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Editoriali La madre può disconoscere il figlio: sovvertita la natura da un emendamento?

Editoriali Pubblicato il 8 novembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 8 novembre 2012

Sta lasciando perplessi la notizia battuta ieri dall’Ansa: un emendamento approvato ieri dalla Commissione Affari Sociali permetterebbe alle madri che abbiano avuto un figlio in provetta o frutto di una gravidanza naturale di disconoscere il loro stesso bambino. La notizia, così com’è, sembra stravolgere la logica, ma soprattutto la natura (“mater semper certa est” dicevano i latini – la madre è sempre certa).

Riportiamo quindi per intero il comunicato stampa.

“Le madri che hanno avuto un figlio in provetta potranno disconoscerlo, al momento della nascita, come le donne che lo hanno avuto da una gravidanza naturale. E’ quanto prevede un emendamento approvato dalla commissione Affari sociali della Camera che modifica la legge 40, sulla procreazione assistita.

La famosa legge 40 del 2004 dovrebbe essere stata modificata, peraltro in modo alquanto discutibile e senza che nessuno ne abbia mai parlato sino ad ora.

Di che si tratta? È davvero possibile mettere in discussione la maternità?

Ne abbiamo parlato con l’avv. Anna Falcone, esperta in Biodiritto.

Anna Falcone: “Premesso che l’approvazione in Commissione di un emendamento non modifica di per sé la legge, è opportuno chiarire che in genere chi ricorre alla procreazione assistita desidera un figlio con tutte le sue forze. Pertanto l’ipotesi di disconoscimento, attualmente vietata dalla legge n. 40/2004 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”), dovrebbe essere ammissibile – nel preminente interesse del nato – solo qualora vi sia stato un errore nella fecondazione, oppure se il figlio non sia nato dai gameti dei genitori, ma da altri.

Fino alla diffusione del testo dell’emendamento possiamo fare solo alcune prime valutazione, con riserva.

Possiamo immaginare che tale “apertura” possa essere giustificata formalmente dalla necessità di estendere alle coppie che ricorrono alla procreazione assistita gli stessi diritti delle altre coppie. Ma in tal caso non si può negare che chi ricorre alla fecondazione artificiale si assume dei doveri e delle responsabilità ulteriori nei confronti del bambino che chiede venga al mondo. Doveri che non posso essere scavalcati in toto dai diritti dei genitori.

Diverso il caso della fecondazione eterologa (quando cioè il seme oppure l’ovulo provengono da un soggetto esterno alla coppia), che la legge vieta, ma che da più parti viene invocata come unica soluzione per consentire la genitorialità delle coppie sterili o in cui, anche solo uno dei partner sia portatore di una malattia ereditaria trasmissibile e non eliminabile tramite le tecniche di terapia genica. L’opzione del disconoscimento di paternità e maternità potrebbe rappresentare, in tal senso, un escamotage per eludere il divieto di fecondazione eterologa, consentendo al padre/madre biologico, esterno alla coppia, di disconoscere il bambino una volta nato. E ancora, il disconoscimento di maternità permetterebbe di ricorrere a forme di maternità surrogata o “utero in affitto”. Ma si tratterebbe sempre di soluzioni confliggenti con altri divieti dell’ordinamento.

Se il fine fosse quello di aprire alla fecondazione eterologa, il che ha i suoi profili di meritevolezza etica e giuridica, allora sarebbe molto più utile e coerente attaccare direttamente il relativo divieto, seguendo quell’indirizzo di riaffermazione del principio di ragionevolezza e insopprimibilità di diritti fondamentali già inaugurato con la recente sentenza della Corte Cost. n. 151 del 2009 in materia di procreazione medicalmente assistita. Tanto anche al fine di evitare che una normativa degli espedienti, più che fondata su chiari diritti e dei doveri, possa dar luogo a fenomeni di commercializzazione selvaggia dei gameti maschili e femminili, o a un “mercato nero” della maternità surrogata, fuori da ogni garanzia e tutela dei diritti di tutti i soggetti coinvolti.

In ogni caso, aspettiamo di leggere questo emendamento per chiarire, a noi e ai lettori, la ratio e il senso di questa proposta di modifica”.

 


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