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Se trattengo la caparra è reato?

26 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 settembre 2017



Il reato di appropriazione indebita: caratteristiche principali. Trattenere la caparra non è reato.

Quando pensiamo ad un furto, nella nostra immaginazione ci prefiguriamo il ladro che di nascosto ci sottrae qualcosa o la cosiddetta rapina, con la quale veniamo derubati mediante l’uso della violenza. In realtà, la sottrazione di una cosa di nostra proprietà può avvenire anche con la cosiddetta appropriazione indebita: che cos’è questo reato, quali sono le sue caratteristiche e in quali casi invece, non è configurabile? Cerchiamo di scoprirlo insieme, con particolare riguardo alla mancata restituzione della caparra, ricevuta a seguito di un preliminare di compravendita.

L’appropriazione indebita è un reato?

Secondo la legge [1] commette il reato di appropriazione indebita chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso. In tal caso questi è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a milletrentadue euro.

Si tratta di un reato perseguibile soltanto con la denuncia della vittima (tecnicamente definita querela) da presentare presso le autorità competenti (ad esempio, la sede dei carabinieri di zona) entro tre mesi dal fatto.

La condotta illecita in esame può essere commessa anche attraverso la cosiddetta ritenzione (trattenuta) del bene oggetto di possesso, tuttavia si tratta di un’ipotesi da vagliare attentamente.

 

Se trattengo la cosa altrui è appropriazione indebita?

Il reato, e tra questi anche quello in esame, per essere configurato a carico del presunto responsabile, deve presentare tutti gli elementi costitutivi del medesimo.

Ad esempio, per l’appropriazione è necessario che il reo intenda volutamente appropriarsi della cosa in suo possesso, ben consapevole dell’altruità della stessa, e con l’intento preciso di ricavarne un profitto (tecnicamente si definisce come dolo specifico – elemento soggettivo).

È fondamentale, altresì, che l’intento sopra descritto si concretizzi in una condotta materiale, ad opera del responsabile, il quale dovrà compiutamente appropriarsi della cosa in contestazione. Tale elemento (tecnicamente definito oggettivo) si può individuare anche attraverso la cosiddetta ritenzione del bene (trattenimento), che però, per essere rilevante, da un punto di vista penale, deve essere caratterizzata dalla manifesta ed inequivocabile volontà del possessore di non voler restituire la cosa al suo legittimo proprietario.

Ad esempio, a tale riguardo, la Cassazione [2] ha chiarito che non c’è reato se il possessore, allo scopo di garantirsi il proprio credito, trattiene la cosa altrui, a meno che non compia sul bene atti di disposizione che rivelino l’intenzione di convertire il possesso in proprietà.

Oppure ha precisato che durante un rapporto contrattuale la mancata restituzione del bene alla controparte che ne ha fatto richiesta, non configura il reato di appropriazione indebita, poiché non modifica il rapporto tra il detentore ed il bene [3]. In altri termini si dice che in tal caso non c’è un vero e proprio atto di disposizione sulla cosa, ma una semplice inadempienza contrattuale di rilevanza puramente civilistica.

Se trattengo la caparra è reato?

In questo caso, dice la Cassazione [4], manca un elemento essenziale del reato di appropriazione indebita, cioè l’impossessamento della cosa altrui, poiché il denaro che il venditore riceve a titolo di caparra, entra a far parte del suo patrimonio. In altri termini, quando si firma un preliminare di compravendita e viene versata una caparra, il venditore la incassa (ad esempio, versando l’assegno bancario ricevuto sul proprio conto corrente). Ebbene, questa somma diventa, inequivocabilmente, di sua proprietà ed è legittimo che sia cosi, visto che, com’è noto, la caparra rappresenta anche un anticipo sul prezzo finale. Per tale ragione, dice la Cassazione, se non la restituisce a seguito della risoluzione del contratto, non essendoci stato alcun impossessamento della cosa altrui, non è configurabile alcun reato, ma una semplice responsabilità di natura civilistica: il venditore, pertanto, sarà soltanto obbligato a restituire la cifra illegittimamente trattenuta, nonostante la risoluzione.

note

[1] Art. 646 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 17295/2011.

[3] Cass. civ. sent. n. 12077/2015.

[4] Cass. civ. sent. n. 15815/2017.

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