificare se egli abbia inteso far valere la nullità dell’atto consequenziale in base all’una all’altra opzione. L’azione può essere svolta dal contribuente indifferentemente nei confronti dell’ente creditore o del concessionario e senza che tra costoro si realizzi una ipotesi di litisconsorzio necessario, essendo rimessa alla sola volontà del concessionario, evocato in giudizio, la facoltà di chiamare in causa l’ente creditore”, principio enunciato dalla Corte di Cassazione a ss.uu. con la sentenza n. 16412 depositata il 25 luglio 2007 e ribadito con la sentenza n. 5791 depositata il 04 marzo 2008.

Dall’esame delle norme di diritto sostanziale emerge con evidenza una differenza strutturale e funzionale tra i due atti: la cartella è inquadrata nella disciplina della riscossione mediante ruoli, mentre “l’intimazione di pagamento” è inquadrata nella disciplina della riscossione coattiva mediante espropriazione forzata. La cartella di pagamento, quindi, costituisce il presupposto indefettibile per la notifica dell’intimazione, la quale (meramente eventuale) serve per il caso in cui il contribuente reso edotto dell’imposta dovuta, mediante la notifica della cartella di pagamento, non ne abbia eseguito spontaneamente il pagamento nei termini previsti dalla legge (giorni 60 dalla notifica della cartella), con la conseguenza che la omessa notifica della cartella determina la decadenza dell’Ente impositore dalla stessa pretesa creditizia.

Nel caso che ci occupa, avendo parte ricorrente affermato che la cartella di pagamento non le è mai pervenuta, e non essendo emerso in corso di causa il contrario – cioè la rituale notifica della predetta cartella -, l’ingiunzione impugnata (notificata il 09.04.2008), riportante la pretesa impositiva dell’Ente creditore, è priva di effetti per omessa notificazione dell’atto presupposto.

Dalla presa d’atto della mancata produzione in giudizio da parte dell’Ente esattore di documenti dai quali si potesse evincere ictu oculi l’avvenuta notifica della “cartella di pagamento” alla ricorrente ne discende, necessariamente, l’illegittimità assoluta dell’importo richiesto, sia sotto il profilo dell’invalidità derivata “sia sotto il profilo della mancanza del necessario atto procedimentale preordinato.

Nessun dubbio, infine, può sussistere sul fatto che spetta al soggetto attivo della pretesa l’onere di darne giustificazione. Inoltre, proprio perché il provare è un onere, esso importa che, se la parte che agisce non prova, soccombe o quanto meno il fatto che avrebbe dovuto provare è considerato inesistente. Trattasi di un principio generale di diritto sostanziale, posto a garanzia della chiarezza dei rapporti tributari, che. in quanto patrimoniali, incidono profondamente nella sfera delle libertà costituzionalmente garantite, ed a tutela del bene fondamentale della certezza.

In base a tale principio anche l’Amministrazione titolare del credito, quale soggetto attivo in senso sostanziale più che affermare, ha l’interesse e l’onere di provare la fondatezza del proprio atto impositivo (Cass. n. 11227/2002; n. 7439/2003; n. 19150/2004).

Ad abudantiam e completezza di esposizione si aggiunge che la ricorrente rileva l’inesistenza dell’atto impugnato in quanto privo della sottoscrizione “da parte del legale rappresentante del concessionario” nonché del nominativo del responsabile del procedimento, con richiamo all’ordinanza della Corte Costituzionale n. 377 del 09.11.2007.

Il Giudicante, in merito, evidenzia che la richiamata ordinanza della Corte Costituzionale n. 377 del 09.11.2007 – per i limiti posti alla sua giurisdizione art. 27 legge n. 87 del 1953, si è occupata della sola cartella di pagamento, attenendo la questione di costituzionalità solamente a questa, come anche la legge (emanata in seguito) 28 febbraio 2008, n. 31 di conversione del decreto legge 31 dicembre 2007, n. 248 (c.d. milleproroghe) con l’art. 36, comma 4 – mter, ha statuito che la “cartella di pagamento di cui all’art. 25 del DPR 29.09.1973, n. 602” debba contenere, a pena di nullità, l’indicazione del responsabile del procedimento ma richiama solo la cartella di pagamento e non gli altri provvedimenti emanati dall’Agente della riscossione. Quindi nel caso in esame (trattandosi d’intimazione di pagamento) non trovano applicazione i richiami appena esaminati.

Il Giudicante osserva, infine, che l’art. 480 c.p.c. (forma di precetto) prevede che “Il precetto consiste nell’intimazione ad adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo entro un termine…”, infatti l’atto impugnato (ultimazione di pagamento) invita “a pagare entro 5 giorni dalla notifica” dell’avviso de quo emesso in forza del titolo esecutivo costituito dalla cartella di pagamento in esso richiamata ed in mancanza del pagamento nel tempo indicato si sarebbe proceduto “ad esecuzione forzata”.

L’ultimo comma del detto articolo dispone che l’atto deve essere “sottoscritto” norma dell’art. 125 del c.p.c. il quale prevede che gli atti da “notificare, debbono essere sottoscritti dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore”. L’atto impugnato non è altro che il corrispondente del “precetto”, infatti il non adempiere all’intimazione fa scattare la procedura dell’esecuzione orzata, per cui trovano applicazione gli articoli 480 e 125 sopra menzionati.

L’atto impugnato, infatti, è un foglio pre – stampato con alcuni dati riferiti ad una cartella di pagamento ritenuta notificata all’interessato, ma privo di qualsiasi identificativa sottoscrizione da parte di qualcuno in quanto porta solo la dizione a stampa “Equitalia Etr. S.p.A.” e ciò costituisce ulteriore vizio invalidante di esso, con la conseguenza che tutti gli atti emessi, successivamente, sul presupposto di esso (atto impugnato) non trovano legittimazione.

Si aggiunga, inoltre, che l’art. 7, comma 2, lettera a), della legge 27 luglio 2000, 12 (Statuto dei diritti del contribuente) così recita “… Gli atti dell’amministrazione finanziaria e dei concessionari della riscossione devono tassativamente indicare… l’Ufficio presso il quale è possibile ottenere informazioni complete in merito all’atto notificato o comunicato e il responsabile del procedimento…”.

Per l’interpretazione letterale e logica della norma è necessario tenere necessariamente in considerazione l’avverbio “tassativamente” (in caso contrario non si spiegherebbe il motivo per cui il legislatore lo abbia inserito) per addivenire al risultato ermeneutica da attribuire all’art. 7 della stessa legge.

Se è vero, come è vero, che tassativamente significa indispensabilmente, categoricamente (in modo tassativo e pertanto non ammette variazione o accezioni, quindi un obbligo) e che non si può derogare a quanto prescritto, allora è impensabile e contrario ad un risultato esegetico corretto poter sostenere che la mancata sottoscrizione (o quanto meno l’indicazione a stampa del nominativo del soggetto che ha emanato l’atto) e la mancata indicazione del responsabile del procedimento costituiscono una “mera irregolarità”.

La contestazione, in definitiva, trova accoglienza poiché non è stato rispettato il principio secondo cui in mancanza dell’autografia della sottoscrizione i dati, estrinsecati nel contesto del documento, debbono consentire comunque di accertare aliunde la sicura attribuibilità dell’atto a chi deve esserne l’autore secondo le norme positive (nel caso de quo principio ignorato).

Gli altri motivi non dibattuti sono assorbiti da quanto sopra esposto.

La Commissione ai sensi dell’art. 92, comma due, del c.p.c., richiamato dall’art. 15 del D.Lgs. n. 546/1992, attesa la complessità delle questioni affrontate, ritiene che sussistano i motivi per la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

La Commissione accoglie il ricorso e dichiara l’intimazione di pagamento impugnata priva di effetti e di ogni valore giuridico.

Spese compensate.

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